Parlare di Carlo Calenda non è facile, non tanto perché sia arduo decrittare le sue mosse politiche (quello è semplicissimo), ma perché è in corso un’eterna lotta tra il Calenda […]

(di Andrea Scanzi – ilfattoquotidiano.it) – Parlare di Carlo Calenda non è facile, non tanto perché sia arduo decrittare le sue mosse politiche (quello è semplicissimo), ma perché è in corso un’eterna lotta tra il Calenda privato (simpatico, autoironico, fumantino e verace, a tratti persino cazzaro) e quello pubblico (aggressivo, vanaglorioso, destrorso, politicamente miope per non dir cieco, non solo a tratti persino cazzaro). Ora che si è messo in casa persino Ettore Rosato ed Elena Bonetti, fuoriusciti da Italia Viva e quindi dal nulla, la sua “Azione” intende specializzarsi ancora di più nell’accogliere bolliti, residuati e transfughi di terza fila: son soddisfazioni! Calenda ha proprio un debole per tutti coloro che – fuori tempo massimo e con poca convinzione – fingono di pentirsi di aver creduto a Renzi o Berlusconi. Non appena c’è uno scappato (di casa) da Forza Italia o Italia Viva, Calenda li tessera con gioia garrula. Una perversione come un’altra, direte voi. E avete ragione. Ma è certo che esistano depravazioni meno indigeste. Nonché assai più goderecce e dunque soddisfacenti.

L’ultimo Calenda è in parte diverso da quello di qualche anno fa, non solo per la ritrovata forma fisica: ha perso molto peso, per via di un’operazione andata a buon fine, e – tra una scazzottata verbale e l’altra – avrà sempre l’affetto di chi qui scrive. Dopo essersi fidato come un bischero di Renzi, sebbene quasi tutti gli dicessero che continuare a fidarsi della Diversamente Lince di Rignano nell’estate 2022 equivalesse a esser scemi, Calenda si è differenziato dal suo ex socio in alcune (mai troppe) circostanze. Per esempio nella lotta al salario minimo, che Calenda combatte pur se affiancato da persone che politicamente detesta (Conte, Schlein e Fratoianni) e l’amico di Bin Salman no. Oppure nell’opposizione a Sgarbi, anche se qui è riscontrabile uno dei tanti malfunzionamenti politici di Calenda: il guardar quasi sempre il dito e quasi mai la Luna. Finché Fatto QuotidianoReport e inquirenti hanno messo nero su bianco le criticità infinite del sedicente sottosegretario ai Beni culturali (gestione sbarazzina di quadri, tasse non pagate, attività non consentite per chi è sottosegretario, ecc), Calenda non ha detto nulla. Poi, quando quel che resta di Sgarbi ha dileggiato qualche parlamentare sui suoi canali social, è scattato sull’attenti gridando al “sessismo”: certo, Sgarbi è anche sessista (da sempre), ma quello che aveva fatto fino al giorno prima a Calenda andava bene?

Politico a scoppio ritardato e dalla visionarietà fuori controllo (nel senso che spesso vive in un mondo parallelo), Calenda ha allo stato attuale quattro grandi colpe. 1) Sulla giustizia la pensa come Nordio, non per berlusconismo ma per idea deviata di garantismo. 2) Un suo centurione, tal Costa, ha partorito quell’orrore che chiameremo qui per brevità “legge bavaglio”. 3) È l’idolo del Foglio (pure sulla politica estera, e qui è lecito rabbrividire). 4) La sua idea di opposizione a Donna Giorgia Meloni è così annacquata che, in confronto, Carlo Conti pare quasi Bakunin.

Resta da dire, qui, dell’aspetto più comicamente affascinante del Calenda politico: la famigerata “questione alleanze”. Ogni volta che gliene parlano, lui prende d’aceto e sbrocca con un profluvio di supercazzole astiose (epico a fine 2023 a Otto e mezzo, quando andò in studio per presentare il suo nuovo libro e finì con l’inveire su tutti perché rei di chiedergli cosa intendesse far da grande). Per Calenda non ha senso parlare di alleanze, perché lui non starà mai coi grillini e perché – soprattutto – il suo centro è destinato a far sfracelli. Ohibò! Magari ha ragione lui, ma sono anni che il suo partito non si schioda da percentuali che financo Rizzo reputerebbe deprimenti. Calenda è così: sarebbe anche bravo, ma il Calenda che è in lui non smette neanche per un attimo di sabotarlo.