Tutto racconta dell’unica vera emergenza che forse la politica nazionale sta vivendo. Senza distinzione di partito, da destra a sinistra, o di latitudini, dal Tavoliere alle Alpi

(di Carmelo Lopapa – repubblica.it) – Quanto sta avvenendo all’ombra dell’Etna non è differente da quel che è successo nella Puglia connection o nel familismo in salsa piemontese ancora pochi giorni fa. Che sia il vicepresidente della Regione Siciliana o l’assessore della giunta pugliese o il politico di turno torinese poco importa. Tutto — ogni dettaglio del malaffare che diventa voto di scambio, che poi altro non è che ricatto politico — ci racconta dell’unica vera emergenza che forse la politica nazionale sta vivendo e ostinatamente ignora. Senza distinzione di partito, da destra a sinistra, o di latitudini, dal Tavoliere alle Alpi. L’emergenza risponde al nome di trasformismo.

Quel leggiadro e irresponsabile vagare da un recinto all’altro a caccia di voti, magari acquistati a 50 euro cadauno, schede che diventano magicamente chiavi con cui aprire porte dei palazzi e stanze del potere. È il nomadismo dell’indecenza, nel quale il plenipotenziario di Matteo Salvini in Sicilia era maestro, benché neanche quarantenne. Dall’Udc al Pd, da Forza Italia alla Lega. La spregiudicatezza come brand, per condizionare il leader di turno. Con Sammartino ci sono cascati tutti, dal 2012 ad oggi, dai centristi a Matteo Renzi, da Salvini al governatore Renato Schifani, che pur non avendo nulla a che fare con quei metodi lo ha voluto al suo fianco, a sugello e garanzia della sua presidenza. Del resto, era accaduto quindici giorni fa alla giunta Emiliano targata Pd, con l’assessora ai Trasporti della Regione Puglia, Anita Maurodinoia, neo dem anche lei, coinvolta in un’inchiesta della procura di Bari per voto di scambio e corruzione elettorale. Costretta alle dimissioni. Un trascorso nel centrodestra prima di essere calamitata da quell’idrovora dei ras che si è rivelato essere Michele Emiliano. Non avrebbe potuto dimettersi da alcunché l’ormai ex consigliere comunale di FdI, il palermitano Mimmo Russo, finito in galera per concorso esterno in associazione mafiosa. Ma il metodo era quello consolidato: soldi, buoni benzina e posti di lavoro ai parenti dei mafiosi, è l’accusa (ancora tutta da dimostrare in processo). Ma tanto è bastato.

Appare abbastanza evidente che non ci sia codice etico che tenga, non ci sono regole e prescrizioni che possano arginare la corruzione e l’arrivismo di chi è disposto a tutto pur di scalare una poltrona. Se ne faccia una ragione Elly Schlein: dalla Campania al Piemonte, non saranno i codici a neutralizzare i cacicchi. Non sarà una tessera con l’immagine di Enrico Berlinguer a fare da scudo, se poi governatori e potentati locali accolgono chiunque bussi alla porta, perfino gli ex nemici. Sammartino — se ci si vuole soffermare sull’ultimo caso di cronaca — è transitato anche nei ranghi del Pd renziano come detto, nel 2019, col paradosso che il ras cercava allora voti a modo suo per l’inconsapevole Caterina Chinnici, figlia del giudice assassinato e magistrata lei stessa, poi finita chissà come nelle file di Forza Italia. Se non fosse tutto vero, sembrerebbe una trama dell’assurdo da Ficarra e Picone.

Il fatto è che i buoni propositi poi si infrangono sempre contro la realtà. E dunque contro la politica che, come ricordava Rino Formica dalla lontana Prima Repubblica, era e forse ahinoi rimane “sangue e merda”. Ecco, se lo fosse un po’ meno, nel 2024, forse non sarebbe male.

E invece prevale lo sconforto e un senso vago di sconfitta, a poche settimane dalla maxi tornata delle Europee e delle amministrative in 1342 comuni e in Piemonte. Deflagra una questione morale che certo non investe solo la sinistra. Se la premier guardasse nel suo partito e in quello dei suoi alleati con onestà intellettuale e col fiuto da politica nata che universalmente le viene riconosciuto, ecco, ammetterebbe che il problema, anzi l’emergenza, è appunto trasversale. E non se la caverà certo inviando a Bari una commissione del Viminale per tentare di sciogliere per mafia un Comune virtuoso come quello amministrato da Antonio Decaro.

Sia chiaro, quella a cui assistiamo non è un’emergenza giudiziaria. Non siamo di fronte a una nuova gigantesca tangentopoli della corruzione trent’anni dopo. Il dramma da affrontare è tutto politico.

Le inchieste e gli scandali sono sempre eguali, così banalmente ripetitivi, prevedibili eppure apparentemente imprevisti dai protagonisti del malaffare, puntualmente braccati. Sono i partiti a dover fare selezione, una cernita brutale al portone d’ingresso. Lo si dice sempre, non accade mai: portare una dote elettorale da migliaia di voti non dovrebbe trasformarsi in passepartout per qualsiasi candidatura, sotto qualsiasi bandiera. Anzi, proprio la transumanza pregressa dovrebbe servire di per sé da deterrente al vaglio dei leader. Cartina di tornasole di un’infedeltà conclamata e di un’incoerenza cronica di questi “animali” politici senza fissa dimora.

Diciamo che il campanello d’allarme non ha funzionato nella Lega di Matteo Salvini. Non ha fatto da filtro nemmeno il partito che era nato col vagito di “Roma ladrona”, sventolando cappi in Parlamento e invocando le manette di Mani Pulite. Ora, se la leadership del vicepremier finirà nella polvere, da qui a qualche tempo, se c’è una cosa che i suoi governatori e i dirigenti del partito non gli perdoneranno, non sarà solo l’aver abbandonato le istanze nordiste e nemmeno aver dilapidato un patrimonio di consensi che valeva il 34 per cento per ridurlo a una cifra. No, Salvini sarà giudicato e forse politicamente condannato dai suoi per aver snaturato il partito, aperto i recinti fino a trasformare il Carroccio in un caravan serraglio.