La strategia anti-Grillo del leader del Movimento 5 Stelle: un padre non dà la morte ai figli

Nessun altro partito, così Conte prepara la «rifondazione» M5S (e pensa al nuovo nome)

(di Claudio Bozza – corriere.it) – Via alla «Rifondazione contista». Stavolta, sullo sfondo, non ci sono la falce e il martello che spinsero Fausto Bertinotti a fare un altro partito dopo la svolta di Achille Occhetto, bensì le «5 Stelle» a cui Giuseppe Conte comunque si ispirerà per rifondare il suo, di partito. Dopo che Beppe Grillo ha sferrato l’attacco finale, con un video in cui ha annunciato che «il M5S è morto», il leader ha deciso di tirare dritto. Nessun tentativo di mediazione con il «padre fondatore», ritenuto ormai «del tutto irragionevole e inaffidabile». 

Ma soprattutto: l’ex premier non fonderà un nuovo partito. Perché, appunto, vuole «rifondare» quello che guida adesso, a partire dal risultato dell’assemblea costituente del 23 e 24 dicembre. Quello di Conte sarà però un nuovo partito de facto, perché il suo obiettivo è quello di togliere le chiavi di casa a Grillo. «Un padre ha il diritto a dar la vita, non a dare la morte ai figli — tuona Conte da Cesena, in tour per le Regionali in Emilia-Romagna —. Quindi non esiste la possibilità che uno si arroghi il diritto, con prepotenza, di determinare l’estinzione. Oggi il Movimento è la comunità degli iscritti. Al di fuori di questo esistono concezioni padronali che non si giustificano per forze politiche».

Prima di far scattare la fase finale dell’«operazione Guillotin», Conte ha studiato a fondo tutto il percorso che dovrebbe portare i 5 Stelle a liberarsi dal «giogo» del suo fondatore. L’ex premier, già docente di Diritto all’Università di Firenze e navigato giurista, anche avvalendosi della consulenza di altri colleghi, ha valutato tutti i possibili appigli a cui si sarebbe potuto aggrappare «Beppe», ex amico, anche se in verità i due non si sono mai potuti sopportare. Il passo irreversibile di questa guerra è scattato nei giorni di Ferragosto, quando Conte ha mandato avanti, lancia in resta, il deputato Alfonso Colucci, già notaio del Movimento, il quale in un’intervista al Corriere svelò che Grillo firmando il nuovo contratto da 300 mila euro annui per la consulenza di comunicazione al partito, firmò un documento in cui rinunciava ad ogni tipo di rivalsa.

Conte, dopo il deludente risultato delle Europee con il Movimento finito sotto al 10%, aveva capito che l’unico modo per rimanere al timone della nave (seppur in tempesta) era quello di annunciare una rivoluzione. Perché il M5S forse cambierà anche nome. La tappa finale è fissata per il 24 novembre, quando al termine della campagna d’ascolto della base saranno votati i quesiti per cambiare pelle ai 5 Stelle.

Una guerra per sfinimento, insomma. Perché Grillo, che a livello economico non ha più la forza di una volta, nel frattempo dovrebbe aver ingaggiato un pool di avvocati d’eccellenza, con costi assai ingenti, a cui affidare un ricorso in tribunale per provare a riprendersi il «suo» Movimento. Ma sempre Conte, dopo aver strappato le redini giuridiche e politiche del M5S, per il prossimo 31 dicembre ha già annunciato che a «Beppe» chiuderà anche i rubinetti: addio al contratto dal 300 mila euro, in scadenza a fine anno. «E solo a quel punto, forse, capirà di essere rimasto solo — riflettono senza sconti dal quartier generale del Movimento —: con Virginia Raggi e Danilo e Toninelli, e senza più il suo popolo».