Con lo spopolamento c’è una progressiva erosione dei diritti fondamentali

Un borgo abbandonato in Calabria

(di Pasquale Tridico – repubblica.it) – Caro Direttore

Lo spopolamento delle aree interne dell’Italia e in particolare del Mezzogiorno è innanzitutto un processo di progressiva erosione di diritti fondamentali di cittadinanza, determinato da idee efficientiste di riduzione dei costi unitari in tutti i servizi, e in particolare nella sanità, nella scuola e nei trasporti. Molto spesso questo processo ha preceduto lo spopolamento; servizi assenti insieme a scarsa occupazione hanno spinto ulteriore migrazione dalle aree interne verso i centri più grossi e spesso dal Sud verso il Nord.

Dall’Unità d’Italia in poi 25 milioni di persone al Sud hanno lasciato le campagne, spesso nelle aree interne, e sono emigrate prevalentemente verso le regioni del Nord, verso l’idea di uno sviluppo che non era progresso ma fine del benessere nei luoghi di partenza, in quei borghi rimasti senza comunità e quindi senza servizi, senza lavoro, senza vita, con i più anziani rimasti a ricordare i borghi e l’idea di una vita lenta, serena, piena di attività, prodotte con costi unitari forse maggiori, rispetto al costo delle metropoli, dove i costi si riducono sulla base dei grandi numeri; ma dove c’era benessere diffuso, ormai andato disperso.

Alla base dello spopolamento c’è un’idea di sviluppo sbagliata, almeno per quei luoghi rimasti senza comunità. Un’idea di sviluppo efficientista, un’idea di sviluppo che si basa sulle dimensioni mega, che erode territorio e che occupa spazi, cementifica; un’idea che accorpa, e che ha come principale orizzonte la riduzione dei costi unitari, e sacrifica diritti sociali.

L’economia di scala come misura di tutto: per le scuole, per gli ospedali, per gli impianti sportivi, per gli uffici pubblici, le poste, i carabinieri e persino per le chiese, come ci ricorda Domenico Cersosimo, un economista dell’Università della Calabria, insieme a Sabrina Licursi, in un libro bellissimo, Lento pede. Vivere nell’Italia estrema del 2023, di Donzelli. Spesso questo è avvenuto prima, non dopo lo spopolamento. È avvenuto in borghi piccoli e medi per farli diventare ancora più piccoli e per condannarli all’abbandono, al fine vita, per la ricerca dell’efficienza.

Siamo ancora in tempo per invertire la rotta? La risposta è si, se rivediamo l’idea di sviluppo alla base della nostra società. E potremmo virare la rotta verso le seguenti 5 direzioni.

1) Quando le quantità si riducono, quando i bambini diventano sempre di meno, quando i cittadini diventano sempre pochi, bisogna puntare sulla qualità e non ridurre ulteriormente i servizi, perché questo accelererebbe lo spopolamento. Infatti, si vedono processi di inversione quando questi borghi, rimasti piccoli, migliorano le qualità e quindi attraggono i ritorni.

2) Durante la pandemia, abbiamo immaginato di rivedere i nostri stili di vita, di ridurre gli agglomerati, di ridurre i tempi di lavoro, di spostarci nei luoghi più piccoli e sani, di praticare lo smart working e il south-working, di decongestionare gli ambienti. Molte aziende private, e nel pubblico, casi come l’esperienza di Inps, hanno permesso ai dipendenti residenti al Sud di lavorare per le sedi del nord attraverso processi tecnologici, organizzativi e lavoro da remoto. Ma dopo solo quattro anni tutto questo sembra di nuovo svanito perché l’efficientismo prevale ancora, l’intensità del lavoro cresce e lo smart working è quasi finito.

3) Il lavoro deve essere integrato dal reddito laddove non basta. Il Novecento ha dato benessere attraverso il lavoro; oggi non è così in molti casi. Il Censis ha scritto nel 2023, un rapporto straordinario in cui ci avvertiva di questo sonnambulismo, della fuga dei giovani, del peggioramento delle condizioni di lavoro, dei salari bassi e della precarietà, che disincentivano l’offerta da parte dei lavoratori, spingono verso dimissioni continue e fenomeni di burning out e rendono il lavoro una grande disutilità difficilmente compensabile con il salario dato. Nelle società moderne, sempre più spesso, ci sono esperimenti di reddito di base o di integrazione di reddito al lavoro, che manca o che non è sufficiente. Il reddito di cittadinanza tratteneva le persone al Sud, in quei luoghi anche con scarso lavoro, perché era legato ad un concetto di offerta di lavoro congrua che non rendeva ricattabile un lavoratore rispetto ad una domanda di lavoro scarsamente retribuita a 700-1000 km di distanza dalla propria residenza.

4) Il quarto punto riguarda l’immigrazione. Le aree interne non sono spente, ma devono essere incoraggiate. Bisogna politicizzare la cosiddetta «restanza», come appunto afferma Cersosimo, incoraggiare una politica di immigrazione e di occupazione di territori abbandonati, come pure è successo in alcune aree del Paese.

5) Apprezzare il valore sociale dei servizi, come la cura agli anziani, la cura dei bambini, la cura del paesaggio, che vengono retribuiti poco perché valutati solo sulla base della produttività marginale del lavoro, con salari che risultano poco incoraggianti. Al contrario, bisognerebbe rivedere il valore sociale di queste funzioni e retribuire non solo secondo la produttività, ma anche sulla base delle esigenze del paese e delle aree interne, lavori che hanno un valore non solo economico, per sostenere la restanza in quei borghi rimasti senza comunità.