(ANSA) – “Crediamo che la volatilità rimarrà molto elevata nei prossimi giorni e che l’impatto sui mercati sarà sempre più profondo se dovessero essere coinvolti altri Stati, portando ad un’avversione al rischio e ad un sentiment di risk-off che potrebbero protrarsi a lungo”.

E’ la previsione di Filippo Diodovich, Senior market strategist di IG Italia, sulle conseguenze per le Borse e gli altri mercati finanziati del conflitto fra Israele e Hamas e del pericolo di un intervento dell’Iran.

“La destabilizzazione del Medio Oriente porta pressioni fortemente rialziste sulle quotazioni del petrolio e spinge gli investitori a guardare verso beni rifugio (bond, dollaro, franco svizzero, yen e oro)” osserva l’analista segnalando peraltro che “nonostante la delicata e complessa situazione non riteniamo che si possa ripetere l’embargo petrolifero del 1973 in seguito alla guerra dello Yom Kippur.

È importante infatti notare che da allora l’influenza dell’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio (Opec) sulla produzione globale è diminuita notevolmente. Inoltre, i colloqui in corso tra Arabia Saudita e Israele per normalizzare le relazioni tra i due Paesi gettano le basi per una situazione diversa rispetto a quella vista nel 1973″.

Sul fronte azionario Diodovich sottolinea, fra l’altro, i forti acquisti sul settore della difesa, da Leonardo a Rheinmetall, da Thales a Bae Systems, sulla scia di una potenziale aumento della domanda di armamenti e, sul fronte obbligazionario, gli acquisti sui treasuries americani e i Bund tedeschi.

Tempesta sui bond. I maxi-rialzi dei tassi scatenano le vendite

Prezzi di titoli di Stato e obbligazioni aziendali sono crollati in poche settimane. Le banche centrali hanno innescato la fuga dai vecchi strumenti con rendimenti bassi o negativi

(DI NICOLA BORZI – ilfattoquotidiano.it) – Quella che sta andando in scena sui mercati delle obbligazioni è la tempesta perfetta: la maggior svendita di bond della storia, tanto titoli di Stato quanto emessi dalle imprese, che ha causato scossoni sulle Borse e tensioni sulle principali valute internazionali, dollaro Usa in primis. Titoli di lunga durata proposti da emittenti solidissimi, che pochi mesi fa valevano anche il 40% in più del loro valore di rimborso, vedono le loro quotazioni crollare anche a metà della parità, con prezzi che in altre situazioni indicherebbero altissimi rischi di default. Un uragano la cui forza si è caricata per un quindicennio e che ora investe investitori grandi e piccoli. Ma come si è arrivati a questa situazione?

Ai “bei” tempi, durante la recessione pandemica del 2020, faceva scalpore il fatto che sul mercato finanziario fossero in circolazione 18 mila miliardi di dollari di obbligazioni con rendimento negativo. Erano titoli di Stato o di imprese che non rendevano alcun interesse, ma al contrario causavano perdite a chi li deteneva. Quel paradosso però era pronto a rovesciarsi. A far saltare quel gigantesco tappo è stata la sequenza di forti rialzi dei tassi d’interesse decisa dalle banche centrali dopo l’invasione dell’Ucraina, per cercare di raffreddare l’inflazione scatenata dai rincari dell’energia.

Per capire quello che accade oggi bisogna tornare indietro al 2007. Per rispondere alla crisi finanziaria globale dei mutui subprime Usa, le banche centrali inondarono i mercati finanziari mondiali di liquidità, assicurando tre lustri di tassi di interesse ai minimi storici o addirittura negativi. L’offerta dei titoli obbligazionari come sempre seguì le mosse degli istituti di emissione: i rendimenti pagati agli investitori interessati ai bond, sia pubblici che privati, andarono via via calando, di pari passo con il rialzi delle quotazioni di Borsa dei titoli obbligazionari, anche molto sopra il valore di rimborso pari a 100. Negli anni scorsi non era inusuale trovare titoli di Stato a lunga scadenza di Paesi “sicuri” con quotazioni stellari, anche sino a 140. Si era creata una bolla gigantesca che toccò l’apice a inizio 2020, quando la recessione post-pandemia diede impulso a nuovi piani di sostegno all’economia reale con ulteriori iniezioni di liquidità e denaro pubblico nei Paesi avanzati.

Ma il 24 febbraio 2022 il regime di Putin ha invaso l’Ucraina scatenando uno shock sui prezzi globali dell’energia, specialmente in Europa dove ha tagliato le forniture di metano, che si è poi riversato sul petrolio e su altre materie prime, comprese quelle agroalimentari. La fiammata inflazionistica ha spinto le banche centrali, a partire dalla Fed Usa e dalla Bce nell’eurozona, a una serie prolungata di veloci e decisi rialzi dei tassi. A settembre la Federal Reserve ha confermato i tassi tra 5,25 e 5,5%: non sono esclusi altri rialzi, anche perché l’inflazione Usa ad agosto è risalita al 3,7 dal 3,2% di luglio. Su questa sponda dell’Atlantico, la Banca centrale europea guidata da Christine Lagarde poche settimane fa ha alzato ancora i tassi dello 0,25% al massimo storico del 4,5%. Anche per l’Eurozona, nonostante la frenata del carovita (4,3% a settembre, minimo da due anni, 5,3% in Italia), il picco dei rialzi potrebbe essere lontano.

Tutti questi fattori, secondo il Fondo monetario internazionale, dal 2020 a oggi sono costati all’economia reale mondiale 3.700 miliardi di dollari in termini di Pil, in modo diverso da Paese a Paese. Questa asimmetria, insieme ai rialzi dei tassi di interesse, ha scatenato vendite massicce sulle obbligazioni. La vendita di obbligazioni riduce i prezzi, per cui quando i tassi e i rendimenti salgono, le quotazioni delle obbligazioni scendono: conviene vendere i vecchi titoli che non rendono nulla e comprarne di nuovi che rendono di più. Questo ha innescato il crollo dei titoli di Stato e dei bond privati. A differenza di tre anni fa, oggi non è impossibile vedere obbligazioni a lunghissimo termine (con scadenze 2050-2070) anche di Paesi considerati solidissimi trattati a prezzi inferiori a 50.

Il tonfo delle quotazioni ha numerosi effetti secondari. Il primo è che il costo del debito pubblico di alcune nazioni è scattato ai massimi da oltre un decennio: cattiva notizia per i governi dei Paesi più indebitati, come l’Italia. Nei giorni scorsi, il rendimento dei titoli decennali del Tesoro Usa ha toccato il 4,8%, il massimo dal 2007. Il rendimento dei titoli trentennali britannici la scorsa settimana ha raggiunto il 5%, il picco da oltre vent’anni. I rendimenti delle obbligazioni tedesche a lunga scadenza sono tornati ai livelli toccati solo durante la crisi del debito dell’eurozona nel 2011, così come i rendimenti dei BTp decennali italiani, che mercoledì scorso hanno raggiunto il 5%, il massimo dal 2012, mentre venerdì lo spread, cioé il differenziale di rendimento tra titoli italiani e tedeschi, è salito sino a 203 punti base, superando la soglia psicologica di 200.

La fuga dall’obbligazionario e la ricerca di “porti sicuri” durante la tempesta finanziaria hanno finito per coinvolgere anche i mercati azionari. Nelle ultime settimane gli indici di Borsa sono crollati su entrambe le sponde dell’Atlantico. L’S&P 500 delle maggiori aziende quotate a Wall Street e il Nasdaq Composite, l’indice tecnologico Usa, hanno perso rispettivamente il 4% e il 2,3% dal 20 settembre, quando il presidente della Fed Powell ha dichiarato che potrebbe aumentare i tassi ancora una volta quest’anno e che prevede di ridurli solo l’anno prossimo. L’indice Stoxx delle 600 maggiori azioni europee è sceso del 4,5% e il Ftse delle principali 100 società quotate a Londra del 4,3%. Il crollo dei valori delle obbligazioni colpisce i portafogli di assicurazioni e fondi pensione, riducendo la loro solidità. Ma l’impatto di questo sisma non si esaurisce alla finanza.

L’incremento dei rendimenti obbligazionari alza i tassi interbancari e trascina al rialzo gli indici dei mutui a tasso variabile. Il tutto si riversa sulle tasche di risparmiatori e famiglie, già alle prese con i rincari. Ecco perché monta di ora in ora la pressione dei politici sulle banche centrali perché interrompano la sequenza dei rialzi dei tassi. Sinora, però, sono rimasti del tutto inascoltati.

Gli analisti prevedono che i tassi resteranno stabili o caleranno molto lentamente non solo nel prossimo anno, ma anche nel 2025 e 2026. Un problema per chi, come l’Italia, è alle prese con il pagamento degli interessi sul debito: il grande successo della seconda emissione del BTp Valore, che nei giorni scorsi ha raccolto ordini per 17,2 miliardi, è stato sostenuto da interessi crescenti sino al 4,5% annuo nel 2028. Costi pagati dai contribuenti.