IL MINISTRO NON LA DICE TUTTA – Le stime: non ci sono sorprese tranne il Pil che rallenta

(DI FRANCESCO LENZI – ilfattoquotidiano.it) – Ne mancano cinque alla presentazione della Nota di aggiornamento del Def e meno di 30 alla manovra, ma ogni giorno Giancarlo Giorgetti ha l’ingrato compito di trovare una scusa per una legge di Bilancio che si annuncia misera. L’ultima sono i 14 miliardi che gli sarebbero stati sottratti a causa dell’aumento dei costi del debito per colpa dei rialzi dei tassi decisi dalla Bce. Prima ancora la colpa era del Superbonus, il cui peso finanziario sul Corriere della Sera è stato addirittura stimato protrarsi per oltre un secolo. Se il governo non l’avesse già tolto, lasciando centinaia di migliaia di persone in difficoltà senza sostegno economico, la prossima settimana sarebbe stato il turno dei “divanisti” del Reddito di cittadinanza.

Queste scuse non sono né nuove né particolarmente elaborate. Il punto da valutare è se siano fondate o meno, se cioè la situazione dei conti pubblici sia peggiorata a tal punto da precludere qualsiasi spazio di manovra. Gli ultimi dati disponibili, provenienti dal Tesoro e dalla Ragioneria generale, rilevano che il fabbisogno del settore statale, cioè quanto lo Stato ha dovuto finanziare per coprire lo squilibrio tra entrate e uscite, è arrivato ad agosto a 77 miliardi. Rispetto ai primi otto mesi dello scorso anno si tratta di un peggioramento significativo, di circa 43,5 miliardi. La spiegazione che la ragioneria fornisce per questo sbilancio è legata alla mancata erogazione della terza rata del Pnrr (10 miliardi), al mancato dividendo di Banca d’Italia (3,9 miliardi), ai minori flussi derivati dalla gestione dei collateral (3,9 miliardi), al miliardo prelevato per ex-Ilva e Ita Airways, al calo degli incassi verificatosi nei primi mesi dell’anno e al forte aumento dei prelievi degli enti di previdenza per la rivalutazione degli importi pensionistici e dell’assegno unico.

La Ragioneria non menziona gli interessi sul debito e i crediti fiscali, ma il peggioramento del fabbisogno è concreto. Per valutare quanto questo sia preoccupante, però, il confronto con il 2022 può non essere quello più appropriato, dato che il fabbisogno per vari fattori contingenti è stato il 3,3%, tornato ai minimi del pre-pandemia. È più utile verificare come si sta evolvendo rispetto alle previsioni e da questo punto di vista è presto per gridare al lupo. Nel Def 2023 si stima che possa raggiungere il 5,6% del Pil, 113 miliardi. Ne mancano ancora 36 per quattro mesi, che diventerebbero 46 con l’imminente erogazione della terza rata del Pnrr. L’anno scorso, negli ultimi quattro mesi, il fabbisogno ha assorbito circa 30 miliardi, nonostante le spese contro il caro-energia che quest’anno sono state eliminate.

Insomma, i conti per il 2023 si stanno muovendo come da previsioni e niente al momento è cambiato rispetto a quanto ipotizzato ad aprile scorso o a luglio. Anche il tiraggio dei bonus edilizi evidenzia negli ultimi due mesi un rallentamento che non dovrebbe modificare le ultime stime riviste al rialzo. Perché allora Giorgetti mette le mani avanti? Il sospetto è che la risposta è di quelle che si fa più fatica ad ammettere in pubblico: la congiuntura sta volgendo al peggio e l’economia italiana ha cominciato a mostrare segnali di debolezza. Finita la crescita post-pandemia – che è andata oltre quella dei grandi Paesi della zona euro grazie anche al contributo delle costruzioni, sostenute dagli incentivi – si vedono preoccupanti segnali di stagnazione, se non di recessione. Non c’è stato solo il brutto dato sul Pil del secondo trimestre, sceso a sorpresa dello 0,4% e che ha ridotto la crescita acquisita allo 0,7%, anche gli indici di fiducia di imprese e consumatori confermano che i mesi a venire potrebbero essere peggiori delle attese.

Il Def di aprile stimava per quest’anno una crescita dell’1%, che adesso sembra invece il massimo a cui poter aspirare, mentre per il prossimo si ipotizzava un +1,5%, che anche le recenti previsioni di banca d’Italia considerano irraggiungibile. Una crescita più bassa potrebbe in effetti spostare parecchio lo spazio di manovra, aumentando i rapporti del deficit e del debito, rallentando le entrate fiscali e ampliando le uscite per ammortizzatori sociali. Il rischio è concreto, data anche la congiuntura internazionale, e il governo non sembra avere il coraggio di contrastare questa tendenza. L’impostazione resta sul rispetto degli obiettivi pluriennali, che vuol dire rinunciare al libro dei sogni.