La politica italiana è quasi sempre avvilente e non regala certezze. Tranne una: non c’è nessuno peggiore di Matteo Renzi e dei suoi sparuti ultrà. Salvini, almeno, ha un pregio: si presenta per quello […]

(di Andrea Scanzi – ilfattoquotidiano.it) – La politica italiana è quasi sempre avvilente e non regala certezze. Tranne una: non c’è nessuno peggiore di Matteo Renzi e dei suoi sparuti ultrà. Salvini, almeno, ha un pregio: si presenta per quello che è. Idem Meloni. Renzi, no: per anni si è spacciato per il futuro della sinistra, lui che di sinistra non ha nulla, e in troppi gli hanno pure creduto. Se si va a rileggere quel che giornali come Repubblica scrivevano tra il 2014 e 2016, ma pure dopo (e alcuni perfino adesso), viene da vomitare.

L’uomo è da tempo politicamente postumo di se stesso. Eterno Berlusconi che non ce l’ha fatta, vorrebbe ora essere l’ago della bilancia, ma non se lo fila nessuno. Epica la sua performance in Molise, dove si è goduriosamente legato al centrodestra sperando d’esser decisivo, ma non l’ha votato neanche il gatto (e nonostante ciò ha pure trovato il tempo di esultare).

Anche quando lo riverivano manco fosse Adenauer, Renzi ha sempre avuto dietro di sé la peggiore classe dirigente di ogni galassia (giornalisti asserviti compresi). Una pena totale. Adesso, però, il suo livello politicamente rasoterra è così evidente da suscitare quasi tenerezza (ho detto “quasi”).

Fa il direttore editoriale di un giornale che non legge nessuno. In Parlamento è entrato grazie a Calenda, che non lo sopporta. L’informazione più sussiegosa continua a inserirlo all’interno dell’“opposizione”, sebbene Renzi sia in tutto e per tutto la stampella (peraltro inutile) del governo Meloni. Sulla guerra, lui e Calenda votano col governo. Sulla giustizia (si fa per dire) lui e Calenda votano col governo. Sul Reddito di cittadinanza lui e Calenda votano col governo. Sul premierato, lui e Calenda voteranno col governo. Sul caso Rackete, che ha portato al salvataggio di Salvini, lui e Calenda si sono astenuti. Sul caso Santanchè, Renzi tace, perché è suo amico e perché se Fatto e Report dicono una cosa, lui a prescindere dice l’opposto. E sul salario minimo, che ha visto per una volta la clamorosa convergenza di tutta l’opposizione (Calenda compreso), Renzi si è messo di traverso: non per convinzione, ma per fare un dispetto a Conte e Schlein.

Renzi non ha doti spiccate, non ha più elettori e non ha mai avuto ideali riconoscibili. Ma ha una dose smodata di ambizione e odio (per i 5 Stelle, per la sinistra, per il Fatto) che gli vale una protezione mediatica infinita e che non gli fa avere contezza del suo stato politicamente comatoso. E questa sua inconsapevolezza di se stesso, per quanto inquietante, gli permette di non avere ritegno: avere gli specchi foderati di ghisa, a volte, aiuta.

Ne è prova la sua – nonché dei Boschi & Scalfarotto – guerra santa contro l’informazione sgradita: “i giornalisti del Fatto sono sempre in tivù”, “la Gruber li invita troppo”, “la Berlinguer li paga pure”, eccetera. Evidentemente, secondo questi bei giuggioloni, i palinsesti dovrebbero deciderli loro e i giornalisti invisi alla Diversamente Lince di Rignano dovrebbero lavorare gratis, mentre lui invece può ricevere badilate di milioni ovunque, possibilmente da maestri di democrazia come l’amico Bin Salman, raccontando al mondo come si fa a perdere in un amen un consenso (immeritatamente) enorme. In un Paese normale, Renzi farebbe il fenomeno di quarta fila, zimbellato dai più in un qualsiasi bar di provincia. Da noi, nonostante tutto quel che ha fatto – parafrasando Guccini – ci saranno sempre un pio, un teoreta e un Aldo Grasso a sparar cazzate su di lui. E ci sarà sempre qualcuno financo pronto a scriverne l’agiografia narrandone le nobili gesta e gli ancor più eroici digiuni intermittenti. Che dire? Gli sia lieve questo eterno, mesto e sommamente straziante tramonto.