Se il Partito democratico e il Movimento 5 Stelle non riuscissero ad aprire un confronto, e magari a trovare un’intesa, sulla questione sociale del precariato e del lavoro, dovrebbero entrambi mettersi l’animo in pace, chiudere […]

(di Giovanni Valentini – ilfattoquotidiano.it) – “Il lavoro è spesso ostaggio dell’ingiustizia sociale e, più che essere un mezzo di umanizzazione, diventa una periferia esistenziale” (Papa Francesco – Udienza generale, 12.01.’22)

Se il Partito democratico e il Movimento 5 Stelle non riuscissero ad aprire un confronto, e magari a trovare un’intesa, sulla questione sociale del precariato e del lavoro, dovrebbero entrambi mettersi l’animo in pace, chiudere bottega e dichiarare fallimento. L’ipotesi è chiaramente paradossale. Ma, di fronte alle polemiche pretestuose e strumentali sulla presenza di Elly Schlein alla manifestazione di sabato scorso indetta a Roma dal M5S proprio su questi temi, può anche assumere il significato o il valore di una sfida per l’uno e per l’altro.

L’emergenza disoccupazione, nonostante i dati sulla “ripresina” decantati dall’esecutivo in carica come se fosse tutto merito suo, oggi nel nostro Paese è più che mai attuale e drammatica: soprattutto nelle Regioni meridionali, fra i giovani e le giovani del Sud. E sappiamo tutti che, come recita l’articolo 1 della Costituzione, sul lavoro è fondata la nostra Repubblica. Se due forze politiche che si dichiarano progressiste e militano nello schieramento di sinistra o di centrosinistra, tanto da aver già convissuto nel governo giallorosso ed essere alleate in diverse amministrazioni locali, non riuscissero a mettersi intorno a un tavolo per discuterne ed elaborare una strategia comune, allora tanto varrebbe rinunciare a qualsiasi ipotesi di alternativa alla destra.

Le manipolazioni e le strumentalizzazioni delle parole pronunciate da Beppe Grillo alla manifestazione di Roma dimostrano, da sole, che questo è proprio ciò che più teme l’attuale maggioranza parlamentare. Lo teme anche la stampa padronale che fa da supporter alla destra. E probabilmente, lo teme una parte dei “dem”, orfani o nostalgici renziani. Attaccare la segretaria Schlein per aver portato il suo saluto a Giuseppe Conte, prima ancora che Grillo parlasse delle “brigate di cittadinanza” e Moni Ovadia della guerra, significa contrastare l’unica prospettiva possibile e praticabile per fare opposizione al “governo Melusconi”, come l’ha ribattezzato Marco Travaglio.

È chiaro che fino alle elezioni europee del prossimo anno, in cui – com’è noto – si voterà con il proporzionale, ognuno andrà per conto suo e cercherà di raccogliere una maggior dote di consensi per regolare i rapporti di forza. Ma sarebbe bene che il disgelo o la distensione cominciasse già ora, per superare le divergenze e valorizzare i punti in comune: dal lavoro, in primis, alla sanità e alla scuola, fino all’uso delle risorse del Pnrr. E anche sulla guerra in Ucraina le rispettive posizioni possono e devono trovare una confluenza nella ricerca di una pace equa e duratura.

Resta il problema del Pd e della sua identità. Non è un mistero che Schlein non sia stata eletta all’interno di quel partito, bensì all’esterno; dagli elettori e non dagli iscritti. E questa anomalia, comunque la si voglia giudicare, rappresenta oggettivamente un vulnus, un elemento di debolezza, per la leadership dei democratici. Prima o poi, il nodo andrà risolto a livello di statuto. Al momento, però, una destituzione della segretaria o, peggio ancora, un’altra scissione, sarebbero un boomerang per l’immagine e la tenuta del Pd.

“Da soli non si vince”, ha proclamato lei stessa nel corso dell’ultima direzione. Ed è una verità tanto ovvia da rischiare la banalità. Ma, per poter vincere domani, occorre cominciare oggi a costruire le basi di un’alleanza imperniata sui valori della giustizia sociale e della solidarietà. Per il Pd e il M5S, l’errore fatale – come ha già avvertito Antonio Padellaro su questo giornale – sarebbe quello di farsi concorrenza fra loro.