Da oggi, con lo stop dell’altoforno 2, l’acciaieria di Taranto ha un solo impianto attivo: il minimo storico. E ripercorrendo la sua triste parabola di inadempienze pubbliche e incursioni [.,.]

(DI GAD LERNER – ilfattoquotidiano.it) – Da oggi, con lo stop dell’altoforno 2, l’acciaieria di Taranto ha un solo impianto attivo: il minimo storico. E ripercorrendo la sua triste parabola di inadempienze pubbliche e incursioni private viene da parafrasare il titolo di un romanzaccio sovietico del 1932: “Così a Taranto NON fu temprato l’acciaio”.

Fa impressione adesso rileggere l’intervista concessa nel luglio 2020 dall’amministratore delegato Lucia Morselli (un’altra che rigetta la declinazione femminile dei suoi titoli) al direttore del Sole 24 Ore: “L’ex Ilva torna agli utili e senza debiti finanziari. Adesso tocca allo Stato”. Per non parlare degli annunci sulla fine delle emissioni inquinanti. La verità, sotto gli occhi di tutti, è che Taranto si conferma città-laboratorio del degrado italiano, palcoscenico tragico dell’impotenza di una sfera pubblica che si affida ai privati con soggezione, esibendo un sovranismo di facciata che si dissolve al primo babau di una multinazionale.

Come nel gioco dell’oca può capitare di dover ripartire dal via, così in molti tornano a parlare di nazionalizzazione. Non proprio il miglior biglietto da visita nei rapporti con l’Europa del ministro pugliese Fitto, che difatti ha cercato invano di stipulare con Mittal un accordo di garanzia sulla gestione privata degli impianti, rivelato da Il Fatto e già saltato per aria vista l’indisponibilità della multinazionale a investire nuove risorse nello stabilimento. Cresce così il sospetto che il colosso ArcelorMittal abbia voluto Taranto non per rilanciarla ma solo per contenerne la potenziale concorrenza. Cresce la rabbia dei dipendenti e dei fornitori che si sentono presi in giro, così come l’umiliazione di una città ferita nel diritto alla salute. Tensioni che implodono, piuttosto che esplodere, nell’attesa che si compia il destino forse più temuto: che a furia di deroghe, rinvii, imposizioni dall’alto tese ad aggirare certificazioni di pericolo e sentenze della magistratura, la grande acciaieria si afflosci da sola su sé stessa. E magari torni in amministrazione straordinaria in una fase liquidatoria, dopo anni di soldi pubblici gestiti dai privati.

Resterebbe da commentare il comportamento dell’ad Lucia Morselli. Ma con lei abbiamo già un appuntamento in tribunale.