Decreti in retromarcia: annunci di grandi svolte e poi provvedimenti sgonfiati tra pressing delle lobby e dei partiti. Dalla tassa per punire le banche alle riforme di taxi e commercio

Decreti in retromarcia: annunci di grandi svolte e poi provvedimenti sgonfiati tra pressing delle lobby e dei partiti

(PAOLO BARONI – lastampa.it) – ROMA. Come si dice, tra il dire e il fare…Quante volte dal governo, da palazzo Chigi piuttosto che da uno dei tanti ministeri, son partiti proclami, annunci su misure mirabolanti, anche di forte impatto popolare, che poi alla prova dei fatti si sono rivelate irrealizzabili? Oppure norme che hanno generato proteste talmente forti da parte dei soggetti a cui dovevano essere applicate da indurre l’esecutivo a fare dietro front o a cambiare strada.

La tassa sugli extraprofitti delle banche nel passaggio in Parlamento è stata praticamente stravolta: se nella prima versione poteva risultare inapplicabile in quella finale è praticamente scontato che non riuscirà a produrre il gettito che il governo si attendeva.

Contro i benzinai e le compagnie aeree, il governo era partito lancia in resta dichiarando una sorta di guerra totale a rincari e movimenti speculativi di vario tipo, ma anche su questi due fronti ha poi dovuto ricredersi e rivedere tutte le sue pretese. Per una semplice questione di rispetto delle regole di mercato e, in alcuni casi, per la forza delle lobby e dei vari potentati economici che gli hanno sbarrato la strada. Come insegna anche la vicenda dei tassisti: a cittadini e turisti era stata promesso il raddoppio delle licenze per ovviare ad una estate di fortissimi disagi ed alla fine non si andrà oltre un più modesto aumento del 20%.

LE BANCHE
Addio ai 3 miliardi che Meloni voleva dagli extraprofitti

Il caso più clamoroso è quello della tassa sugli extraprofitti delle banche, deciso in solitaria da Giorgia Meloni senza consultare gli alleati di maggioranza, a partire da Forza Italia (che infatti si è messa subito di traverso su pressione di Fininvest azionista di Banca Mediolanum). La premier voleva colpire le banche che per mesi avevano «lucrato» sui tassi di interesse relativi a mutui e prestiti puntando a incassare oltre 3 miliardi di euro da destinare poi al finanziamento di misure a favore delle fasce più deboli della popolazione. Ovviamente c’è stata la levata di scudi delle banche, ha protestato anche la Bce ed alla fine il provvedimento si è sgonfiato. E’ cambiata la base di calcolo, sono stati esclusi dal calcolo i titoli di Stato, ma soprattutto è stata data la possibilità agli istituti di sospendere i versamenti se utilizzeranno le risorse per rafforzare il loro patrimonio. Scontato un drastico ridimensionamento degli incassi: tant’è che l’ultima Nota di aggiornamento non indica alcun gettito.

BENZINA
Il tetto ai prezzi non regge alle proteste

Travolto dalle polemiche per aver azzerato a inizio anno il taglio (30 centesimi al litro) delle accise sui carburanti, che pure Giorgia Meloni aveva annunciato di voler abolire, a inizio anno il governo ha varato un decreto sulla trasparenza dei prezzi dei carburanti. Sulla carta venivano imposti nuovi obblighi a tutti gli esercenti e venivano inasprite le sanzioni in caso di inadempienza. Si prevedevano l’obbligo di comunicare ogni giorno al ministero i prezzi praticati e di esporre un nuovo cartello col prezzo medio nazionale e l’introduzione di un tetto ai prezzi praticati in autostradali dove, oggettivamente, a più riprese i prezzi avevano toccato livelli davvero scandalosi. Dalla versione finale del decreto, però, questo tetto è sparito. Quanto al nuovo cartello alla fine si è scelto di esporre i prezzi medi regionali, misura che comunque l’Antitrust ed i consumatori hanno giudicato inutile. Effetti sui prezzi? Nessuno, basta vedere l’andamento delle quotazioni degli ultimi tempi.

TAXI
Patata bollente ceduta ai sindaci ma senza soldi

Quella dei taxi è stata «la» crisi dell’estate, con le città prese d’assalto dai turisti e le auto bianche introvabili quasi ovunque, soprattutto a Roma e Milano, con lunghe code, proteste e forti disagi sotto il solleone davanti a stazioni ferroviarie ed aeroporti e immagini che hanno fatto il giro del mondo. Per ovviare al problema il governo aveva pensato di raddoppiare le licenze assegnandone una gratis ad ogni titolare, che a sua volta poteva cederla per compensare così il possibile danno legato all’aumento della concorrenza. Le proteste e le minacce di nuovi scioperi da parte di tutta la categoria, tradizionalmente vicina al centro destra, hanno però indotto anche in questo caso il governo al dietrofront: anziché prevedere il cumulo delle licenze è rimasta la possibilità di aumentarle del 20% a discrezione di Comuni. Che però, a loro volta, adesso protestano perché la nuova procedura velocizzata non assegna loro alcuna risorsa, mentre quella ordinaria assegna loro il 20% dei ricavi delle gare.

AEREI
Le compagnie si salvano sul caro-voli

l «caro voli» fa il paio con l’emergenza taxi (e non a caso anche questa norma è stata inserita nell’ultimo «decreto Asset»). I rincari dei prezzi dei biglietti aerei per i voli interni la scorsa estate hanno rappresentato un deciso freno alla ripresa del turismo ed uno dei focolai più gravi sul fronte dell’inflazione, danneggiando soprattutto i flussi verso Sicilia e Sardegna. A luglio si registravano infatti aumenti compresi tra il 20% e il 50%, e picchi del 70%, nonostante il rallentamento dei prezzi dei carburanti. Oltre a mettere in campo Mister prezzi che ha messo sotto pressione tutte le principali compagnie, il governo per calmierare i prezzi ha poi deciso d’autorità di mettere un tetto del 200% agli aumenti generati dai vari algoritmi utilizzati dai vari vettori. Nella versione finale del provvedimento è rimasto il riferimento al 200%, ma non più come tetto massimo agli aumenti bensì come soglia oltre la quale l’Antitrust (a cui sono stati assegnati maggiori poteri) si poteva attivare.

COMMERCIO
Liberalizzazione dei saldi ancora congelata

L’ennesimo tentativo di liberalizzare i saldi non ha avuto nemmeno l’onore di essere vagliato al Parlamento: questa misura era infatti inserita, questa volta non in un decreto ma nell’ultima legge annuale sulla concorrenza. Presente nella prima bozza del «ddl» è poi scomparsa quando il testo a fine marzo è approdato sul tavolo del Consiglio dei ministri. In particolare il governo pensava di poter sottrarre alle Regioni la disciplina dei periodi e della durata dei saldi e delle vendite di liquidazione che in questo modo sarebbero diventati praticamente liberi ovunque. Oltre a questo si prevedeva di liberalizzare le vendite promozionali che in base alle nuove norme potevano essere organizzate anche a ridosso dei saldi anziché ad una distanza minima di 30 giorni. Misure, anche queste, certamente popolari (e da tempo caldeggiate dall’Antitrust) ma sui cui il governo non si era confrontato prima né con le Regioni né con le associazioni di settore, per cui alla fine sono state stralciate.