(STEFANO IANNACCONE – editorialedomani.it) – Più poltrone per tutti. Finita la sbornia anti casta e placata la furia contro i costi della politica, ecco che ritorna alla memoria uno slogan che sarebbe calzante per un sequel di un film di Cetto La Qualunque, il personaggio interpretato da Antonio Albanese, icona del populismo sperperatore. La politica è infatti pronta alla restaurazione delle province, così come le abbiamo conosciute fino al 2014, con presidenti, giunte e consiglieri che tornano ad avere un ruolo. E una cospicua indennità.

Gli atti parlamentari raccontano che in commissione affari costituzionali al Senato i lavori vanno avanti spediti: il testo-base è stato adottato, mettendo insieme un po’ dei disegni di legge presentati in questa legislatura, dalla Lega al Movimento 5 stelle passando per il Pd. Ma alla fine il centrodestra ha dato priorità alle sue idee, ha già detto chiaro e tondo che nel 2024 ci sarà l’election day con le Europee, rifiutando i compromessi con le opposizioni.

VOGLIA DI SEGGIO

Già tra dodici mesi ci sarà il ritorno delle cosiddette elezioni di primo livello in oltre 50 province. Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia si sfregano le mani all’idea di fare incetta di presidenti e assessori provinciali per saziare gli appetiti di chi, suo malgrado, non è riuscito a trovare uno spazietto nelle liste per le politiche o per le ultime regionali, laddove si è votato. Agli atti c’è la contrarietà delle opposizioni al disegno delle destre almeno nella modalità in cui è stato architettato. Sotto sotto, però, si scorge un desiderio unanime di mettere mano alle province per allargare un po’ le maglie delle poltrone da mettere in palio.

La destra ha dalla sua parte un’arma pronta da brandire di fronte alle critiche: la riforma Delrio di 9 anni fa si è rivelata un pasticciaccio, che non ha abolito gli enti perché per farlo c’era bisogno di un intervento sulla Costituzione.

Così esistevano sulla carta, con elezione di secondo livello con sindaci e consiglieri comunali che si spartivano in congreghe semi-segrete, lontano dagli occhi indiscreti dei cittadini, gli incarichi per pura bulimia di potere. Non c’erano gettoni di presenze né remunerazioni e addirittura i poteri erano ridotti, eppure c’era la corsa alla poltrona: ma vuoi mettere la possibilità di fregiarsi del titolo di “presidente di provincia”?

«Se devono esistere le province, meglio far scegliere ai cittadini», è stato il refrain nella maggioranza, trainata dalla Lega con il ministro dell’Autonomia, Roberto Calderoli, che lo aveva promesso fin dall’insediamento del governo: «Farò ritornare le province». E giù applausi tutto intorno, a cominciare dall’Upi, l’Unione delle province italiane.

TAGLI FAGOCITATI

L’esito è scontato: tra un anno si eleggeranno i rappresentanti italiani a Strasburgo, ma si tornerà anche a scegliere varie amministrazioni provinciali. Chi è a caccia di un posto nelle istituzioni deve prepararsi e pazienza se c’è un cortocircuito con la voglia di tagliare i costi.

Camera e Senato, infatti, fanno i conti con le conseguenze della riduzione del numero dei parlamentari, mentre altrove si prevedono moltiplicazioni di cariche elettive. Insomma, il cosiddetto “taglio dei parlamentari”, celebrato dal Movimento 5 stelle come una grande rivoluzione, ha finora solo indebolito il parlamento. Un esempio? Si fa fatica a mettere in piedi pure delle commissioni bicamerali funzionanti: alcuni eletti devono suddividersi in vari compiti. Senza un tangibile risparmio per le casse pubbliche.

La certezza è stata fissata: il testo-base adottato al Senato offre una dote di una spesa di (almeno) 225 milioni di euro necessari al ripristino delle vecchie province, quantomeno per avviare il processo elettorale. Somma da rivede al rialzo quando saranno stabilite con precisione le indennità.

Vengono così definitivamente fagocitati i benefici – già non proprio salvifici – connessi alla riduzione – da 945 a 600 – delle indennità da corrispondere a deputati e senatori. La diminuzione dei costi era stata inizialmente stimata in 300 milioni di euro a legislatura. Cifra a sua volta rivista ancora al ribasso, perché le spese per il finanziamento dei gruppi sono rimaste intatte.

Alla fine, mettendo sulla bilancia tutti gli elementi, viene fuori che alla fine le casse dello Stato aumenteranno gli esborsi per garantire il funzionamento dell’intero apparato istituzionale. Detto fuori dai denti: gli stanziamenti per le province divorano i resti dei risparmi a Montecitorio e Palazzo Madama. E per carità, un seggio provinciale non è paragonabile al pregio e agli agi di uno scranno parlamentare. Ma dopo la brama dell’anti-casta, bisognava arrangiarsi in qualche modo.

POLTRONA DURATURA

Come se non bastasse, Fratelli d’Italia ha preteso che sia eletto pure il presidente delle città metropolitane, istituzione inizialmente pensata come una sorta di assemblea dei sindaci per favorire il dialogo sui problemi dei territori. Niente da fare. E ancora: un’altra manina della rinvigorita casta ha previsto una piccola-grande deroga.

Un consigliere provinciale che viene nominato assessore non dovrà dimettersi, come avviene generalmente per le Regioni, perché la legge introdurrà la clausola della «sospensione»: fino a che avrà la poltrona da assessore sarà rimpiazzato a tempo da un supplente (il primo dei non eletti), salvo poter tornare in consiglio qualora decadesse l’incarico amministrativo.

Un’elezione è per sempre, insomma, nelle nuove province. Ecco spiegata la fretta di agire, che addirittura prevede le elezioni pure prima della definizione dei compiti degli enti. Ancora non è chiaro come saranno distribuire le risorse, da dove verranno prese. Ci saranno prima le elezioni e poi si vedrà tutto il resto, attraverso successivi decreti legislativi del governo.

«Si mette il carro davanti ai buoi», lamenta il senatore del Pd, Dario Parrini, che chiede «prima il riordino, poi il voto». Troppa grazia, di fronte a centinaia di poltrone di assessori e migliaia di consiglieri da eleggere. Tanto per capire le province medie, quelle tra 500mila e un milione di abitanti, avranno un presidente, sei assessori e ventiquattro eletti in consiglio.

Le indennità ci saranno, ma decise successivamente sempre dal governo con appositi decreti. Intanto il plafond di 225 milioni di euro c’è, chissà se non sarà aumentato successivamente.

INTERESSI COMUNI

Ma oltre i soldi, c’è una battaglia politica, con interessi che un po’ confliggono ma in altri casi convergono. Nella maggioranza, per esempio, FdI e FI possono placare la sete di ruoli amministrativi, mentre la Lega piazza un’altra bandierina in nome del federalismo.

Nel Pd, appunto contrario alla formulazione del testo-base, esiste comunque un’anima smaniosa di conquistare un po’ di posti nelle Istituzioni: i malpancisti rimasti fuori potranno giocare le proprie carte misurandosi con i territori. E addirittura nei Cinque stelle il ritorno delle province segna un fatto importante, una cesura con il passato grillino. I pentastellati della prima ora hanno sempre rifiutato l’idea di poter partecipare alle elezioni provinciali, fedeli al motto di Beppe Grillo: «Aboliamo le province».

Nell’era di Giuseppe Conte il principio non esiste più: l’ex presidente del Consiglio può rivendicare, senza urlarlo troppo, il cambio di passo, l’istituzionalizzazione del suo Movimento anche su questo punto. Peraltro, come per tutti gli altri partiti, non dispiace affatto l’idea di poter piazzare qua e là qualche consigliere, tra quelli che non ce l’hanno fatta a tornare in parlamento. Interessi comuni, che si divaricano di fronte agli obiettivi di Fratelli d’Italia e Lega che vogliono riscrivere la geografia istituzionale del paese.

Il ballottaggio per i presidenti è previsto solo per il mancato raggiungimento del 40 per cento al primo turno. A colpi di piccone ci si avvicina alla modifica della legge elettorale per i Comuni, altro pallino di Salvini e Calderoli, condiviso questa volta da Meloni. L’idea è più ambiziosa: sperimentare il modello elettorale delle province da proporre agli italiani pure alle Politiche per il “premierato forte” agognato dalle riforme istituzionali.