NON SOLO GENOVA – “Anche nel caso di Venezia le intercettazioni hanno un ruolo cruciale”

(DI MARIO PORTANOVA – ilfattoquotidiano.it) – Tornano in mente le parole di Gherardo Colombo, all’epoca di Mani Pulite, sulla politica italiana condizionata dal ricatto. Le rievoca Alberto Vannucci, politologo dell’Università di Pisa e coordinatore del Master interuniversitario Apc su criminalità organizzata e corruzione. “Non significa necessariamente che ci sia sotto qualcosa di illecito, ma credo che i politici indagati tendano il più possibile a non dimettersi dalle loro cariche, anche in presenza gravi elementi di accusa, perché mantengono un potere negoziale verso il resto del sistema”. Sull’onda del caso Toti a Genova e del caso Boraso a Venezia (dove l’assessore della giunta Brugnaro ha fatto il passo indietro solo ieri, dal carcere di Padova), Vannucci commenta il generale calo di tensione sulla questione morale. Da parte dell’opinione pubblica, ma anche e soprattutto da parte della classe politica.

Professor Vannucci, come legge queste resistenze a farsi da parte?

Osservo che sia Toti sia Boraso sono cresciuti in Forza Italia, ma poi si sono fatti le loro liste personali. La resistenza a mollare la poltrona riflette probabilmente il rischio di restare senza protezioni, con le spalle scoperte.

Però chi in politica sta più in alto le spalle coperte le ha. Eppure nessuno, nel centrodestra, ha premuto per le dimissioni.

Ed è pensando a questo che mi tornano in mente le parole di Gherardo Colombo. È comunque un segnale di generale debolezza della politica.

Da un punto di vista giudiziario il caso Toti è esploso da mesi ma solo ieri il centrosinistra ha tenuto una manifestazione unitaria a Genova. Un segnale di distinzione, di rinnovato interesse per la questione morale?

Tutte le rivelazioni, da Istat a Demos alle ricerche di Libera, dicono che chi vota centrosinistra è più sensibile a questi temi, e la classe politica rispecchia questo retaggio, come ricordiamo da Mani pulite all’era Berlusconi. Il che, attenzione, non vuol dire che esponenti progressisti siano immuni da scandali e coinvolgimenti in casi giudiziari. Ma nella reazione politica a questi eventi la differenza rimane.

Però in altre epoche queste vicende suscitavano ben altre reazioni da parte dell’opinione pubblica.

Indubbiamente siamo da tempo in una fase di scarsa attenzione su questi temi. Eppure i casi ci sono e i giornali ne scrivono. E mi sorprende che l’ultimo caso sia esploso a Venezia – con tutte le cautele possibili, dato che siamo ancora in fase di indagini – dove non è passato molto tempo dalla chiusura degli ultimi processi sul Mose, uno dei più grandi scandali di corruzione della storia d’Italia. Intanto si abolisce l’abuso d’ufficio, si mette in discussione il traffico di influenze, si cerca di limitare le intercettazioni…

Quindi dovremmo dire che l’attenzione su questi temi nella maggioranza di governo c’è, anche se di segno opposto.

Mi limito a osservare che con questi provvedimenti già operativi forse non sarebbero emersi i casi più recenti, compreso quello di Toti e di Boraso, deve le intercettazioni hanno giocato un ruolo fondamentale. E penso anche a Tommaso Verdini: se venisse riformulato il reato di traffico di influenze, di cui è accusato, potrebbe essere prosciolto senza un reale accertamento nel merito delle accuse.

Da studioso della corruzione, vede qualcosa che accomuna i casi di Genova e Venezia, al di là degli esiti giudiziari che sono ancora tutti da scrivere?

Quello che ipotizzano gli investigatori in entrambi i casi è l’asservimento della politica a grandi interessi privati. Peraltro con una politica che – a quanto emerge – si accontenta delle briciole. Dimostrando, anche qui, una grande debolezza.