(Massimo Gramellini – corriere.it) – È una verità universalmente riconosciuta che atteggiarsi a vittime di un complotto porta consensi. Si chiami Berlusconi o adesso Meloni, il vittimista fa tenerezza e attrae solidarietà, simpatie, voti. Il pulcino Calimero di una vecchia pubblicità («se la prendono tutti con me perché sono piccolo e nero») ha ispirato tante carriere, anche fuori dalla politica.

C’è il noto conduttore televisivo seriamente convinto che il mondo intero cospiri ai suoi danni, l’artista che vede congiure dietro ogni sguardo che non sia adorante, ma anche l’impiegato che si sente costantemente nel mirino del capo, il condomino che lamenta di essere al centro di una macchinazione persecutoria da quando il cane del vicino gli ha fatto pipì sullo zerbino e lo studente (ma soprattutto i suoi genitori) che, se prende un quattro, è perché il professore ce l’ha con lui, proprio con lui, solo con lui. Immaginarsi vittime è consolatorio: significa darsi importanza, illudendosi che gli altri ci danneggino perché ci considerano, mentre di solito lo fanno senza pensarci, per puro menefreghismo.

E fare le vittime paga: come si può detestare qualcuno che si piange addosso? Una volta chiesi a Maurizio Costanzo qual era, secondo lui, il segreto del successo. «Lamentarsi», rispose. «Appena uno ti chiede come stai, non fare mai l’errore di dirgli che sei felice: ti invidierà a morte. Raccontagli un problema, una sfiga, un malessere anche fasullo, meglio se fasullo. Immediatamente ti compatirà e passerà dalla tua parte».