LA MOZIONE DI SFIDUCIA – “Siamo convinti che non arriverà il rinvio a giudizio”

(DI ILARIA PROIETTI – ilfattoquotidiano.it) – Il primo ad arrivare di buon mattino alla Camera è Francesco Lollobrigida anche se poi, al momento del voto, è già lontano: al ministero dell’Agricoltura per una conferenza stampa su Sua maestà il vino. In aula non c’è neppure Giorgia Meloni né l’altro pezzo da novanta Raffaele Fitto, ma niente che possa suggerire l’idea di un distinguo. Il tabellone, del resto, segna presente (e votante) Carlo Nordio: il ministro della Giustizia è a Montecitorio per confermare la fiducia a Daniela Santanchè oggetto della mozione con cui le opposizioni chiedono il suo passo indietro dal governo, cause inchieste che la vedono plurindagata per l’affaire Visibilia. Della caccia a chi c’è, chi si imbosca alla prima chiama, chi scompare e riappare, alla fine rimane solo la conta ufficiale: i 213 voti con cui il centrodestra allargato fa compattamente quadrato attorno alla ministra del Turismo, liquidano in un amen la pratica della mozione di sfiducia o spallata che dir si voglia di M5S e Pd.

Il risultato è che la Dani nazionale per la quale si sono mobilitati anche i renziani versione Italia-Twiga, resta al suo posto. E non è tutto. La combo con Iv sulla mozione sembra saldare un asse che qualcuno in Fratelli d’Italia chiama “primato della politica sulla giustizia”: ha avuto un antipasto di lusso, appena pochi giorni fa, nelle Giunte delle immunità di Camera e Senato, che hanno scudato dalle grinfie dei magistrati di Firenze Matteo Renzi e Compagnia sul caso di Fondazione Open.

E pace se l’ultragarantismo in casa Meloni è tutto sommato moneta di nuovo conio come sa bene Maria Elena Boschi: tutto è perdonato, il petalo più pregiato del fu giglio magico è lì a pigiare il bottone per la buona battaglia che passa per il rinnovo della fiducia alla ministra del Turismo. Appesi, i renziani, a Giovanni Donzelli un tempo ferocissimo con papà Boschi per via di Banca Etruria e che ieri su Santanchè sussurrava dolcezze: “Siamo convinti che non arriverà il rinvio a giudizio. Nelle sue vicende, quando la giustizia le ha affrontate, ha dato ragione a lei, non ai giornalisti di sinistra” si è sbilanciato, forse confortato dalla presenza di Nordio. Se invece la faccenda non dovesse finire su un binario giudiziario morto comunque resta la parola data: “Noi abbiamo fiducia in Daniela: ha detto che in caso di rinvio a giudizio farà una riflessione”.

L’idea di un passo indietro non è certo nei pensieri dell’interessata: “Il mio stato d’animo è uguale a quello di ieri, a quello di una settimana, di un mese fa. Sono assolutamente tranquilla”, ha detto ieri dopo che la Camera aveva parlato con un voto schiacciante in suo favore: il tempo di promuovere a pieni voti la proposta di M.E.Boschi – per intenderci, la mordacchia ai giornalisti in campagna elettorale – e poi via: “Ho cose più importanti da fare”. Inutile chiederle dell’inchiesta della Procura di Milano: è indagata per falso in bilancio e bancarotta e pochi giorni fa le è stato notificato l’avviso di conclusione delle indagini per l’ipotesi di truffa ai danni dell’Inps (i dipendenti di Visibilia messi in cassa integrazione al tempo del Covid a spese dello Stato che però avrebbero continuato a lavorare per lei).

In Fratelli d’Italia danno per sicura l’intenzione di Giorgia Meloni di costringerla alle dimissioni se dovesse finire a processo. Ma qualcun altro, a margine del voto sulla mozione di sfiducia di ieri, indicava col dito due colleghi: il primo, Andrea Delmastro rimasto al suo posto in Via Arenula nonostante sia già a processo anche se per tutt’altra fattispecie. L’altra, Augusta Montaruli, costretta a lasciare il posto da sottosegretaria, ma solo dopo la condanna definitiva per l’uso improprio dei fondi dei gruppi consiliari del Piemonte risalente agli anni 2010-2014.