
(di Giorgia Audiello – lindipendente.online) – Dall’Istat arrivano dati inaspettati e in un certo senso sorprendenti per l’economia italiana: a dispetto di una narrazione martellante e a senso unico – spesso propugnata dai sostenitori dell’austerity e del neoliberismo – che ritrae la Penisola come uno degli Stati più indebitati e più “spreconi” d’Europa, l’istituto italiano di statistica ha registrato un calo del rapporto tra debito pubblico e Prodotto interno lordo (PIL): quest’ultimo, nel 2023 è sceso al 137,3%, rispetto al 140,5% del 2022, segnando un importante -3,2% che diventa addirittura un – 18% rispetto al 155,3% del 2020. Secondo un’analisi del Sole 24 ore si tratta della diminuzione maggiore tra tutti i Paesi europei. Il dato è accompagnato anche da un ulteriore risultato positivo, ossia l’aumentato al 73% della quota di debito pubblico nazionale nelle mani delle famiglie italiane, grazie al loro acquisto dei BTP (buoni del tesoro poliennali). Sebbene i media e i commentatori appartenenti all’area di centro-destra celebrino la diminuzione del rapporto debito-PIL come un “trionfo” del governo Meloni, è necessario sottolineare che, in realtà questa tendenza è in atto già da diversi anni: il primo calo significativo, infatti, si è già registrato tra il 2020 e il 2021, quando tale rapporto è passato dal 154,9% al 147,1%.
Sempre secondo il Sole 24 ore, l’Italia sarebbe l’unica nazione tra quelle del G7 “ad essere riuscita a ridurre il debito pubblico al netto della spesa per interessi negli ultimi 28 anni”: a ben guardare, negli ultimi decenni si è registrato un notevole aumento del debito soprattutto negli anni della recessione finanziaria mondiale del 2008/2009 e durante la recessione europea del 2012-2013, seguita alla crisi dei “debiti sovrani”. Andando ancora più indietro nel tempo, invece, la vera e propria esplosione del debito italiano si registra a partire dal 1981, in seguito al cosiddetto divorzio tra il Tesoro e la Banca d’Italia: un evento che ha provocato l’impennata del debito poiché la banca centrale non garantiva più i titoli, determinando quindi un aumento dei tassi d’interesse. L’Italia risulta peraltro uno dei Paesi più virtuosi a livello europeo, e non solo, per quanto riguarda l’avanzo primario: negli ultimi 30 anni, infatti, ha sempre speso meno del totale delle entrate, al netto degli interessi sul debito. Si tratta di un dato confermato anche dall’FMI che ha una sezione dedicata agli avanzi primari registrati in rapporto al Pil per 115 Paesi del mondo dal 1990 a oggi: stilando una classifica, è emerso che l’Italia si posiziona all’undicesimo posto con un avanzo primario medio annuo dell’1,75% rispetto al PIL.
Da notare, inoltre, come la discesa del debito pubblico negli ultimi quattro anni sia avvenuta in concomitanza ad un aumento del deficit, smentendo quindi le dottrine economiche neoliberali improntate all’austerità, secondo cui per ridurre il debito pubblico, è necessario ridurre il deficit e la spesa pubblica. È facilmente constatabile del resto come, durante gli anni “lacrime e sangue” del governo Monti, in cui si è seguita la ricetta economica della “spending review” raccomandata da Bruxelles e dai “mercati” (taglio delle voci di spesa), il debito pubblico sia aumentato, mentre il PIL si è contratto a causa del calo della domanda interna dovuto agli scarsi stimoli fiscali (aumento della spesa pubblica o riduzione delle tasse). Di contro, a partire dal 2020, a fronte di un aumento del deficit – reso necessario anche a causa della crisi sanitaria prima e di quella energetica dopo per sostenere l’economia – il debito pubblico è in calo: secondo i dati, il deficit in rapporto al pil è stato pari al 7,2% nel 2023, all’8,6% nel 2022 e al 9,4% nel 2021. Si tratta di deficit ben più alti della soglia del 3% fissata dai parametri di Maastricht. “Dal lato della domanda interna nel 2023 si è registrato, in termini di volume, un incremento del 4,7% degli investimenti fissi lordi e dell’1,2% dei consumi finali nazionali”, scrive l’Istat.
Accanto alla diminuzione del debito e alla crescita della domanda interna e del Pil (+ 0,9%), si registra anche un aumento dell’acquisto di BTP da parte delle famiglie che, sempre secondo il Sole 24 ore, a novembre scorso detenevano 382,6 miliardi di euro di BTP, ossia 123,2 miliardi in più rispetto a dodici mesi prima, pari ad un incremento del 47,5% in un anno. In questo modo, il debito pubblico non è interamente nelle mani degli investitori internazionali, segnando un’inversione di tendenza rispetto all’internazionalizzazione del debito. Secondo il centro destra e alcuni analisti, a pesare sui conti pubblici italiani è il Superbonus 110 introdotto dal governo Conte II: i dati Enea aggiornati al 31 gennaio accertano che le detrazioni maturate per i lavori conclusi a carico dello Stato ammontano complessivamente a 107,37 miliardi, in deciso aumento rispetto ai 99,7 miliardi di fine dicembre, il 70% dei quali sarà da pagare entro il 2027.
In generale, la diminuzione del rapporto debito/pil, a fronte di un aumento della spesa pubblica, non smentisce solo le teorie economiche anti-keynesiane improntate sull’austerità, ma anche quella narrazione per cui l’Italia è un Paese irresponsabile non in grado di gestire i suoi conti pubblici, contrariamente alle presunte nazioni virtuose del nord Europa. Uno stereotipo demolito anche dai recenti scandali legati ai trucchi contabili e alla poco trasparente gestione dei conti pubblici da parte di Berlino.
Però alla fine lo Stato italiano paga il 2% di interessi in più ai sottoscrittori dei propri titoli di stato rispetto ai Bund tedeschi, il famoso spread.
Se avessimo tutti le stesse condizioni di accesso al mercato dei capitali, per appartenenza ad una moneta unica, credo che il rientro dal debito assumerebbe la direzione di una retta in discesa.
E con l’avanzo potrebbe venir ridotta la pressione fiscale su chi le tasse le paga.
E al contempo aumentare gli interventi di sostegno pubblici in economia e nei servizi al cittadino e famiglie, per favorire un’ inversione della curva demografica indirizzata all’ estinzione.
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Ottima osservazione sul primo punto; perchè paghiamo uno spread più alto? Ci sarà un motivo.
Sul secondo punto lasciami dissentire; l’appartenenza ad un unica moneta non ti da un più facile accesso al mercato dei capitali; quello dipende da altro che so che sai, quindi non perdo tempo.
Giusto a titolo esemplificativo, ci sono economie dollarizzate o stati che adottano politiche monetarie di cambio fisso con una valuta di riferimento; il dollaro per essere chiari, eppure non hanno facile accesso al mercato dei capitali proprio per la loro situazione economica.
In fondo, a prescindere dal conio, l’euro questo è cioè un accordo tra 27 stati che hanno deciso di adottare un cambio in somma fissa delle rispettive valute nazionali con una di riferimento; appunto l’euro.
In fatto di debito pubblico la moneta è alla fine neutra; detto semplicemente se io sono uno con le mani bucate e spendo più di quel che incasso, ( o incasso meno di quel che dovrei=evasione fiscale) indipendentemente dal fatto che il mio stipendio sia in dollari, euro, rupie indiane o tenghè dal Kazakstan, cambia niente
L’avanzo primario, che dalla stampa viene presentato come una luce brillante è in realtà una iattura perchè come tu osservi, sono soldi che potrebbero essere spesi ed invece sono l’unico biglietto da visita decente che abbiamo per avere accesso al mercato dei capitali senza che lo spread voli alle stelle.
Infine ti ricordo che siamo in italia e certa spesa che, come tu scrivi, sarebbe auspicabile, finisce nelle mani di cricche cosche e caste; ciò a voler dire che possiamo avere tutte le politiche economiche più virtuose che vuoi ma se ci sono le ccc non si va da nessuna parte.
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Articolo onesto nei numeri; ma non da molte spiegazioni sull’origine dei numeri.
Non si tratta di un dettaglio, poichè permette di capire se il dato positivo è strutturale oppure congiunturale.
Partiamo dal deficit, che grazie al superbonus e bonus ediizi vari è schizzato, con buona pace di coloro che, facendo avanspettacolo, dicono che il superbonus abbia fatto crescere il pil, vero, però poi il conto si paga; un pò come al ristorante, prima si mangia e si beve e son soddisfazioni, ma alla fine il conto si paga; talvolta con sorprese non tanto piacevoli per chi deve pagare; se poi a dover pagare il conto è uno già pieno di debiti il pagamento del conto rischia di finire in tragedia.
Il deficit passa dal 5,3% previsto nella NaDef al 7,2%; ciò ad esempio spiega l’aumento dei carburanti e delle sigarette in italia; si tratta, vuoto per pieno, di circa 40 MLD, ma non è l’unica spiegazione degli aumenti di spesa richiesti agli italiani.
Andiamo a vedere il rapporto debito/Pil; il pil nominale è cresciuto e tale crescita è in buona parte attribuibile alla riduzione dei prezzi dell’energia, intesa come importazioni e non come bollette pagate dagli utenti.
Le importazioni, nel loro complesso, danno un contributo negativo al deflatore del PIL; quindi se le importazioni diminuiscono i deflatore del pil aumenta e quindi il pil nominale aumenta.
Il dato è quindi da ritenere congiunturale e non strutturale; ma per un governo che ha una visone temporale a corto raggio va bene così.
Infine la nota positiva (?) della quota di debito pubblico detenuta dalle famiglie italiane.
L’acquisto di titoli di stato se visto come forma di risparmio precauzionale, non è un buon segnale; i soldi , se spesi avrebbero favorito la crescita; questo lascia comprendere come ci sia una sfiducia dei cittadini/ risparmiatori riguardo il futuro; infine aggiungo che l’aumento monstre dei titoli di stato ha una base esigua; circa l’8% del debito è nelle mani delle famiglie; se diamo per buono un incremento dell’87% vuol dire che si arriva circa al 15%; ben lontani dai numeri che c’erano negli anni 70 e 80.
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