Quello che è avvenuto dal marzo 2022 costituisce uno dei periodi più bui nella storia del Partito democratico, un periodo indelebile per la coscienza di chi ha a cuore […]

(DI DONATELLA DI CESARE – ilfattoquotidiano.it) – Quello che è avvenuto dal marzo 2022 costituisce uno dei periodi più bui nella storia del Partito democratico, un periodo indelebile per la coscienza di chi ha a cuore proprio quell’aggettivo “democratico”. E non sarà con qualche convegno, dove viene d’un tratto brandita la “pace” come arma opportunistica, che potranno essere rimossi quei 20 mesi di incondizionata e militante politica bellicistica. Per la prima volta nel XXI secolo, il più grande partito italiano di centrosinistra ha avallato senza fiatare il ritorno della guerra, talvolta ricorrendo persino a termini compiacenti o paragoni osannanti. È impossibile dimenticare lo scempio che è stato fatto della parola “resistenza”, finendo per mettere sullo stesso piano i partigiani italiani e i miliziani neonazisti di Azov. E questo, peraltro, proprio nel tempo in cui si andava delineando all’orizzonte il primo governo post-fascista nel Paese di Mussolini.

Le conseguenze della linea militarista del Pd sono state non tanto esterne (il nostro Paese conta relativamente poco nello scacchiere internazionale), quanto interne. E si sono concretizzate per lo più in un grottesco tiro al piccione contro chiunque osasse sollevare dubbi, avanzare critiche. Si è trattato di una campagna propagandistica, tanto debole di argomenti, quanto aggressiva e virulenta nelle modalità. Con punte, mai toccate prima, nei giornali, nei social, nei talk show. Personalmente ho ricordi nitidi: nomi, date, episodi, circostanze. Un dibattito in una trasmissione televisiva con Gianni Cuperlo, che sosteneva – era l’aprile del 2022 – l’invio di armi a oltranza. Ma almeno si discuteva. Da altre parti (compresi nomi di primo piano del Pd) arrivavano direttamente insulti, parole grosse, veri e propri macigni. Molti parlavano dell’imminente caduta di Putin e non si facevano scrupoli nell’inneggiare alla “vittoria”. Tanti slogan altisonanti – poche serie analisi politiche. Oggi quelle parole d’ordine, quelle frasi fatte, suonano insieme ridicole e lugubri se si considera la terribile e angosciosa disfatta dell’Ucraina mandata letteralmente allo sbaraglio. Un immane sacrificio di vite che avrebbe potuto essere evitato con un negoziato tempestivo. Come dovrebbe sentirsi oggi chi ieri tifava e parteggiava, senza guardare all’esigenza di una pace, sempre necessariamente ingiusta? E siamo ancora solo ai prodromi di una sconfitta che si ripercuoterà sull’Europa già a brandelli. Certo è che resterà quella faglia aperta lungo il controverso confine tra l’Ucraina e la Russia, una faglia che è ormai una voragine e che appare il simbolo di una svolta storica epocale.

Che cosa ci racconterà il Pd? Troppo facile cavarsela con l’ammissione di un piccolo grande errore: chiamare putiniani i pacifisti. La questione è più profonda, la posta ben più alta. Non credo che si potrà porre rimedio candidando alle Europee qualche nome della corrente cattolica. Sono certa che gli amici di Sant’Egidio, che in tutto questo difficile periodo hanno coraggiosamente tenuto il punto, non sottovaluteranno questi problemi. Ai miei occhi due sono le grandi responsabilità che il Pd si è assunto con la sua linea militarista, una linea che non si dismette dall’oggi al domani. La prima sta nell’aver avallato il ritorno della guerra nell’Europa di questo secolo – il che significa aver accettato l’impiego della violenza bellica nella soluzione dei conflitti. Ecco il nodo traumatico, lo choc, la cesura. Il più grande partito della tradizione democratica non persegue una politica che protegge la vita e non chiede, nell’imminenza di una carneficina, che si apra la via delle trattative. Al contrario inneggia – magari inconsapevolmente – al sacrificio eroico dei corpi. E qui è inevitabile la nettezza. Si capisce perché non ci sia stato il benché minimo margine di dialogo con chi sosteneva le ragioni della pace.

A questa prima responsabilità se ne aggiunge una seconda che sta nel degrado della discussione pubblica. Se prima il dibattito in Italia era già scaduto, dalla primavera del 2022 si è andato deteriorando in modo irreversibile. Complice la guerra e chi l’ha assecondata in tutte le sue forme. L’interlocutore è un avversario, anzi, un nemico, che in quanto tale ha sempre torto e va dunque etichettato, stigmatizzato, se possibile addirittura esposto al pubblico ludibrio. Il confronto viene preso per un fronte bellico. Importante è averla vinta, sopraffare l’altro, a tutti i costi, anche mescolando menzogne a mezze verità, ricorrendo a meschine piroette, asserendo oggi quel che si negava ieri. I danni che ne verranno alla politica sono enormi. Certo è che non è lecito deplorare la tattica meloniana dei molti nemici e dei mille volteggi, se il Pd con la mossa acrobatica di un improvvisato convegno vuole far finta di non aver poi nulla in contrario alla pace.