Al compimento del primo biennio a Palazzo Chigi sapete chi ha rivolto a Giorgia Meloni l’elogio più schietto e inaspettato? Il magistrato Marco Patarnello. Sì proprio lui, l’autore dell’email […]

(di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – Al compimento del primo biennio a Palazzo Chigi sapete chi ha rivolto a Giorgia Meloni l’elogio più schietto e inaspettato? Il magistrato Marco Patarnello. Sì proprio lui, l’autore dell’email demonizzata dalla destra e interpretata come prova del complotto permanente antigovernativo da parte delle cosiddette toghe rosse. Infatti, nell’argomentare quanto l’azione della premier risulti più pericolosa perfino, è tutto dire, degli attacchi di Silvio Berlusconi contro il potere giudiziario, il sostituto procuratore generale in Cassazione (e già segretario generale del Csm) è abbastanza diretto. Scrive ai colleghi che “Meloni non ha inchieste giudiziarie a suo carico e quindi non si muove per interessi personali, ma per visioni politiche e questo la rende più forte e anche molto più pericolosa la sua azione”. Insomma, secondo Patarnello, la presidente del Consiglio è molto più “pericolosa” di quanto lo fosse stato l’ex Cavaliere poiché ella crede a quello che fa, non mossa come il presidente-padrone da interessi personali (e da inchieste giudiziarie). Ciò non toglie naturalmente nulla alla gravità della guerra scatenata dalla nomenclatura di governo contro la magistratura indipendente e che cerca di fare il proprio dovere nel rispetto della Costituzione. In tale contesto abbiamo un autorevole magistrato che indirettamente conferma, e rafforza, il celebre “ io non sono ricattabile” con cui Giorgia Meloni rispose due anni fa a Paolo Celata del Tg-La7 a commento proprio delle invettive di Berlusconi. Che, nell’aula del Senato, nel famoso “foglietto” vergato a favore di telecamere l’aveva definita “supponente, prepotente, arrogante, offensiva”, e molto altro ancora. A questo punto (a parte l’annoso e abbastanza stucchevole scontro tra politica e giustizia) forse ci si dovrebbe più utilmente interrogare su come realmente funziona il sistema di potere in Italia. Nel momento in cui sul tema della ricattabilità e non ricattabilità di chi ne fa parte registriamo due posizioni opposte ma convergenti sul punto. Più un paio di inevitabili domande. Per ricoprire un ruolo di preminenza nelle istituzioni di questo paese il poter essere ricattabile o rovinabile, fa curriculum? Mentre, restando sul predetto schema, il non essere ricattabile o rovinabile può essere considerato un problema nell’esercizio delle proprie funzioni? (Oppure è come dice Altan: “Nessuno mi ricatta. È il dramma dell’emarginazione”)?