SCADENZE – Finora la premier ha preso tempo sulle indagini e minimizzato i flop, nel 2024 però dovrà metterci la faccia

(DI LORENZO GIARELLI – ilfattoquotidiano.it) – Lontano dalla Luna di miele post-elettorale, messo alla prova dal “caos” (Giorgetti dixit) imposto dalle nuove regole economiche europee, il governo Meloni si trova davanti un 2024 con parecchi dossier da mal di testa. Se finora la premier se l’è più volte cavata abbozzando, rinviando o dando la colpa a chi c’era prima (vedi Superbonus), adesso l’esecutivo si giocherà molto del suo consenso su nodi non più evitabili.
Povertà.
Alla crisi economica provocata dal Covid e aggravata dal conflitto in Ucraina, Giorgia Meloni ha deciso di rispondere smantellando il reddito di cittadinanza e cercando nel taglio del cuneo fiscale il rilancio del mercato del lavoro. Se l’ultima manovra è stata “povera”, la prossima rischia di esserlo molto di più anche grazie alle nuove norme del Patto di Stabilità appena firmato dall’Italia. Scenari foschi a cui si aggiungono notizie da far mandare di traverso il cenone agli italiani: aumenti dei pedaggi, delle bollette, di alcuni costi dei servizi di telefonia.
Impresentabili.
Le inchieste su Sgarbi, Delmastro, Santanchè. E poi il caso Verdini – che coinvolge Matteo Salvini e il suo ministero, seppure il leghista non sia indagato – e la figuraccia di Francesco Lollobrigida che prenota fermate ad hoc del Frecciarossa. Finora solo la sottosegretaria Augusta Montaruli, condannata per la rimborsopoli della Regione Piemonte, ha lasciato l’incarico. Gli altri sono ancora tutti al proprio posto, con la premier che ha difeso i fedelissimi e ha fischiettato su tutti gli altri, lasciando loro libertà di coscienza (cioè di non dimettersi). Nel 2024 però alcune delle inchieste in corso potrebbero avere rilevanti sviluppi giudiziari, di fronte ai quali Meloni potrebbe pagare pegno in caso di immobilismo.
Sbarchi.
Il 2023 si è chiuso con 155 mila sbarchi, con una crescita del 50 per cento sul 2022 (erano 103 mila), per non dire del 2021, quando furono 67 mila. A chi le rinfacciava le sparate sul blocco navale, Meloni ha risposto vantandosi di aver fatto cambiare prospettiva all’Europa, che l’avrebbe seguita sul principio della “esternalizzazione”. Tradotto: accordi con Paesi extra-Ue per bloccare le partenze o per gestire gli arrivi. In Ue per il momento siamo ancora ai buoni (?) propositi, tutti da verificare negli effetti. Meloni invece ha portato a far da sé sventolando un rivoluzionario accordo con l’Albania, a cui dovremmo mandare qualche centinaio di migranti al mese (all’inizio dovevano essere 3 mila). Il tutto a costi esorbitanti e, peraltro, in crescita nelle stime. Senza contare che al momento la Corte Costituzionale albanese ha sospeso l’accordo. Con un altro anno di sbarchi record e se l’intesa si rivelasse un bluff, Meloni dovrebbe rendere conto al proprio elettorato.
Esteri.
A Bruxelles non possono aver gradito il “no” alla riforma del Mes votato dal Parlamento italiano, FdI in testa. Meloni forse spera che le elezioni di giugno spostino a destra la prossima governance dell’Unione, ma in ogni caso bisognerà trovare una soluzione – per esempio – sui balneari, perché Bruxelles non sa più come chiederci di mettere a gara le concessioni degli stabilimenti, ma finora il governo ha trovato stratagemmi per rinviare. Capitolo a parte è il ruolo dell’Italia nella gestione dei conflitti, finora ancillare alle politiche Nato, ma con un’opinione pubblica sempre più sfinita dalle notizie da Kiev. Meloni, se vorrà, avrà qualche carta da giocare se non altro perché è iniziata la presidenza italiana del G7, con l’incontro tra i leader fissato dal 13 al 15 giugno 2024 in Puglia.
Ilva.
L’8 gennaio il governo incontrerà ArcelorMittal, azionista di maggioranza dell’ex Ilva. Problema: le opzioni per evitare l’amministrazione straordinaria (un rinnovato impegno di Mittal o una sua uscita di scena con l’ingresso di un altro privato) lasciano sgomenti i sindacati, che avevano chiesto un investimento pubblico. I malumori potrebbero trasformarsi in una mobilitazione. La prima dell’anno contro Meloni.