(Francesca Schianchi – La Stampa) – «Se ha una inclinazione al sadomasochismo, possiamo parlare di destra e cultura…», esordisce ridendo lo storico Franco Cardini.

Addirittura serve essere sadomasochisti, professore?

«È una battuta, ma fino a un certo punto. Questo governo sembra voler di continuo farsi del male. È vero che soffre di un handicap congenito: è segnato dalla sua discendenza, sia pure lontana, da un partito esplicitamente neofascista».

Il Movimento sociale…

«Esatto, per quanto al suo interno vi fossero voci pluraliste e complesse: posso testimoniarlo perché ne ho fatto parte dal 1953 al 1965. Meloni, che è una donna intelligente e competente, questa radice la conosce, e sa di avere i fucili puntati contro. Deve sapere anche che ogni sua nomina sarà passata ai raggi X. Dovrebbe avere il coraggio di puntare alla qualità e al merito. Invece resta nel suo pollaio che è – con qualche eccezione– un deserto».

Si riferisce ai ministri nominati alla Cultura?

«Sangiuliano è stato mio allievo a corsi di specializzazione universitaria, è un amico, non vorrei commentare cose che lo riguardano. Di Giuli mi sono applicato a leggere il curriculum».

E come lo ha trovato?

«Quello che ho capito è che ha buoni rapporti di amicizia con familiari della presidente».

È necessario per diventare ministro?

«Rovescerei la questione: diciamo che un tizio che conosce qualcuno di influente ha più chance a parità di valore di qualcun altro».

A parte questo, come ha giudicato il curriculum del ministro?

«Beh, è un signore di quasi 50 anni che si sta laureando dopo un lungo letargo, chissà, forse la nomina a ministro della Cultura gli ha dato una febbre culturale… Diciamo che uno sforzetto per fare una piccola tesi in tempi più celeri poteva farlo, ecco».

Dice che non è adatto al ruolo?

«Dico che il suo curriculum presenta aspetti di debolezza e che non lo definirei esattamente un uomo di cultura. Ci sono a disposizione persone di valore che potrebbero collaborare con questo centrodestra».

Lei lo ha capito il discorso sulle linee programmatiche del ministro Giuli?

«Ma non c’era niente da capire! Era un discorso banale e un po’ debole sui grandi mutamenti di questo momento. Il classico giochetto di quando un semicolto sfoggia un lessico giudicato difficile – quindi “colto” – davanti ad altri semicolti e ci mette parole impegnative per sembrare meno semicolto di loro. È una tecnica che noi insegnanti conosciamo da decenni».

C’è un problema di classe dirigente di questa destra?

«Certo che c’è. Ma si potrebbe risolvere. Ci sono ai margini persone che potrebbero dare una mano. Anche che la pensano diversamente: si potrebbero coinvolgere dicendo loro: “Sei bravo in quello che fai, ti offro un posto importante”. Lasciando così a loro, al limite, la responsabilità di dire di no».

Se lo proponessero a lei?

«Stimo Giorgia, un’amica, le voglio bene. Sa che, come avversario acerrimo della Nato, filomusulmano, filoputiniano e socialmente parlando comunista, non potrei mai accettare».

È veramente tutte queste definizioni?

«Diciamo che esagero, ma solo un pochino».

La sensazione che dà il gruppo di Giorgia Meloni, comunque, è esattamente il contrario: una tribù chiusa…

«E provano così di essere deboli. Culturalmente e politicamente».