La lettera della ministra del Turismo: «Nel mondo arabo un progressivo avvento di divieti, la cui non osservanza da parte delle donne viene punita con la pena capitale»

Daniela Santanchè: «Hamas misogino, come si può manifestare in sua difesa?»

(di Daniela Santanchè – corriere.it) – Caro direttore,
la più grande ed estesa forma di schiavitù del pianeta è ancora oggi, purtroppo, la coatta sottomissione della donna all’uomo, fondata sulla sedimentata idea della inferiorità del genere cui io stessa con orgoglio e fierezza appartengo. Mentre nel mondo occidentale, di anno in anno, compiamo progressi tangibili lungo il cammino che mira ad una effettiva parità dei sessi, che comprenda anche le condizioni, le opportunità, il trattamento economico che troppo spesso è differenziato; nel mondo arabo abbiamo assistito, senza battere ciglio, ad una progressiva repressione di ogni libertà nonché all’avvento di una nuova stagione di divieti, la cui non osservanza da parte delle donne viene punita con la pena capitale.

Basta una ciocca di capelli che fuoriesca dal velo o un brandello di pelle esposta per beccarsi la tortura e la condanna a morte, per essere bastonate per strada da chiunque poiché chiunque ha diritto di ammazzare la ragazza che trasgredisce le primitive norme islamiche, per essere picchiate dalla polizia morale fino all’ultimo respiro. Succede in Iran, succede in Afghanistan, succede anche a Gaza, dove nel 2007 gli estremisti islamici di Hamas, organizzazione terroristica e antisemita che mira all’annientamento dello Stato di Israele e anche degli ebrei, hanno preso il potere con la violenza imponendo subito un sistema fortemente patriarcale, volto alla sistematica soppressione dei diritti umani.

Tali fatti – incontrovertibili – dovrebbero indurre le femministe di tutto il globo e quelle italiane incluse, forse troppo impegnate ad occuparsi di declinazioni, a insorgere, senza tentennamenti o ambiguità, contro certi regimi e contro Hamas, a levare alte le loro voci, a protestare. Invece, qui in Italia sto osservando atteggiamenti bizzarri, addirittura sconcertanti, da quando il 7 ottobre scorso l’organizzazione terroristica di cui parliamo ha attaccato lo Stato di Israele, sequestrando e massacrando barbaramente donne e bambini. Centinaia di donne in Occidente sono sì scese nelle piazze, hanno sì preso parte a cortei, hanno sì fatto sentire le loro urla, ma in sostegno degli autori dell’aggressione militare, ovvero di Hamas.

Non possiamo più tacere: chiunque esprima solidarietà nei confronti di Hamas difende un regime non solo dichiaratamente e sfacciatamente antisemita che per originario statuto (art. 7 della Carta di Hamas, 1988) persegue l’uccisione degli ebrei fino all’ultimo individuo per ordine e volontà del profeta, ma altresì irrimediabilmente misogino.

Hamas in questi anni, nei numerosi attentati messi a segno, non ha esitato a servirsi delle donne-bomba, alcune delle quali erano persino madri. E con questo non intendo dire che l’esistenza di una mamma valga di più rispetto ad una mia sorella che non ha partorito, ma soltanto che ad essere sacrificata non è stata soltanto quella vita ma anche quella delle creature cui la genitrice è stata strappata via. Nel 2016 è stato concesso ad alcune signore, a Gaza, di essere candidate per il rinnovo dei consigli municipali, tuttavia le candidate dovevano essere indicate come “moglie di”, “sorella di”. In pratica, è stato negato loro il diritto al nome e anche alla immagine, dunque alla propria identità, ossia ad esistere se non in riferimento ad un soggetto di sesso maschile. Il volto, infatti, non doveva apparire nei manifesti elettorali. In questo processo di islamizzazione estremistica della società palestinese, le donne sono state costrette a coprirsi sempre di più, a nascondersi sempre di più, a partecipare sempre di meno, a rinunciare, a vivere per servire lo sposo come se questa fosse l’unica missione o vocazione socialmente accettabile cui siamo deputate.

Ho sentito le manifestanti pro-Palestina gridare a Milano: “Palestina libera”. Libera da cosa? È dal terrorismo islamico che occorre liberarsi, da quella cultura radicale, la quale serpeggia pure nelle nostre città coltivata da sacche di immigrati recalcitranti all’integrazione, che vede nella indipendenza materiale e di spirito del nostro genere una minaccia, un pericolo.

E vi chiedo: amiche, sorelle, donne come me, di destra o di sinistra, italiane o straniere, palestinesi o israeliane, siate oneste innanzitutto con voi stesse, potrà mai davvero esistere uno Stato libero dove le donne non siano libere?