I RICCHI CONTRO I POVERI – Botta e risposta. A Milano, destra con gli industriali che reclamano le mani libere. A Roma Pd, 5S e sindacati portano avanti la lotta sul lavoro

(DI SALVATORE CANNAVÒ – ilfattoquotidiano.it) – Due platee diverse, due mondi di riferimento a cui ieri maggioranza e opposizione si sono rivolte. Da una parte, a Milano, gli industriali che rivendicano “mani libere” in economia e allergia per i vincoli ambientali; dall’altro, a Roma, sinistre e sindacati uniti sul salario minimo e contro il “darwinismo sociale”.
Due collocazioni più casuali che non frutto di una strategia, che proprio dal tema del salario minimo sembrano trovare una linea di demarcazione: la misura non è gradita dal presidente di Assolombarda e il presidente di Confindustria si è detto “non ostile”, solo perché i contratti dell’industria sono superiori. Ma i punti che potrebbero delineare due schieramenti sono anche più ampi.
“Lasciateci lavorare” Alessandro Spada, che guida gli industriali di Milano, Lodi, Pavia, Monza e Brianza, ha reso omaggio all’inizio della sua relazione “all’imprenditore Silvio Berlusconi”. Non l’aveva fatto la premier intervenuta prima di lui, che però ne ha rilanciato la principale eredità: “Lasciateci lavorare”.
La presidente del Consiglio si è presentata un po’ nervosa, senza particolari “doni”, ma con due idee di fondo ben apprezzate: garantire mano libera alle aziende, in particolare nel passaggio alla transizione ecologica, e cambiare la narrazione che vede le imprese brutte, sporche e cattive, mentre dovrebbero essere “l’orgoglio della nazione”.
Sul tema ambientale, Spada ha rilanciato con molte concessioni alla retorica prendendosela con “l’accelerazione ambientale impressa dalla Commissione europea” che vuole “scaricare sulle imprese i costi della transizione ecologica”. Poi l’allarme: se si segue la direttiva della Commissione per ridurre le emissioni inquinanti dell’80%, “occorre eliminare il 75% delle attività industriali. È forse questa sostenibilità?”.
L’altro accento, che è piaciuto molto agli industriali, è l’idea di un altro racconto dell’impresa. “Mi è piaciuto molto sentire nelle parole della presidente Meloni un atteggiamento diverso rispetto alla narrazione dell’industria”, ha commentato il presidente di Confindustria, Carlo Bonomi. Ce n’è abbastanza per proclamare piena sintonia tra governo e imprenditori, magari come quella che si verificò proprio con il Berlusconi del 2001 o, meglio, con il governo Draghi? Ovviamente no. Le distanze ci sono, ad esempio sull’Europa. Spada ha insistito sulla “costruzione di una politica comunitaria, che negli ultimi decenni non c’è stata”, consapevoli della competizione che occorre sostenere con Usa da un lato e Cina dall’altro. Sul Pnrr, gli industriali continuano a masticare amaro perché al momento non hanno avuto grandi ritorni e infatti Assolombarda ha rilanciato l’idea di destinare i fondi non spesi ai “crediti d’imposta alle imprese” e affermare “il principio per cui gli investimenti strategici per il Paese non siano sottoposti al Patto di Stabilità”. Il riferimento principale è alla “sanità” che costituisce una fetta importante dell’attività privata in Lombardia. Ma il dialogo, almeno con questa Confindustria, è instaurato.
Uniti nella lotta Sul fronte avverso la battaglia sul salario minimo vede unite le opposizioni – tranne Matteo Renzi che di “compenso orario minimo” parlava nel Jobs Act – e parte del sindacato. Si delinea uno schieramento politico e sociale che non è chiaro quanto reggerà. Pd e 5 Stelle, ad esempio, devono spiegare perché non approvarono la misura quando hanno governato. Un ampio fronte “riformista” contesta che i contratti nazionali garantiscono già un salario minimo per il 97% dei lavoratori, lo sostiene ad esempio il professor Michele Tiraboschi e anche la posizione ribadita da Bonomi – “noi i contratti li rinnoviamo e sono tutti sopra i 9 euro lordi” – sembra voler dire questo. Ci si potrebbe chiedere se questo non significhi che la soglia individuata sia troppo bassa oppure interrogare su quanto spiegava ieri sulla Stampa Pasquale Tridico, stimando in 1,5 miliardi gli introiti possibili per lo Stato. Potrebbe fare più presa, invece, quanto scrive sul Corriere Federico Fubini citando le analisi della Bce: i bassi salari italiani hanno consentito al nostro Paese di essere in prima fila nella competitività europea e il loro rialzo significa sacrificare una rendita. Una ovvietà nel rapporto antagonistico tra le ragioni del lavoro e quelle dell’impresa, dove spesso non si riesce a stare sia dall’una che dall’altra parte. Pd e 5Stelle dovranno fare i conti con tutto questo.