(DI ANTONELLO CAPORALE – ilfattoquotidiano.it) – L’uomo è un legno storto, diceva Kant. Anche il Pd non riesce a stare dritto. Soffre dalla nascita perché gli è capitato di subire la manomissione della propria identità. È stata infatti liberata l’idea che non sempre la passione fosse il carburante necessario per mandare avanti il partito. E che anzi la presenza dei cacicchi producesse una ricchezza magari insidiosa ma indispensabile.

Quindi le opzioni ideali di questo grande partito del maggioritario, forza della sinistra democratica che da sola – come immaginava il suo primo segretario Walter Veltroni – avrebbe ipotecato il governo si è trasformata presto in una federazione di piccoli e grandi potentati, alcune volte monarchi intramontabili, altre occhiuti satrapi.

E la condotta generale è stata quella di lasciare a ciascun capo corrente la propria fetta di potere e in quella fetta le diverse comunità locali legittimate ad autogovernarsi e auto assolversi, al punto che la leadership, oggi affidata all’innocente Elly Schlein, debba continuamente fare i conti con realtà sconosciute e ripiegare attraverso un corridoio oscuro e pericoloso.

Ieri Bari, oggi Torino, domani chissà.

Un partito diviene ingovernabile se la sua tenuta è soggetta alle attività di polizia giudiziaria, subisce l’andirivieni di giudici o la ferita di inchieste giornalistiche appena accennate. E diviene un partito indiscutibilmente recessivo perché non pare avere la forza (per la verità neanche la voglia) di tranciare la fune della condotta immorale di troppi suoi dirigenti che lo impiglia e lo fa incespicare. Liberarsene è invece la prima urgenza perché è ormai dimostrato che la sinistra è a secco di voti perché è a secco di passione.

Se si vuole cambiare l’Italia bisogna anche chiedersi da chi farla cambiare.