“Sicura che sia tutto falso?”. Meloni per ora difende Santanchè ma la fiducia è a tempo

(di Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – Prima di proporla come ministro, Giorgia Meloni aveva chiesto informalmente alcune informazioni ai soggetti istituzionali sulla galassia delle società di Daniela Santanché, dopo che si era saputo che i revisori avevano bocciato il bilancio della società Visibilia. Voleva essere certa di poter sostenere anche nei mesi successivi l’ingresso al governo dell’attuale responsabile del Turismo, in rapporti strettissimi con il presidente del Senato Ignazio La Russa. Adesso che Report ha scatenato una bufera sulla ministra, la posizione della presidente del Consiglio non cambia: difesa, fino a prova contraria. Ma accompagnata da un senso di angoscia e profonda preoccupazione, che stenta a restare negli argini di Palazzo Chigi. Il timore è che a breve altro possa trapelare, per questo la presidente del Consiglio si appresta anche al piano B. Che potrebbe tradursi, nel caso in cui la posizione dovesse peggiorare nei prossimi giorni, nella richiesta di dimissioni.
È quello che al mattino la premier dice al telefono a Santanché, nelle ore in cui nel governo prevale un retrogusto di assedio. Le rinnova la fiducia, ma non la presenta come un sostegno incondizionato. Fiducia piena, ma a patto che nulla venga nascosto. E ripropone un quesito già avanzato in passato, che si può sintetizzare così: «Sei sicura che non ci sia nulla che possa metterti realmente in difficoltà?». La ministra prova a rassicurare la sua premier. E le anticipa che minaccerà querele.
Sono ore di imbarazzo e profonde tensioni, insomma. Il silenzio con cui la destra accoglie in Aula la richiesta di dimissioni di Santanché avanzata dalle opposizioni segnala un problema. Nel frattempo, Meloni studia la questione assieme ai fedelissimi di Palazzo Chigi, immaginando una reazione in tre step. Il primo è quello della difesa, come detto. Il secondo servirebbe a gestire l’eventuale ufficializzazione alle parti di un’indagine a carico di Santanché: la ministra verrebbe convocata a Palazzo Chigi dalla leader per un nuovo faccia a faccia risolutivo. Il terzo servirebbe a maneggiare nuove insostenibili rivelazioni. Meloni pretenderebbe un passo indietro.
Di insostenibile, in queste ore, c’è parecchio. C’è ad esempio il rapporto tra Meloni e Salvini. I due si parlano al telefono. E non finisce bene. La premier è furibonda perché la richiesta leghista di votare in commissione contro il Mes — suggerita dal segretario — ha provocato un pasticcio politico. Ma è su molti dossier che i due entrano in rotta di collisione, premessa di quanto accadrà nei prossimi mesi forse anche a causa della competizione per la guida del centrodestra che si è aperta dopo la morte di Silvio Berlusconi. Salvini e Meloni litigano anche sul nome del commissario alla ricostruzione in Emilia Romagna: la leader vuole un politico, il vicepremier preferirebbe un tecnico. Come se non bastasse, manca anche la copertura sulle norme per la ricostruzione.
Ma non è finita qui. Nel tritacarne del conflitto finisce anche il ruolo di Giorgetti. Che Meloni accusa di una pessima gestione della lettera della discordia sul Mes, ma a cui Salvini imputa un posizionamento troppo distante dalla linea della Lega. E certo, il fatto che nell’inchiesta di Forlì finisca Gianluca Pini non aiuta: nelle carte l’ex parlamentare vanta un rapporto con il titolare dell’Economia. E il segretario leghista non gradisce, visto che proprio Pini già nel 2020 ingaggiò una battaglia politica e sul simbolo contro Salvini.
Tutto finisce nell’aspro confronto tra la premier e il suo vice. Forte dei sondaggi attuali, Meloni arriva a ventilare il ricorso alle urne, anche se soltanto come sfogo per reagire alla guerriglia leghista. Trascorrono un altro paio d’ore e la giornata si tinge pure di giallo. La presidente del Consiglio decide di sconvocare il consiglio dei ministri, in agenda per le 17. Fa trapelare ragioni “personali” dietro alla decisione. E fonti di palazzo Chigi offrono versioni discordati: c’è chi ipotizza una visita medica programmata, chi lega la scelta ad alcuni impegni presi da Meloni in quanto genitore.
Di certo c’è che la presidente del Consiglio lascia Palazzo Chigi alle 17.38, nell’auto di servizio, fumando una delle sigarette sottili che da tempo cerca di abbandonare. Il consiglio dei ministri si riunisce comunque, senza di lei. Ma salta l’avvio dell’esame della riforma del codice della strada. E su questo punto la questione si complica ulteriormente. A sera, infatti, tra i ministri prevale un’altra interpretazione: la premier avrebbe deciso di sconvocare la riunione del cdm dopo lo scontro con Salvini. Una ritorsione politica. Il leghista deve rinunciare alla conferenza stampa. Certo è che poco dopo fa inviare ai cronisti una lunghissima nota esplicativa sul provvedimento. E fa aggiungere, velenoso: «Salvini è pronto a tornare in tv. Doppio appuntamento questa sera, su Rete 4 e su Rai1». La promessa di una battaglia appena cominciata.
Caso Santanchè, compensi d’oro per i cda con le società sul lastrico. La procura indaga sui crac

(di Antonio Fraschilla – repubblica.it) – Roma — Due procedimenti giudiziari in corso, in sede civile e della procura di Milano, mettono nel mirino Visibilia editore durante la gestione dell’imprenditrice “prestata” alla politica, Daniela Santanché, oggi ministra del Turismo. Ieri nel procedimento civile la procura guidata da Marcello Viola, che lo scorso novembre ha aperto un fascicolo per falso in bilancio coinvolgendo anche la ministra, ha consegnato nuove relazioni tecniche sulla gestione allegra della società, svuotata negli ultimi anni esattamente come un’altra spa gestita dalla Santanchè, il gioiellino del biologico Ki group. Due aziende floride finite sul lastrico, anche se non fallite e ancora sulla carta attive, decine di dipendenti licenziati e che attendono in alcuni casi anche il tfr e le azioni dei piccoli azionisti ridotte a carta straccia. Il tutto mentre come amministratrice Santanchè ha preso lauti compensi, come raccontato da Report in un ampio servizio andato in onda lunedì scorso.
Sia il fascicolo della procura di Milano sia il giudizio in corso in sede civile su Visibilia editore nascono da esposti di alcuni piccoli azioni. La società è attiva nel campo dei giornali e della pubblicità e fino alla fine del 2022 ha avuto tra i suoi soci Santanchè insieme al compagno attuale Dimitri Kurz. Il bilancio del 2021, chiuso con una perdita di oltre 3 milioni di euro, non è stato approvato dalla società di revisione Bdo «per l’impossibilità di esprimere un giudizio». Ma a dicembre del 2020 Visibilia editore spa, tra le strane operazioni portate avanti, ha speso 816 mila euro, il 50 per cento del valore in quel momento in borsa, per acquistare i domini internet delle testate collegate a Novella2000 e Visto. E da chi le ha comprate? Da Visibilia magazine srl, altra società della galassia che ruota attorno a Santanché. Nel 2017 Visibilia editore aveva comunque licenziato già tutti i giornalisti e nel 2019 per far fronte a una grave crisi di liquidità aveva chiesto un prestito a una misteriosa società di investimento di Dubai, Negma. E qui compare il nome del presidente del Senato, Ignazio la Russa, che si è presentato come legale del fondo in una diffida inviata al giornale Milanotoday: sito online che aveva ricevuto una diffida anche da Visibilia, firmata sempre dall’avvocato La Russa. Secondo i piccoli azionisti che hanno presentato denunce in procura, e avviato la causa civile, anche l’operazione Negma ha contribuito a diminuire il valore delle azioni: a fronte di un prestito da 3 milioni di euro, il fondo di Dubai ha ricevuto azioni di Visibilia che poi a rivenduto sul mercato contribuendo ad abbassarne il valore.
Report ha messo nel mirino anche la gestione Ki gruop: azienda di commercializzazione di prodotti biologici rilevata da Santanché e dal suo ex compagno Canio Mazzaro intorno al 2011. «In meno di nove anni — dice Report — solo come stipendi per le cariche sociali, Daniela Santanché si è portata a casa due milioni e mezzo di euro e Canio Mazzaro sei». Ma c’è di più: dal 2018, quando Santanché e Mazzaro subentrano nella gestione diretta dell’azienda, la Ki Group ha enormi difficoltà nel saldare la merce ai propri fornitori e inizia a promettere pagamenti che non arrivano a decine di aziende. Nel 2018 i debiti di Ki Group verso i fornitori arrivano a oltre 8 milioni di euro, quasi un quarto del fatturato. A partire dal 2019 i numeri di Ki Group spa sono sempre più preoccupanti. I bilanci dell’azienda vengono sistematicamente bocciati dalla società che li revisiona e viene creata una seconda società con lo stesso nome (ma srl) che si prende i rami di azienda che fatturano e la Ki group spa diventa «una scatola vuota». Nel frattempo i dipendenti hanno perso il lavoro e alcuni attendono ancora il tfr e hanno presentato istanza di fallimento alla srl omonima per 500 mila euro. In nove anni il valore di Ki group in borsa è passato da 35 milioni a 465 mila euro, gli azionisti hanno versato 23 milioni e 9 milioni di euro sono andato solo a emolumenti di Santanchè e dell’ex compagno.
Inchiesta sulle aziende, bufera su Santanchè. L’opposizione chiede le sue dimissioni

(di Giovanna Vitale – repubblica.it) – ROMA — Dimissioni. La richiesta arriva come una rasoiata in apertura dei lavori alla Camera, subito dopo la commemorazione di Silvio Berlusconi. Nessuno nella maggioranza se l’aspettava. A tre giorni dall’inchiesta di Report sulle attività imprenditoriali di Daniela Santanchè — accolta dal silenzio tombale del centrodestra e della stessa ministra del Turismo, nonostante i pesanti addebiti su fornitori non pagati, dipendenti lasciati senza Tfr e licenziamenti illegittimi a fronte di lauti compensi incassati — si era diffusa la convinzione che il caso si sarebbe sgonfiato come una bolla di sapone.
E invece, al primo varco di calendario utile, il Pd decide di passare al contrattacco in Parlamento. Chiamando in causa la presidente del Consiglio, invitata «a riferire in aula», ed evidenziando «l’inopportunità che la ministra continui a ricoprire l’incarico», scandisce Toni Ricciardi, autore dell’interrogazione depositata all’indomani di Report.
Una strategia studiata per mettere in difficoltà la premier, rimasta zitta a dispetto della bufera scatenata dalle opposizioni, e con lei l’intero governo, già tormentato da scontri interni e continue fibrillazioni. In grado di gettare nell’imbarazzo più totale Fratelli d’Italia, che fino a sera preferisce non replicare alle bordate degli avversari. «Daniela ci ha detto che è tutto falso, a breve uscirà una sua nota», prende tempo in Transatlantico Giovanni Donzelli.
Ma stavolta la minoranza non intende fare sconti. «Quello che sta emergendo su Santanchè è incompatibile col suo ruolo di ministra. Non ci sono alternative: dimissioni», attacca su Twitter il dem Peppe Provenzano. «Meloni non taccia, assicuri la credibilità delle istituzioni. Altrimenti è complice del loro discredito». Stessa linea di Enzo Amendola: «Abbiamo una ministra imprenditrice spericolata, accusata di collezionare fallimenti e di non pagare dipendenti e fornitori. Lei intanto glissa e non risponde. In passato abbiamo visto membri del governo dimettersi per molto meno. Come può Meloni far finta di niente?». Un fuoco di fila che contagia anche gli altri partiti di opposizione: «Aspettiamo chiarimenti», intima Carlo Calenda. «L’unica cosa che Santanchè può fare è dimettersi», avverte Nicola Fratoianni di Si. «Da due giorni il M5S chiede alla ministra di spiegare», interviene Chiara Appendino, «però nulla, solo silenzio. A questo punto le dimissioni sono l’unico epilogo possibile, anche Meloni dovrebbe prenderne atto».
Una giornata nera. Che neppure la smentita — arrivata solo a pomeriggio inoltrato — riesce a rischiarare. Per Santanchè, che minaccia querele, le notizie trasmesse in tv e rilanciate anche da Repubblica sono «prive di corrispondenza con la verità storica». Sono state cioè «rappresentate in forma del tutto suggestiva e unilaterale» per «screditare l’immagine e la reputazione della sottoscritta». Nessuna delucidazione nel merito, ma tanto basta a FdI per accennare una timida reazione, mentre gli alleati continuano a tacere. «Solidarietà alla ministra, certi esponenti della sinistra non si sono ancora resi conto che gli unici a essere dimissionati sono loro, dagli elettori», tuona il capogruppo meloniano Tommaso Foti. E però il verde Angelo Bonelli insiste: «Invece di rispondere, Santanchè minaccia azioni giudiziarie. Inaccettabile. Insieme alle altre opposizioni, sarebbe opportuno valutare una mozione di sfiducia verso la ministra». Stavolta potrebbe accadere davvero.
Possono e devono esserci più donne nei posti di potere.
Ma non QUESTE donne…
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