«Sono sicuro che quello che ho fatto mesi fa uscirà e in qualche modo toccherà anche l’argomento di cui parliamo oggi, ma non compete a me portarlo avanti», ha detto il ministro Guido Crosetto. Perché ha questa certezza sull’esito dell’indagine della procura umbra? A cosa si riferisce?

(NELLO TROCCHIA – editorialedomani.it) – Qualche giorno fa, rispondendo a un’interrogazione alla Camera dei deputati, il ministro Guido Crosetto ha detto: «Se vi ricordate quest’estate abbiamo discusso del caso dossier, che è ancora in corso, che mi auguro arriverà alla fine, che parte da una mia denuncia, scusatemi il termine, coraggiosa, ai magistrati».
Più avanti nel corso del suo intervento ha, però, aggiunto: «Quando ho elementi per denunciare sono il primo che va dalla magistratura a denunciare e sono sicuro che quello che ho fatto mesi fa uscirà e in qualche modo toccherà anche l’argomento di cui parliamo oggi, ma non compete a me portarlo avanti».
Uscirà e toccherà, dice il ministro. Come faccia a saperlo non è dato sapere o forse, il suo, è solo un auspicio. Parole che arrivano dopo il suo attacco ai magistrati poi parzialmente rimodulato e prima di una curiosa intervista, rilasciata (?), poi subito smentita.
A darne notizia è stato Dagospia che ha titolato: «Crosetto ne spara un’altra: “Quando dei giudici col potere che hanno dicono quello…chi tira le fila? Area e Md. I nomi sono i soliti, Cascini, Musolino”». Nella procura di Roma si è diffuso un certo disagio, visto che la notizia è stata letta ed è girata, anche se l’ufficio stampa di Crosetto l’ha smentita e il Giornale d’Italia, vicino alla destra, ha ritirato il colloquio.
Ma a cosa alludeva il ministro nella sua replica alla Camera? A quanto rivelato da alcuni giornali, qualche mese fa. «Centrale di dossieraggio», «così spiavano politici e vip», «la rete dei ricatti». Questi titoli, al netto di questo giornale, del Fatto e de La Verità, sono apparsi sui principali quotidiani italiani, lo scorso agosto.
Tutto si originava da una denuncia presentata proprio dal ministro Crosetto dopo la pubblicazione di un’inchiesta sui compensi ricevuti da Leonardo, azienda ora controllata dal governo di cui fa parte, quando presiedeva Aiad, l’associazione confindustriale che rappresenta le aziende del comparto difesa e aerospazio.
Dalla denuncia di Crosetto, dopo lo scoop di Domani, era partita un’indagine che vede iscritto un finanziere, Pasquale Striano, rimosso dal suo incarico alla direzione nazionale antimafia. Sono passati tre mesi e, al momento, non si ha traccia di centrali e men che meno di ricatti, di certo quello che sembra confermato è uno scontro tra procure territoriali e direzione nazionale antimafia e centinaia di accessi che necessitano di una spiegazione perché privi di autorizzazione.
L’indagine condotta dalla procura di Perugia, guidata da Raffaele Cantone, è coperta dal massimo riserbo, riserbo che è mancato quando l’inchiesta orbitava dalle parti della procura di Roma e così si sono fatti titoli su presunte centrali di informazioni riservate attraverso una fuga di notizie. Se l’indagine, adesso che il fascicolo è in Umbria, è riservatissima, il ministro si mantiene prima sul vago e poi si dice certo che qualcosa accadrà.
IL FINANZIERE E GLI ACCESSI
Fino a questo momento sono stati riscontrati centinaia di accessi ritenuti non giustificati e che il finanziere Striano, autore di indagini contro clan e malavita, dovrà spiegare quando sarà interrogato dalla procura di Perugia.
Quella di Roma lo ha sentito, lo scorso marzo, e solo successivamente ha proceduto alla perquisizione. «Si è sempre occupato di criminalità organizzate e si è sempre mosso nell’alveo delle regole e seguendo le direttive che gli arrivavano e senza mai divulgare notizie coperte dal segreto istruttorio», aveva detto il suo difensore, l’avvocato Massimo Clemente, quando la notizia dell’indagine a carico di Striano è stata rivelata.
Sugli accessi, ritenuti dalla procura illeciti e non autorizzati, si gioca una partita che riguarda il funzionamento della macchina delle segnalazioni per operazioni sospette. Una procedura che ha trovato una modifica nel 2017 e che ha generato uno scontro tra procura nazionale antimafia e procure territoriali.
I soggetti coinvolti nella gestione di questa miniera inesauribile di informazioni, a partire dall’Uif della banca d’Italia che le distribuisce, sono il nucleo valutario della guardia di Finanza e la direzione distrettuale antimafia che le riceve. La Dna ha il compito di associare, attraverso dati codificati, le informazioni contenute nelle cosiddette sos con quelle presenti nella banca dati della direzione nazionale antimafia.
Cosa è accaduto? «Queste informazioni è giusto che le tratti la finanza, ma perché non devono accedervi anche carabinieri e polizia di stato? Il secondo punto che è diventato, dopo le modifiche, materia di scontro è relativo al filtro della Dna che è diventato un tappo, era arrivata ad accumulare centinaia e centinaia di segnalazioni senza smistarle. Così alcune sos le abbiamo lette prima sui giornali e poi le abbiamo ricevute noi impegnati nelle procure territoriali. Questo non è accettabile, poi chiaramente ognuno fa il proprio lavoro. Il terzo punto critico era relativo alla natura del lavoro effettuato da questo ufficio, perché si occupava anche di segnalazioni non riguardanti la criminalità organizzata?», si chiede un magistrato di lungo corso.
Nella miriade di accessi dell’investigatore indagato molti sono avvenuti da un terminale della finanza accedendo a più banche dati. Quello che, secondo l’ipotesi d’indagine, sembra chiaro che molti accessi non fossero consentiti e giustificati, compresi quelli sul ministro.
TOGHE CONTRO TOGHE
Prima dell’indagine su questa materia si era già consumato uno scontro tra il procuratore nazionale antimafia, la prassi si è incardinata con Franco Roberti (oggi parlamentare europeo del Pd) e poi si è consolidata con Federico Cafiero De Raho (oggi deputato M5s), e i procuratori territoriali, a partire da quello di Napoli, Giovanni Melillo, a quello di Milano, Francesco Greco.
Proprio dall’arrivo di Melillo alla guida della Dna si sono avviate procedure tracciate e trasparenti e, al seguito dell’indagine su Striano, sono stati sostituiti anche i componenti dell’ufficio. A Perugia sono già stati sentiti molti colleghi di Striano, l’indagine è ancora in corso e c’è tempo per giungere alle conclusioni. Se dovesse coinvolgere magistrati, l’ufficio della Dna era coordinato da Antonio Laudati, l’indagine resterà a Perugia altrimenti le carte torneranno a Roma.
E se tornano a Roma, sappiamo già che fine faranno…
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