ORDINARIO DI STORIA DEL PENSIERO POLITICO – “Parlare di ‘onore’ è desueto, nonostante la Costituzione. C’è il rischio della resa, della rassegnazione cinica. Una democrazia è tanto più in salute quanto più intenso è il controllo dei governati sui governanti”

(DI ANTONELLO CAPORALE – ilfattoquotidiano.it) – Non ci si indigna più. Nulla sconcerta, nulla stupisce. Professore, cos’è l’indignazione?

L’indignazione è una passione. Per Hobbes è il dolore che si prova davanti a chi goda di una fortuna immeritata. È il contrario dell’indifferenza: presuppone un’attenzione e una capacità di giudizio che non sono più moneta corrente. E implica che la dignità sia un valore. Tuttavia, perché non resti una passione triste ma diventi una passione politica, l’indignazione deve tradursi in azione collettiva.

L’astenia sociale è una causa del degrado pubblico oppure ne è l’effetto?

Credo sia un circolo vizioso. Parlerei di apatia. Il massimo teorico della democrazia moderna, Tocqueville, vedeva nell’uomo democratico un individuo senza grandi passioni, a-patico, disinteressato alla sfera pubblica. E notava che in democrazia, dove l’opinione pubblica non riesce a colpire, il sentimento dell’onore s’indebolisce. Di conseguenza, anche l’indignazione. Nonostante la Costituzione la menzioni espressamente, la parola “onore” è ormai desueta, la si sente solo quando si parla di mafia. Ma è evidente che l’atomismo sociale e la disaffezione crescono anche per il senso d’impotenza davanti a una classe politica impegnata a eternarsi o per l’effetto-loop generato dai talk, dove tutti i santi martedì le stesse maschere ripetono la stessa parte.

La società non è più turbata dai comportamenti di chi dovrebbe governarla. Ha il sapore della resa. È così?

Certo che c’è il rischio della resa, della rassegnazione cinica. Una democrazia è tanto più in salute quanto più intenso è il controllo dei governati sui governanti, obbligati a rendere ragione del proprio operato. Per ottenere questo risultato occorre una società civile vigile. La scarsità del capitale sociale è un’emergenza di cui si parla poco o alla quale ci si è assuefatti. Quando il capitale sociale è scarso, il Principe gioca sul velluto. Come pure quando l’opinione pubblica ha memoria corta.

Si avvia una riforma elettorale che vorrebbe premiare ancora più decisamente la sovranità popolare. E allo stesso tempo non si tiene cono che – per esempio – candidarsi alle europee senza avere la minima intenzione di andare a Strasburgo è un modo per tradirne la fiducia.

Ci si candida per lucrare sul capitale simbolico accumulato in Patria, magari dopo anni spesi a delegittimare le istituzioni comunitarie. È un modo per sabotare legalmente il meccanismo della rappresentanza. Ed è anche un modo provinciale di intendere le elezioni europee: non guardando all’Europa, peraltro in una fase della sua storia che richiederebbe ben altre assunzioni di responsabilità, ma al proprio italico ombelico, alla ridefinizione dei rapporti di forza sul fronte interno.

Alle ultime regionali in Lazio e Lombardia ha votato poco più del 40 per cento degli aventi diritto. Cos’altro deve accadere per ritenerla un’emergenza democratica?

Se la retorica di questi anni è contrassegnata dal primato della governabilità sulla rappresentanza, pensiamo davvero che la partecipazione interessi a qualcuno?

I cosiddetti governatori decidono di cambiare le regole e candidarsi per il terzo mandato, come se dieci anni di gestione del potere non fossero sufficienti e non fossero stati per questo ritenuti inderogabili. Sono i nuovi satrapi. Eppure silenzio assoluto.

Già nel chiamarli “governatori” c’è il sentore della hybris, oltre che l’ossequio reso al Principe. Sposterei l’accento sull’inconsistenza di partiti sotto ricatto, sulla fragilità della loro democrazia interna, sulla pochezza del personale politico. Qui alligna il potere personale del capo: nell’assenza di un contrappeso che freni le sue ambizioni e nel deserto delle alternative. Di qui il passo per il “dopo di me il diluvio” è breve.