OPPOSIZIONI UNITE (PER UN GIORNO) – Il modello francese dell’alleanza contro l’estrema destra anima il dibattito dell’Anpi con tutte le opposizioni: Schlein è ottimista, ma Conte prudente

(DI SALVATORE CANNAVÒ – ilfattoquotidiano.it) – Può esistere un Fronte popolare italiano? E se sì, che programma avrà? L’ipotesi al momento difficile, sembra scaturire dalla serata organizzata dall’Anpi a Bologna e che ha riunito su uno stesso palco i leader di Pd, M5S, Avs, PiùEuropa, Prc. Le foto non sono mai casuali e vedere sul palco Elly Schlein, Giuseppe Conte, Nicola Fratoianni, Angelo Bonelli, Maurizio Acerbo e Riccardo Magi, con il presidente Anpi Gianfranco Pagliarulo a “officiare”, non può non rinviare all’ipotesi di una nuova alleanza (di centrosinistra? Progressista? Popolare?).

Elly Schlein sembra quella più convinta con coordinate come la difesa della Costituzione, l’antifascismo o l’insegnamento unitario che viene da molte elezioni locali. Conte, invece, appare più cauto e prudente, forse perché consapevole che se un’alleanza “repubblicana” si formasse in Italia, che comprenda quindi anche i centristi – Carlo Calenda era assente sul palco di Bologna per “motivi personali”, ha spiegato Pagliarulo – una possibile vittima sacrificale potrebbe essere proprio il suo movimento.

Le differenti proposte di questi partiti, su temi decisivi (per omogeneità e maggiore attualità abbiamo ripreso i programmi delle europee) fanno però, al giorno d’oggi, evidenziare distanze che, per quanto in politica nulla è impossibile, sembrano difficili da ricucire.

Guerra. Sulla guerra in Ucraina la distanza non è tanto sui programmi scritti sulla carta, ma sui comportamenti parlamentari. Il Pd, ad esempio, e ancora di più Azione o, se vogliamo includerla in questo schema, Italia viva, hanno concordato con il governo Meloni parti di sostegno all’Ucraina votate congiuntamente. E soprattutto sull’invio delle armi a Kiev, vero banco di prova dell’attitudine in politica estera, il voto di Pd, M5S, Alleanza Verdi e sinistra e centristi vari è sempre stato difforme. Per l’invio il primo e gli ultimi, una posizione di distanza da parte dei 5 Stelle, il no di Avs (che al suo interno non ha poi le stesse identiche posizioni tra la componente di Sinistra italiana e quella dei Verdi).

Riarmo. La guerra porta con sé posizioni diverse anche sul riarmo su cui il partito di Carlo Calenda è favorevole “all’istituzione di un’unione della difesa e di forze armate europee capace di contenere la minaccia russa e dare consistenza alla politica estera dell’Unione”. Il contrario di quanto pensa, ad esempio, la lista Terra, Pace e Dignità, animata da Rifondazione comunista (presente con il suo segretario nella serata bolognese) che pensa senza mezzi termini che “è da escludere la costituzione di un Esercito europeo”. Anche qui, la posizione 5 Stelle è più equilibrata: “La difesa comune europea deve essere uno strumento di peacekeeping al servizio delle Nazioni Unite: un Commissario alla Difesa non significa un Commissario alla guerra”

Gaza. Sulla guerra israelo-palestinese le distanze sono meno aspre, ma nel voto in Parlamento le varie opposizioni hanno presentato mozioni distinte. Le sinistre di Avs e Rifondazione comunista chiedono il riconoscimento dello Stato di Palestina, la soluzione dei “due Stati due popoli”, così come fa il Pd che accentua la catastrofe umanitaria a Gaza cui porre rimedio, e richiamando il ruolo delle Nazioni Unite. Il M5S è netto nella condanna degli attacchi del 7 ottobre, mette di più però l’accento sulla risposta negativa dell’esercito israeliano: chiede che Israele rispetti le risoluzioni dell’Onu “che invitano i coloni a lasciare i territori occupati” e invita la Ue a rimettere in discussione “l’accordo di associazione Ue-Israele siglato nel 1995”. Deve iniziare il processo di riconoscimento dello Stato della Palestina. Azione chiede anch’essa i due Stati, ma non approva le posizioni eccessivamente anti-israeliane.

Verde e clima. Sul clima si va dalle posizioni più nette di Verdi e sinistra, M5S e Rifondazione (sempre che accetti di stare in questa prospettiva) e posizioni come quella di Azione che propone due “chicche”: riformare “tutto l’impianto del Green deal” e, per quanto riguarda la produzione elettrica, il “pari sostegno normativo e finanziario a tutte le tecnologie a bassa emissione, incluso il nucleare della migliore tecnologia oggi disponibile”. Il Pd è molto “green” nei suoi programmi ma ci tiene a specificare che vuole “un Green deal dal cuore rosso”, che tenga conto cioè delle ineguaglianze sociali visto che “le fasce già impoverite dalla crisi economica e dalle diseguaglianze sociali” ne subiscono le conseguenze. E quindi “servono incentivi e un grande piano di risorse per accompagnare lavoratrici, lavoratori e imprese in questo ineludibile cambiamento”. Un punto dentro al quale ci sono le più svariate possibili politiche economiche.

Questione sociale. Qui si parte dall’unico punto finora acquisito, la proposta di legge di iniziativa popolare sul salario minimo, condivisa da Avs fino ad Azione, con la retribuzione complessiva prevista dai contratti collettivi che non possono scendere sotto i 9 euro lordi all’ora. Il terreno sociale, in realtà, mette le forze progressiste a volte l’una di fianco all’altra, altre volte, si pensi al caso Stellantis e alla polemica di Calenda contro la Cgil, in netta contrapposizione.

Europa. Alle Europee di tutto si è discusso meno che di Europa. Si sarebbe così potuto riflettere sull’anomalia di una riforma del Patto di Stabilità (in un senso forse anche peggiorativo) discussa da un governo di destra e da un commissario Pd ma su cui i partiti italiani si sono astenuti. Ma per orientarsi sulla Ue basti pensare che Pd e Azione chiedono sempre a gran voce il Mes mentre il M5S è contrario. Punto non da poco. E comunque gli orientamenti si vedranno quando si tratterà di votare per la presidente della Commissione il 18 luglio.

Giustizia. Il Pd di Elly Schlein ha schierato il partito contro la riforma Nordio e contro la separazione delle carriere. Toni quindi più dialoganti con le storiche posizioni di M5S e in parte delle sinistre. Sideralmente distanti da Azione di Calenda che mostra come un fiore all’occhiello misure come l’emendamento Costa che inasprisce il controllo sulla stampa nel caso delle inchieste giudiziarie. La questione “giustizia” non va però intesa come un’astratta contesa tra esperti di diritto perché in fondo maschera la volontà reale di combattere la corruzione. Le posizioni dei sindaci Pd, ad esempio, sull’abolizione dell’abuso d’ufficio scavano un solco.

Diritti. Dove l’alleanza è più solida è sulla difesa delle prerogative costituzionali – ma una parte del Pd è sensibile al “premierato” – e sulla tutela dei diritti civili. La presenza congiunta di Schelin e Conte al Pride di Napoli ne è stato un segnale.