Due giorni fa, nel silenzio più totale, si è concluso il processo di primo grado per gli scontri avvenuti il 18 febbraio 2022 a Torino tra studenti e forze dell’ordine, di […]

(DI SELVAGGIA LUCARELLI – ilfattoquotidiano.it) – Due giorni fa, nel silenzio più totale, si è concluso il processo di primo grado per gli scontri avvenuti il 18 febbraio 2022 a Torino tra studenti e forze dell’ordine, di fronte alla sede di Confindustria. Forse nessuno se ne ricorda neppure più, sebbene lo sdegno per le recenti cariche della polizia su altri ragazzi che manifestavano contro Giorgia Meloni a Torino dovrebbe essere ancora fresco.
Il copione, del resto , è sempre lo stesso: le manifestazioni studentesche (e qualsiasi forma di dissenso per questioni politiche, sociali, ambientali) a Torino vengono soppresse con la violenza e con immediate misure cautelari. I processi, poi, ridimensionano o cancellano quasi sempre le accuse, ma intanto si è ottenuto ciò a cui si mirava: intimorire i giovani, scoraggiarli dal tornare in piazza a manifestare, traumatizzarli. Ricordo cosa era accaduto a Torino tra gennaio e febbraio 2022: nella prima manifestazione, quella di gennaio, cento ragazzi circa avevano provato a sfilare in corteo per protestare contro l’alternanza scuola/lavoro dopo la morte del giovane Lorenzo. La polizia li attaccò con ben quattro cariche in piazza Arbarello (“Perché ci picchiate, potremmo essere vostri figli”, implorava una ragazza di fronte a un poliziotto), molti di loro anche minorenni finirono ricoverati all’ospedale con fratture e ferite alla testa e sul corpo. La studentessa Sara rilasciò un’intervista proprio a me dichiarando che dopo quella violenza avrebbero risposto con una nuova manifestazione. E così è stato.
Il 18 febbraio i ragazzi sfilarono in corteo arrivando di fronte alla sede di Confindustria. Davanti ai cancelli avvennero degli scontri di pochi minuti con le forze dell’ordine a seguito dei quali vi furono perquisizioni e addirittura arresti. Basta visionare i video degli “scontri” per accorgersi che al massimo c’era stata qualche pressione sul cancello e che qualcuno aveva usato l’asta della bandiera contro gli scudi dei poliziotti, asta così poco robusta che per giunta si fletteva a ogni colpo. Fatto sta che tre mesi dopo, il 12 maggio, tre di quegli studenti finirono in carcere. Ragazzi poco più che maggiorenni, incensurati, pacifisti. Uno di loro, Emiliano, faceva l’università e il giardiniere per pagarsi gli studi. Sara, la ragazza neo-diciottenne precedentemente intervistata e che a quella manifestazione aveva solo parlato al megafono, finì ai domiciliari. Altri 7 giovanissimi finirono chi ai domiciliari, chi con l’obbligo di firma. Nel frattempo, per le manganellate che avevano mandato ragazzi all’ospedale con arti rotti e traumi cranici, non c’era stato alcun accertamento di responsabilità, nessun provvedimento disciplinare, nessuna sospensione del servizio. La madre di Emiliano, mentre suo figlio era ancora in carcere, mi disse: “A Torino sono anni che si attuano misure cautelari tremende per questi ragazzi, misure che vengono quasi sempre confermate dai giudici. Poi, quando si fa il processo, le accuse diventano spesso atti bagatellari, molti sono prosciolti. E però intanto quei ragazzi sono stati trattati come delinquenti con arresti prima ancora che ci sia un processo”. E in effetti, non è andata molto diversamente da così.
Sara, che è rimasta ai domiciliari 7 mesi e mezzo per aver parlato al megafono, nel processo di primo grado due giorni fa è stata assolta. Con lei, sono stati assolti altri due ragazzi. Altri cinque (tra cui Emiliano) sono stati condannati a 9 mesi di reclusione e tre di loro a cinque mesi e nove giorni, con sospensione condizionale della pena. Ricorreranno in appello. Insomma, carcerazioni preventive traumatiche per ragazzi giovanissimi e incensurati, braccialetti elettronici e controlli in casa nel cuore della notte. Il tutto “finito”, al momento, con assoluzioni e condanne lievi. E con il conto del braccialetto elettronico per due dei ragazzi costato alla collettività 82.000 euro.
C’é solo da vergognarsi, per l’alternanza scuola lavoro, per come si reprime chi protesta pacificamente salvo poi condannare chi reagisce. Questo non è uno stato democratico, se mai lo è stato in passato di sicuro non lo è adesso. E la popolazione che fa? Ma gli happy hour, ovviamente, l’impegno politico e la pubblica opinione, come dice giustamente la Lucarelli, sembrano svanire come nebbia al Sole.
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Spero adesso che quei ragazzi vengano risarciti ampiamente dallo Stato per l’ingiustizia e le vessazioni che hanno subito. E’ particolarmente vergognoso il silenzio dei “garantisti de noantri” pronti a stracciarsi le vesti se un politico o un personaggio eccellente viene non dico preso a manganellate ma solo intercettato! Stiamo scivolando sempre più verso un regime autocratico ed autoritario soprattutto coi più deboli – mentre per evasori, corrotti e ladri di Stato si stendono tappeti rossi! Italiani svegliatevi!
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Anche con il CSX erano botte e galera per i NO-TAV. E a questi la maggior parte degli imputati è capitato di essere comunque condannati. Che senso delle istituzioni hanno questi soggetti che amministrano la giustizia a suon di manganelli?
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