La campagna elettorale francese e la foto dei leader alla festa dell’Anpi hanno acceso un dibattito sulla possibilità di un fronte popolare italiano in grado di contrastare la destra oggi al governo. Nonostante l’ottimismo

(di Silvia Truzzi – ilfattoquotidiano.it) – La campagna elettorale francese e la foto dei leader alla festa dell’Anpi hanno acceso un dibattito sulla possibilità di un fronte popolare italiano in grado di contrastare la destra oggi al governo. Nonostante l’ottimismo di alcuni, Elly Schlein in testa, in tanti hanno sottolineato le distanze siderali tra le varie forze coinvolte su temi cruciali (salario minimo, guerre, giustizia sociale), come ben illustrava la doppia pagina del nostro giornale di ieri. Ha ragione Marco Travaglio quando scrive che l’antifascismo non è un programma di governo, casomai è una pregiudiziale; ha ragione Marco Revelli quando dice che “un’alleanza organica tra Pd e 5 Stelle non è possibile, sarebbe contro la natura di entrambi i partiti”. Ma poi aggiunge: “Tuttavia sono obbligati per destino a non confliggere, visto che di fronte hanno un’alternativa così pericolosa come quella rappresentata da questa accozzaglia di destre a traino neofascista. Non vedo un’alleanza organica, ma un’intesa. Una entente cordiale”. In Francia partiti assai distanti tra loro come France Insoumise e i socialisti hanno sottoscritto un programma di governo, con il presupposto comune di “mettere fine alla brutalizzazione e agli abusi degli anni di Macron”, individuando una serie di misure urgenti e precise: “Blocco dei prezzi di prima necessità in campo alimentare, energia e carburante”; “abrogazione immediata della riforma delle pensioni che innalza l’età pensionabile a 64 anni”; “aumento del salario minimo, lo Smic, a 1.600 euro, e per questa via, aumento del salario in generale”; contrastare “la sfida climatica” con una moratoria per decreto sui “grandi progetti autostradali” e sui “mega-bacini”; “abitazioni di urgenza” anche mediante “la requisizione delle case sfitte”, il rifiuto dei “vincoli di austerità del Patto di bilancio”. I leader che erano sul palco dell’Anpi non riuscirebbero a farlo. Ma chi va al governo giura sulla Costituzione: un perfetto programma di governo che, a quasi ottant’anni dalla sua promulgazione, sarebbe ora di provare ad attuare.

Si obietterà che nessuno, o quasi nessuno, è incolpevole rispetto alla Costituzione (basti pensare al Titolo V, riformato dalla sinistra, che ha aperto la strada all’autonomia differenziata da poco divenuta legge), o alla riforma che nel 2016 gli elettori hanno bocciato. Però nei suoi famosi principi fondamentali – quelli che a parole tutti dicono di non voler toccare e che poi vengono regolarmente disattesi – ci sono molte risposte alle domande della politica di oggi. Quando Calamandrei diceva che “la nostra Costituzione è in parte una realtà, ma soltanto in parte. In parte è ancora un programma, un ideale, una speranza, un impegno di lavoro da compiere” era il 1955, ma è un’idea di straordinaria attualità. Diritto al lavoro, giustizia sociale, solidarietà, responsabilità sociale dell’impresa, diritto a una paga dignitosa, sussidi in caso di disoccupazione involontaria, rifiuto della guerra: nella Carta c’è tutto questo e molto altro. Lungi da essere un elenco di principi o buoni propositi, la Costituzione disegna il patto sociale tra cittadini e Stato, il senso del nostro stare insieme come comunità, unita attorno a valori che fanno da bussola. Una bussola che serve oggi più che mai perché cadute le ideologie e dunque la possibilità per i cittadini-elettori di riconoscersi in una parte o nell’altra, i valori costituzionali servono per orientarsi. Voi direte: non l’hanno mai voluta applicare, le politiche liberiste da decenni la tradiscono, i partiti la sventolano come un santino quando fa comodo, perché dovrebbero oggi convergere su un programma politico bastato sulla Costituzione? La risposta è semplice e, forse, troppo ingenua: a rigor di logica la Carta è il fondamento della Repubblica e tentare di applicarla potrebbe avere un consenso insperato.