LA QUERELLE – “Fingono beneficenza per cachet milionari”, ha detto Giorgia Meloni ad Atreju. Di tutt’altra opinione sono i ragazzi dei social. Un atteggiamento che sposta la responsabilità del fenomeno solo sul creatore di contenuti di turno (o sul politico che lo usa per fare propaganda) e non sulla capacità d’analisi e di critica del cliente

(DI VIRGINIA DELLA SALA – ilfattoquotidiano.it) – Fidiamoci degli influencer e non dei politici, dicono Ferragni Fedez&C., lasciamo perdere gli influencer che fingono beneficenza per cachet milionari, ha detto Giorgia Meloni ad Atreju. Chi ha ragione? Difficile dirlo. Più facile dire: nessuno dei due.

A scorrere i commenti sotto i video e i reel che raccontano, commentano, criticano la multa dell’antitrust nei confronti di Balocco e delle società di Chiara Ferragni per la questione legata alla beneficenza associata alla vendita dei pandoro griffati pubblicizzati lo scorso anno, ci si accorge presto che il mondo si divide in due: “Povera Chiara colpita dagli hater invidiosi, non dubiterò mai delle sue intenzioni” e “cattivi influencer che ci imbrogliano tutti”.

A ben guardare, però, questo atteggiamento sposta la responsabilità del fenomeno e della comprensione del fenomeno solo sul creatore di contenuti di turno (o sul politico che lo usa per fare propaganda) e non sulla capacità d’analisi e di critica del cliente, quasi che l’etica e l’affidabilità dell’influencer fosse un atto dovuto per il solo fatto di aver messo un “segui”.

Gli ultimi tempi dovrebbero però aver insegnato che in questa guerra di dati e like e di mercato digitale non esiste vera tutela per gli utenti stessi, semplicemente spremuti come limoni e gettati in pasto ad inserzionisti o ai prodotti e alle offerte di natale. (Quasi) nessuno fa niente per niente, ancora di più online.

Succede così che tiktoker nati come quelli che fanno balletti e siparietti, poi decidono di creare “un brand” (magari con scadente bigiotteria ma pagata a caro prezzo) e fanno un sacco di soldi. Perché hanno già l’audience, l’hanno conquistata in altri modi, non col prodotto: semplice semplice, fanno leva su una community fidelizzata, la sfruttano a proprio vantaggio e le fanno credere di apprezzarla davvero e di aver “creato con voi il mio BRAAAND!”.

Lo stesso vale per la musica, i libri, i podcast: provate a immaginare quanto giovi agli addetti alla promozione avere dei clienti-ascoltatori-fan già pronti a comprare prima ancora di vedere il prodotto. Ma non solo: l’introduzione del servizio a pagamento dei social per evitare di essere tracciati, paradossalmente, ha affibbiato ancora di più agli utenti un prezzo specifico. Quanto vale la nostra libertà di non essere profilati? Dieci euro al mese? Altrimenti bum, in pasto agli inserzionisti. Perché, è invece la domanda, non abbiamo la libertà di non scegliere alcuna delle due cose?

Semplicemente perché, senza accorgercene, ci siamo incastrati nella rete di un mercato specifico e delle sue leggi che per decenni ha preteso di far credere di non esserlo. Proprio come gli influencer pretendono di far credere che i loro consigli siano disinteressati, il loro trasporto reale, la loro beneficenza e l’appoggio alle loro campagne di sensibilizzazione genuine.

Secondo l’ultimo rapporto Eurispes, sono tre i motivi che portano le persone a scegliere di iscriversi a uno o più social: passare il tempo (23,5%), mantenere i contatti con i propri amici (21,4%), tenersi informati su argomenti ed eventi di proprio interesse (18,1%). E sempre secondo il rapporto, la consapevolezza dei rischi connessi esiste in circa due persone su tre: nel 69% dei casi si ritiene che i social possano incidere negativamente sulle interazioni sociali; il 66,6% dice che si rischia dipendenza digitale, il 68,8% evidenzia invece il problema. Ben il 66,3% li ritiene pericolosi per la privacy.

Ma allora perché continuiamo a farci trascinare in modo passivo nel flusso che altri decidono e non diventiamo consapevoli di avere il potere di modificare il corso delle cose e di pretendere trasparenza? Pensavamo che il digitale ci avrebbe salvato dalla tv e dalle sue distorsioni, sta diventando la stessa cosa. Forse però siamo ancora in tempo per spegnere tutto. Pardon: per defolloware tutti. O per imparare a “campare”, anche online.