
(Gian Antonio Stella – Il Corriere Della Sera) – Una forza di promettere «un’Italia grande» a Palazzo Chigi c’è chi si è po’ allargato. Aggiungendo quasi tremila chilometri, come da Aosta a Siracusa e ritorno, alla nostra linea costiera, isole comprese. Dai «circa 8.000» certificati dalla Treccani a 11.173. Boom! Risultato? Le spiagge occupate dalle concessioni balneari sembrano secondarie…
In realtà, come precisa lo studio sulla Dinamica Litoranea dell’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, condotto da Maria Luisa Cassese, Filippo D’Ascola, Valeria Pesarino e Andrea Salmeri, definire con esattezza quanto siano lunghe le nostre coste comprese i contorni degli scogli (sopra i 10 metri di diametro massimo ci si riesce, sotto no) è impossibile.
I «cambiamenti per erosione o per avanzamento» sono tali che nel giro di vent’anni, dal 2000 al 2020 il totale del nostro «profilo» costiero è sceso da 8.353 a 8.274 (2010) chilometri per risalire a 8.329.
Esempio: l’area portuale di Napoli dal Circolo Canottieri vicino a piazza del Plebiscito al lungomare di San Giovanni a Teduccio, era in origine intorno ai cinque chilometri. Adesso, tra Avamporto di Levante, moli e banchine varie si arriva a oltre 22. Ripetiamo: circa. Su un pezzettino delle coste italiane.
Prova provata che fa bene la Treccani a restare sul vago e al contrario è stupefacente la precisione della «Relazione sullo stato di avanzamento dei lavori del tavolo tecnico consultivo» sulle concessioni balneari. Che sotto il timbro della Presidenza del Consiglio dei Ministri dichiara: «Totale linea di costa: 11.172.794 metri». E i centimetri? Quanti centimetri se lo stesso Ispra che elabora tutti i dati con le Capitanerie di Porto resta alla larga da queste pignolerie sapendo che in dieci anni il totale della linea di costa può calare di 79 chilometri o crescere di 55?
Edoardo Zanchini di Legambiente, Roberto Biagini del Coordinamento nazionale Mare Libero, Stefano Deliperi del Gruppo intervento giuridico e larga parte degli ambientalisti sono convinti: lo spropositato «allungamento» delle nostre coste da parte del «tavolo tecnico consultivo» ministeriale coi rappresentanti di 24 associazioni balneari senza uno scienziato dell’Ispra aveva un solo obiettivo. Quello di far sembrare ridotta se non marginale l’occupazione delle concessioni balneari in vigore su 1.613.912 metri di costa, pari al 14%, e di quelle nuove o in fase di rinnovo su altri 529.781 per un totale di 2.143.693 metri (2.143 chilometri nel grafico in questa pagina, ndr ): il 19%. Meno di un quinto, era il messaggio «sdrammatizzante», delle coste a disposizione.
Ma è così? Mica tanto. Per cominciare la costa bassa e sabbiosa, per l’Ispra, è di soli 3.418 chilometri. Tutto il resto è costa alta e rocciosa. Ai piedi della quale stanno una miriade di spiaggette che non arrivano neppure alla misura minima di legge per esser data in concessione.
Quindi le spiagge reali sono solo il 41% degli 8.329 chilometri di costa totale e meno di un terzo addirittura di quelli sbandierati dalla relazione che punta a rinviare ancora una volta l’applicazione della legge europea. E già questo dato dice che gli stabilimenti lavorano in realtà, prendendo per buoni i numeri dei balneari, non il 19 ma quasi il 63% delle spiagge teoriche.
Spero solo che la UE, stavolta, non si faccia prendere di nuovo per i fondelli da questi artifizi da truffatori, e si imponga a ferro e fuoco sul tema dei balneari e della loro perfida lobby. Ancora ricordo con indignazione quando per accedere, con una strada polverosa e indecente, a una spiaggia, nemmeno un granché, a San Teodoro (Sardegna) facevano pagare per ore e minuti, a tariffa equivalente a un garage in centro a Milano!
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Ci penseranno le mareggiate dei cambiamenti climatici a far restituire tutto ciò che appartiene solo alla collettività.
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L’ho detto altre volte e lo ripeto ancora adesso; i balneari sono “imprese” a sottrazione di valore.
Le altre lobby un pò di ricchezza la creano sia pure in modo disfunzionale allo sviluppo collettivo; questi invece distruggono quella che c’è già.
Unitamente a questo e cercando di rimanere nel tema dell’articolo faccio la seguente considerazione.
Se uno cerca di fregarmi, a prescindere dal fatto che ci riesca o meno; io la prossima volta mi tengo alla larga da costui.
Se poi proprio non posso fare a meno di averci a che fare, qualunque cosa lui dica o faccia cerco di premunirmi ed evitare altre fregature.
Detta diversamente questa persona ha perso ai miei occhi credibilità; io non mi fido di questa persona non solo sul fatto che ha originato la fregatura ma anche su tutto il resto
Andando fuor di metafora; il comportamento che ho appena descritto vi ricorda il comportamento di qualche governo che tende ad essere sempre più isolato in europa?.
Vale la pena fare tutto ciò per proteggere una categoria lavorativa totalmente parassitaria?
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