Governo a caccia delle risorse per salvare la legge di bilancio e il provvedimento simbolo dei “100 euro”: servono 12 miliardi. A inizio 2024 si perderà un terzo dello sgravio perché verrà confermato solo lo sconto “medio”. L’obiettivo è recuperare fondi attraverso la delega fiscale

Il taglio del cuneo fiscale si mangia la manovra. E a gennaio meno soldi in busta paga

(di Valentina Conte – repubblica.it) – ROMA – I conti non tornano sulla manovra. E soprattutto sulla sua misura regina: il taglio del cuneo a beneficio dei lavoratori dipendenti fino a 35 mila euro di reddito lordo. La misura scade a fine anno. Non confermarla significherebbe togliere da gennaio e di colpo i famosi “100 euro” sbandierati dal governo a 13,8 milioni di buste paga. Ma prorogarla o ancora meglio renderla strutturale, come la premier Meloni continua a promettere, contiene un’insidia che in questi giorni di agosto si affaccia tra le tabelle compulsate dei tecnici. A gennaio ci sarà comunque uno scalino: chi oggi beneficia di 92 euro netti scenderà a 66 euro, perdendo quasi un terzo dello sgravio.

Quale sconto vuole confermare il governo?

Un problema per un anno elettorale cruciale per l’esecutivo di destra, tra europee, regionali e comunali. E questo perché quando il governo dice che vuole confermare il taglio del cuneo fiscale — che in realtà è una decontribuzione perché ad essere tagliati sono i contributi previdenziali — non spiega fino in fondo che cosa vuole rifinanziare. Se lo sconto meno generoso dei primi sei mesi di quest’anno o quello più ricco — i “100 euro” — dei secondi mesi del 2023. Anche per evidenti problemi di budget, Palazzo Chigi in realtà punta su una media dei due sconti. Ma come insegnano i polli di Trilussa, questo significa inevitabilmente che a gennaio lo scalino ci sarà. Molti lavoratori avranno meno soldi rispetto a dicembre.

E qui viene in soccorso la delega fiscale, la cornice della riforma del fisco appena approvata dal Parlamento. Il suo autore, il viceministro dell’Economia Maurizio Leo, proverà a riempire lo scalino con una magia sugli scaglioni Irpef. Cercando di intrecciare il taglio del cuneo con il passaggio da quattro a tre aliquote dell’imposta sui redditi, altra promessa del governo meloniano. Riuscirci non è uno scherzo. Ma il viceministro sa che è l’unica strada per evitare di essere travolti a gennaio dalla furia dei lavoratori traditi.

Il nodo delle coperture in manovra

Spiega Leo: «Confermare il taglio del cuneo costa 11,4 miliardi di euro più altri 315 milioni di trascinamento all’anno successivo. Al netto delle tasse, pari a 3,2 miliardi, siamo a un costo netto della misura di 8,5 miliardi». Quando il viceministro cita questi numeri si riferisce appunto a una media degli sconti tra primo e secondo semestre di quest’anno. Nel primo semestre il taglio del cuneo era di 3 punti per redditi fino a 25 mila euro e 2 punti fino ai 35 mila euro. Nel secondo semestre, da luglio a dicembre, il taglio è salito del 4% e quindi rispettivamente a 7 e 6 punti. Se il governo Meloni volesse rendere strutturale questi 6-7 punti (che producono i “100 euro”) la spesa sarebbe insostenibile: 15 miliardi lordi (11 netti).

Ecco dunque Trilussa: confermare il taglio medio, che poi sono i 5 punti del programma del governo. Per riprendere l’esempio di prima il lavoratore con un reddito di 25 mila euro ha registrato nel primo semestre 41 euro netti in più al mese e nel secondo semestre 92 euro netti. A gennaio intascherebbe 66 euro netti al mese, la media dei due “sconti” del 2023. E quindi 26 euro in meno. Un buco da colmare. C’è poi un altro problema a cui Leo vorrebbe porre rimedio: «Il taglio del cuneo comporta un aumento del prelievo Irpef, se non si fa nulla. Ecco perché occorre agire su aliquote e scaglioni». Per sterilizzare l’effetto fiscale.

Sterilizzare l’Irpef e il fiscal drag

Questo accade perché l’Irpef si paga sul salario al netto dei contributi previdenziali. Se il governo taglia i contributi, aumenta il reddito imponibile sui cui il lavoratore paga le tasse. Per far sì che l’Irpef non si mangi un altro terzo del beneficio — in realtà fino a metà, se aggiungiamo le addizionali regionali e comunali — il governo deve compensare quei 3,2 miliardi di maggiore Irpef che ora sta incassando mentre esulta per i “100 euro”.

Sconto medio e maggiore Irpef da sterilizzare non sono gli unici problemi da risolvere, se veramente si vogliono aiutare i lavoratori. La super inflazione è in agguato e tramite il drenaggio fiscale — fiscal drag  risucchia altro potere d’acquisto. I sindacati chiedono non a caso di rivalutare le detrazioni all’inflazione. Come pure chiedono di impedire che uno straordinario o una promozione vanifichi il beneficio, alzando il reddito poco sopra i 25 o 35 mila euro. Il governo ha molto da fare.