Baku vuole acquistare aerei, sottomarini e missili trattando con gli uffici di Crosetto. Ma la legge vieta l’export ai Paesi in guerra. E allora i ministri riscrivono le regole

Una protesta a Erevan in sostegno degli armeni del Nagorno Karabakh dopo l'azione militare azera

(di Gianluca Di Feo – repubblica.it) – La rapida offensiva azera nel Nagorno Karabakh, conclusa secondo fonti armene dopo aver causato duecento morti tra cui dieci bambini, pone ora un problema al governo Meloni. Da tempo infatti l’Azerbaijan sta negoziando con l’Italia l’acquisto di armamenti in grande scala. La lista della spesa di Baku comprende jet d’addestramento, fucili d’assalto, semoventi contraerei, batterie di missili terra-aria, aerei da trasporto e sottomarini tascabili. In pratica tutti i big nazionali sono coinvolti: si stima che l’affare valga complessivamente da uno a due miliardi di euro. Da diversi mesi è stato creato un “tavolo tecnico” tra i ministeri della Difesa dei due Paesi che discute il “contributo italiano al piano di ammodernamento delle forze armate azere”: ogni trattativa passa dagli uffici del dicastero di Guido Crosetto.

Leonardo nello scorso giugno ha annunciato la vendita dei biturbina C27J Spartan, la versione più avanzata del velivolo da trasporto tattico, senza precisare numeri e importi. In realtà tutti i contratti sono ancora bloccati perché manca l’autorizzazione dello Uama, l’ufficio che arbitra le esportazioni belliche vigilando sull’applicazione della legge del 1992. In base a quelle regole non è possibile cedere sistemi militari a un Paese in guerra e l’Azerbaijan è impegnato nel conflitto del Nagorno Karabakh da quasi trent’anni. Certo, non si può pensare che i sottomarini vengano impiegati in quella regione montuosa – aspetto evidenziato durante la richiesta di esportazione – ma i criteri della legge sono rigorosi e anche i mezzi navali finirebbero per aumentare il potere complessivo delle forze azere.

Proprio i sottomarini sono in cima ai desideri di Baku: battelli “tascabili” costruiti dalla Drass Galeazzi con dimensioni ridotte ma prestazioni micidiali. Sono dotati di strumentazioni d’ultima generazione, quattro siluri e soprattutto hanno la capacità di trasferire una squadra di dodici incursori subacquei per assaltare le basi nemiche. Sono l’ideale per operare nei bassi fondali del Mar Caspio, dove la flotta azera deve fronteggiare l’ostilità iraniana e la presenza russa. Ma dopo un lungo corteggiamento, adesso gli azeri paiono avere perso la pazienza per i veti italiani e cominciano a cercare produttori alternativi in Turchia e Israele. Lo stesso rischia di accadere con i jet M346 di Leonardo, aerei scuola che possono diventare cacciabombardieri: fu firmato un memorandum tre anni fa, senza poi ottenere i permessi da Roma.

Il problema è che questa situazione di insofferenza può avere riflessi negativi sull’aspetto più importante delle relazioni con Baku: le consegne di gas, fondamentali per supplire al taglio di quelle di Mosca, tanto da essere diventato il nostro secondo fornitore con quasi dieci miliardi di metri cubi. Lo ha detto con chiarezza il ministro Crosetto in un’intervista alla Stampa tre settimane fa: “Anche ultimamente ho visto cose che non ho capito: noi abbiamo superato la dipendenza dal gas russo soprattutto grazie alla cooperazione con l’Azerbaijian e dopo che abbiamo preso quello che ci serviva ho visto molte titubanze nel proseguire un rapporto, ad esempio nell’ambito difesa. Ma se si sceglie una linea, dobbiamo andare fino in fondo, anche se qualche alleato non è contento». Una frase sibillina, che ha fatto ipotizzare pressioni statunitensi contro le vendite belliche a Baku. Di sicuro non dell’Unione europea, che ha firmato un patto per raddoppiare le consegne di gas azero.

Crosetto ha preso a cuore il dossier già quando era presidente dell’associazione dei produttori di sistemi militari e adesso sta proseguendo dal ministero il braccio di ferro con i funzionari dell’Uama, dipendenti dalla Farnesina e quindi da Antonio Tajani. In realtà, sta risolvendo la questione alla radice: una delle riforme del governo Meloni prevede di trasferire la competenza sulle esportazioni di armi a un nuovo ufficio, espressione di tutti i ministeri chiave. Si tratta di una misura già studiata dal secondo esecutivo Conte e da quello Draghi, che di fatto affida la decisione a una valutazione politica globale dei rapporti con il Paese compratore e può far pesare di più la “ragion di Stato” nelle scelte. Resta da capire se, nel caso dell’Azerbaijan, la realpolitik energetica sarà sufficiente ad annullare ogni remora etica e riempire gli arsenali di una nazione che porta avanti una guerra.