FUTURO – Chi a Tel Aviv proclama la pulizia etnica dei palestinesi finisce per richiamare il tragico “Muoia Sansone con tutti i filistei!”, altro che rinascimento. Teheran cerca il suo posto nel mondo come “seconda Cina”

(DI GAD LERNER – ilfattoquotidiano.it) – Il prolungarsi del conflitto mediorientale ci pone di fronte a interrogativi radicali, per certi versi angosciosi.
Primo interrogativo: Israele ha un futuro? In una regione che in un secolo ha visto più che decuplicata la sua popolazione sia palestinese sia ebraica, lacerata da un crescente fanatismo etnocentrico, può bastare la netta superiorità militare a garantire la sopravvivenza di uno “Stato-nazione del popolo ebraico”, com’è scritto nella legge fondamentale approvata a stretta maggioranza dalla Knesset nel 2018? E la preservazione di tale omogeneità non implicherebbe l’allontanamento di milioni di palestinesi, non solo da Gaza ma anche dalla Cisgiordania, come perseguito dai coloni dei territori occupati sostenuti dai ministri dell’estrema destra israeliana?
Secondo interrogativo: quale ruolo spetterà nel futuro Medio Oriente all’Iran, ovvero la Persia, nazione di 90 milioni di abitanti con millenaria, gloriosa vocazione imperiale? Davvero la pressione congiunta delle petromonarchie del Golfo, di Israele e degli Usa può aiutare la società civile iraniana a liberarsi dal giogo oscurantista del khomeinismo? Il destino che si prospetta all’Iran è il ritorno al giogo coloniale cui più volte si è ribellato nel secolo scorso?
Ciascuno a modo suo Israele e Iran scoprono di vivere una condizione anacronistica. Sono due potenze cresciute nel secolo scorso che si fronteggiano come grandi imprevisti della storia. Esaminarle una di fianco all’altra, pur nella loro evidente diversità, può contribuire a orizzontarci nella guerra che si prolunga.
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Israele. Il testo fondativo del sionismo, Lo stato ebraico di Theodor Herzl, pubblicato nel 1896, non contiene alcun riferimento né alla Bibbia né alla terra di Palestina. Vi si trovano perfino accenti che oggi suonerebbero antisemiti, laddove sollecita le nazioni europee a liberarsi del “fastidio” della presenza ebraica. È un paradosso, naturalmente. Ma resta il fatto che la stragrande maggioranza degli ebrei che emigravano dall’Europa per sfuggire alle persecuzioni scelse di attraversare l’Atlantico, non l’aliyah nella terra ancestrale. Ciò non toglie che il sionismo sia cresciuto sull’onda degli altri movimenti nazionalisti otto-novecenteschi ben prima della Shoah. Sbaglia chi, nel bene o nel male, tratta lo Stato d’Israele come un lascito di quella tragedia. All’epoca il sionismo era dunque interamente laico, né messianico né religioso. La sua componente di destra sosteneva già un secolo fa che con gli arabi era impossibile convivere, e dunque in Palestina andava creata una patria esclusiva per gli ebrei; ma i fondatori dello Stato si guardarono bene dal teorizzarlo. È altresì innegabile che durante la guerra d’indipendenza pianificarono operazioni violente di pulizia etnica, dentro e oltre i confini indicati dalla Società delle nazioni. Una ferita che brucia tuttora, anche perché i Paesi arabi si opposero alla prevista nascita di uno Stato palestinese. Ma il contesto storico era ben diverso da quello attuale. Per quanto crudele, fino alla metà del Novecento il trapianto forzato di intere popolazioni restava fenomeno diffuso: in Urss, nell’Europa centrale, in Medio Oriente. Tutto sta a chiedersi se la pulizia etnica sia ancora teorizzabile e, soprattutto, praticabile, nell’epoca della globalizzazione. Dopo che la vastità dei flussi migratori ha generalizzato, benché faticosa, la convivenza di etnie diverse negli stessi luoghi. Le destre nazionaliste continuano a idealizzare l’omogeneità culturale, quando non addirittura etnica, degli Stati. E per questo assumono Israele come modello. Ma è per prima la società israeliana, pur minacciata nella sua esistenza dal nazionalismo religioso di Hamas, a doverselo chiedere: davvero ritiene verosimile conservare sicurezza e democrazia escludendo ogni forma di convivenza con i palestinesi che non sia di loro sottomissione? Fino pianificarne con la violenza nuovi esodi, oggi da Gaza e domani dalla Cisgiordania? Credo, e voglio sperare, che non sia così. Perché l’esito finale di un tale disegno richiamerebbe il tragico episodio biblico che si narra avvenuto proprio a Gaza: “Muoia Sansone con tutti i filistei!”. Il contrario del sogno sionista e del rinascimento ebraico che ne è conseguito.
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Iran. L’immenso moto rivoluzionario che nel 1979 portò alla cacciata dello Scià, Reza Pahlavi, despota vassallo degli Stati Uniti, riunì nelle piazze dell’Iran una pluralità di soggetti: intellettuali, commercianti dei bazar, comunisti, femministe, religiosi progressisti e conservatori, musulmani, ebrei e cristiani. Gli storici sono unanimi nel ricordarlo. Oggi è facile deridere Michel Foucault e le sinistre occidentali che guardarono con ammirazione a quel movimento di liberazione antimperialista. Ma fu solo negli anni successivi che l’ayatollah Ruhollah Khomeini, non senza opposizioni represse nel sangue, impose alla società civile iraniana il cappio di un governo religioso assolutistico. Volgendo la rivoluzione in controrivoluzione con modalità non poi così dissimili da quanto fecero i fascismi europei. Favorito anche dalla miope e aggressiva reazione del campo occidentale.
L’orgoglio imperiale persiano umiliato prima dallo Zar russo e poi dal Regno Unito e dagli Usa, rinasceva facendo leva sul diffuso sentimento anticoloniale oltre che su un’interpretazione deformata della dottrina sciita. Vennero calpestati la libertà delle donne e il pluralismo di una società certamente più evoluta di quelle arabe. Khomeini destabilizzò l’intera regione indirizzando la rabbia popolare contro il Grande Satana (Usa) e il Piccolo Satana (Israele). Con un’abile operazione di egemonia culturale e di armamento bellico gli ayatollah ispirarono nuove formazioni integraliste dall’Iraq allo Yemen, dal Libano fino alla striscia di Gaza, tanto da rappresentare una seria minaccia per le confinanti petromonarchie (altrettanto reazionarie) del Golfo. Così l’Iran si è proposto all’intero mondo islamico come modello rivoluzionario alternativo; e benché Israele disti migliaia di chilometri la propaganda khomeinista lo ha eletto a bersaglio ideale. Ancora oggi con l’accortezza di non muovergli direttamente una guerra suicida, ma facendo dell’“entità sionista” l’emblema del nemico da distruggere. Quello stesso nemico a cui, tramite i cosiddetti accordi di Abramo, i monarchi arabi divenuti avidi finanzieri svendevano la causa palestinese. Su tutto ciò incombe lo spettro della bomba atomica iraniana, l’arma di un futuro nel quale l’antica Persia tornerebbe a esercitare il ruolo perduto di superpotenza.
Orbene, quel grande paese assoggettato a un regime detestabile sta cercando il suo posto nel mondo. I ricorrenti moti di rivolta che lo scuotono al suo interno vengono repressi con brutalità. Sono ammirevoli ma non trovano rappresentanza politica. Mi chiedo allora se insistere dall’esterno nel perseguimento di un regime change non sia l’ennesima iniziativa da apprendisti stregoni. Sembra esserne consapevole Biden, che da vicepresidente di Obama fu artefice di un fragile accordo con Teheran sul nucleare, e che ora cerca di frenare le continue provocazioni anti-iraniane del governo Netanyahu. L’Iran non è uno Stato-canaglia qualsiasi. Semmai per continuità statuale e tradizioni millenarie è paragonabile alla Cina. Non sarà una guerra a piegarlo. Solo il riconoscimento di un suo spazio vitale autonomo potrà restituire fiducia nel futuro agli iraniani oppressi e a quindi anche a noi.
Bravo; Da quando scrive per il fatto Gad LERNER è migliorato moltissimo!
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