(di Antonio Padellaro – ilfattoquotidiano.it) – Per farmi un’idea dell’aria che tira nella destra meloniana mi regolo sulle cravatte di Italo Bocchino. Se il colore è squillante, di un bel rosa fucsia o sulle tonalità dell’aragosta caprese il messaggio è che le cose da quelle parti vanno benone. Infatti, innalzato il Gran Pavese, ecco che il direttore editoriale del Secolo d’Italia snocciola patriottici numeri sulla crescita inarrestabile della Nazione, a maggior gloria di Giorgia sua. Martedì sera, accidenti, il colletto dello squisito ospite di Otto e Mezzo era addobbato con una preziosa stoffa da esequie solenni, incupita da un navy blu tendente al funerario. Si commemorava la dipartita da presidente della Regione Liguria di Giovanni Toti, e Bocchino era in tinta. Più il nostro eroe si avventurava in una stoica difesa d’ufficio, “in punta di diritto”, dell’allegra combriccola genovese, “innocente fino al terzo grado di giudizio”, più Marco Travaglio lo tormentava con i particolari di una storiaccia nella quale l’istituzione era stata svenduta in un’apoteosi di borse Chanel, bracciali Cartier, suite all’Hotel de Paris e considerevoli stecche (sotto forma anche di fiches a pioggia spendibili al Casinò di Montecarlo). Un calvario al quale, ieri mattina in quel di Agorà (Rai3) Maurizio Gasparri cercava di sottrarsi sparando a casaccio palle in tribuna. Pur di non pronunciare il nome proibito Toti, il senatore di Forza Italia si aggrappava a qualsiasi vicenda nella quale fosse stata minimamente implicata la sinistra, dal caso Puglia in giù. Mancava poco che ricordasse i rubli di Mosca incassati dal Pci. Insomma, a seguito delle disavventure giudiziarie della destra sono stati riesumati gli eroici scudi umani che meritarono nell’era Berlusconi l’imperitura gratitudine di inquisiti e pregiudicati. Tale è la loro dedizione alle cause (perse) che quando li cogliamo nell’atto di lanciarsi, come la cavalleria polacca, contro le forze soverchianti del codice penale verrebbe voglia di gridare: basta, basta.

Un altro che resiste impavido al discredito (e al ridicolo) è lo spensierato ministro della Giustizia, Carlo Nordio. Intervenuto a gamba tesa sulla Procura di Genova come un qualunque agit-prop della destra, ha tirato in ballo la stucchevole questione della giustizia “a orologeria”. Non desterebbe meraviglia se costui promuovesse un provvedimento che vietasse l’arresto dei politici di ogni risma 90 giorni prima di qualunque elezione, cioè sempre.