LIBERI TUTTI – Crisi di memoria. Giorgia declama di fare politica nel nome di Borsellino ma ha tradito la cultura legalitaria che fu del Msi

(DI TOMMASO RODANO – ilfattoquotidiano.it) – “Il Movimento Sociale Italiano è sempre stato una forza di opposizione dura, ben estranea a tavoli e tavolini. Ma quando sei al governo cambia la vita, lo scenario è completamente diverso e non puoi non tenerne conto”. Parola di Riccardo De Corato, deputato e storico esponente missino, testimone e protagonista di quasi quarant’anni di evoluzioni e involuzioni della destra italiana. “Manettaro” fino al midollo, De Corato fu tra gli accusatori del sistema di corruzione agonizzante della prima repubblica: “Fui eletto in consiglio comunale, a Milano, nel 1985 e compresi subito l’entità del malaffare, la quantità di tangenti che giravano”. Era l’alba di Mani Pulite: “Da allora iniziai quasi a vivere in procura, entravo e uscivo dal palazzo di Giustizia”. Sulla legalità, il fascista De Corato era a fianco del comunista Basilio Rizzo e dell’ex socialista (anticraxiano) Elio Veltri. Un duro e puro. Ma oggi, appunto, “è cambiata la vita”: è onorevole di FdI, vicepresidente della commissione Affari costituzionali, meloniano convinto e realista, difende gli svarioni “garantisti” del Guardasigilli Carlo Nordio e la nuova dimensione del suo ultimo partito; oggi si governa, dunque, “lo scenario è diverso”.
Ma è tutta la destra italiana a essere molto diversa da allora. Meloni dice di essere cresciuta nel mito di Paolo Borsellino – l’ha ostentato anche nel primo discorso alle Camere, dopo la vittoria elettorale –, eroe nazionale dell’Antimafia, da ragazzo militante del Fuan, il movimento studentesco vicino al Msi. Il suo governo invece – con le picconate alle intercettazioni, all’abuso d’ufficio, al concorso esterno in associazione mafiosa, alla legge Severino – ha raccolto l’eredità diretta della lunga stagione berlusconiana: un conflitto senza sosta con la magistratura.
Fino alla metà degli anni settanta, una parte della destra post fascista fu protagonista della stagione delle stragi, dell’eversione; si fece strumento della “strategia della tensione” in funzione anticomunista, collusa con pezzi di massoneria, criminalità, servizi segreti.
Ma nella storia del Movimento sociale c’è altro, soprattutto negli anni di Tangentopoli. Il partito di Gianfranco Fini provò ad accreditarsi come forza pulita, legalitaria, cavalcando le inchieste della magistratura e accompagnando l’ondata che stava travolgendo la politica italiana e spazzando via i partiti tradizionali.
Era, appunto, l’Msi che votò simbolicamente Borsellino come presidente della Repubblica (nel 1992 il magistrato ottenne 47 preferenze missine), che scendeva in piazza contro le tangenti e per “le manette”. I missini erano tutti dalla parte di Antonio Di Pietro, che con Fini ebbe un rapporto più che cordiale: i due si stimavano, Mirko Tremaglia immaginava anche una collaborazione politica. Anni dopo fu lo stesso Di Pietro a sottolinearlo: “Solo un partito non ha preso tangenti e non è stato coinvolto in Mani Pulite, è il Movimento sociale italiano”.
Era anche l’Msi che assumeva la lotta alla criminalità organizzata come uno dei cardini identitari, una cultura forgiata dal lavoro in commissione Antimafia di Beppe Niccolai, elogiato anche da Leonardo Sciascia.
Lo ricorda Fabio Granata, che fu tra i rappresentanti della destra sociale meridionale, tra i pochi a rimanere a fianco di Fini anche dopo la rottura con Berlusconi e l’uscita dal Pdl: “Fui deferito ai probiviri del partito – che ai tempi erano presieduti, significativamente, da Denis Verdini – perché sostenni in commissione, da relatore sulle Stragi di mafia, la piena credibilità di Gaspare Spatuzza. Per loro era inaccettabile, Spatuzza coinvolgeva Graviano, Mangano, Cinà, Dell’Utri…”. È in quel momento che la cultura legalitaria della destra post missina si sgretola del tutto, finisce in sgabuzzino: “Il berlusconismo l’ha fatta esplodere”, conclude Granata.
Fini viene esiliato, mentre Meloni è ministra della Gioventù e resta nel Pdl. Poco più tardi fonda Fratelli d’Italia e si riappropria dei valori della destra sociale, ma solo fino all’uscio di Palazzo Chigi.
“Salvatore Borsellino mi ha regalato una copia dell’agenda rossa con una dedica molto bella”, dice Granata: “A Fabio, uomo di quella destra a cui apparteneva mio fratello Paolo, una destra che oggi non esiste più”.
Ho sempre scritto – per fortuna “scripta manent” – che Berlusconi non è mai stato la malattia di questo miserrimo Paese, bensì una delle tante metastasi. Magari un po’ più grossa o, meglio, evidente, anche perché lui non si è mai nascosto troppo, al contrario di altri imprenditori che “governavano” (e governano) nascosti nell’anonimato. Perché se sono i politici e NON i gruppi industriali a governare, qualcuno dovrebbe spiegare per quale motivo politici che rappresentavano il ns. Paese, eletti da ITALIANI non industriali…, abbiano stipulato un contratto di concessione rispetto un asset fondamentale e preziosissimo, tutto a favore dei concessionari. Per QUALE motivo? Due possibili risposte:
a) presero mazzette a non finire;
b) ubbidirono agli ordini, ergo NON sono mai loro a decidere quando devono parlare con i signori delle auto, delle maglie et similia.
Ho divagato, pazienza. Il punto era: Meloni, così come Salvini, non sono sempre stati “stampella” di Berlusconi? Quindi QUALE diversità dovrebbe avere… Flik rispetto Flok? Forse perché “dicevano”, “dichiaravano”, ma già sapevano che sarebbero ben presto diventanti come lui… Ragazzi, ma perché riusciamo, nonostante mille indizi, a farci prendere per il cubo da decenni? SONO TUTTI UGUALI, nessuno escluso!! Quelli “diversi”, con il caro estinto(RE), si chiudevano in casa (patto della crostata) o dentro il Nazareno a discutere di COSA? E perché, se erano diversi, quando al governo non hanno MAI varato una legge sul conflitto d’interessi, sulla questione morale, etc.? Ahhhhh, saperlo. Vota Antonio, vota Antonio, vota Antonio FOREVER!!
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Meloni,oni,oni,come berlusconi,oni,oni.—-si ii..oni!
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