La decisione di natura assolutamente discrezionale del governo Meloni di proclamare il lutto nazionale per la morte di Silvio Berlusconi è un atto politico che merita di essere analizzato per la sua […]

(DI ROBERTO SCARPINATO – ilfattoquotidiano.it) – La decisione di natura assolutamente discrezionale del governo Meloni di proclamare il lutto nazionale per la morte di Silvio Berlusconi è un atto politico che merita di essere analizzato per la sua valenza simbolica e per le sue ricadute istituzionali e sociali. Se si può concordare che Silvio Berlusconi sia stato un abilissimo uomo d’affari e politico, è contrario al principio di realtà proclamare solennemente dinanzi alla pubblica opinione internazionale e nazionale che egli incarni il modello italiano di uomo di Stato e di virtù repubblicane. I commenti dei principali organi di stampa stranieri non imbrigliati dagli equilibri di potere nazionali, attestano che neppure il brutale abuso della maggioranza numerica parlamentare può essere un lasciapassare per trasformare una visione di parte in una verità di Stato. Piuttosto si è danneggiata l’immagine del Paese, lasciando credere alla pubblica opinione internazionale che la proclamazione governativa del lutto attesti la concorde e unanime identificazione di tutti gli italiani nel modello di uomo di Stato incarnato da Berlusconi.
Il che non risponde affatto alla realtà. Tutti gli italiani possono concordemente identificarsi in modelli di uomini di Stato come Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e altre figure nobili di tale levatura, ma non è certo senza motivo che una buona parte del Paese non può identificarsi nel modello radicalmente antinomico di Berlusconi per ragioni talmente autoevidenti da non dover essere ancora una volta ricordate.
La credibilità dello Stato è un bene superiore che deve essere tutelato e preservato, mettendo da parte gli interessi di parte e il conflitto politico, perché se i cittadini non riescono più a identificarsi unanimemente nello Stato, se si diffonde una sfiducia sistemica nelle istituzioni per la scarsa o non condivisa credibilità dei suoi simboli, si incrinano le fondamenta stesse del patto sociale. Non si può costruire la credibilità con atti politici autoritativi né con il profluvio di vuota retorica. I francesi sono soliti ripetere a ragione che i figli non si educano con le parole, ma con gli esempi. Lo stesso principio credo sia valido nel rapporto tra le pubbliche autorità ed i cittadini. A tacer di molto altro e per limitarci a un solo esempio banale, che credibilità può avere uno Stato che sollecita imprenditori, commercianti vittime di estorsioni e di imposizioni mafiose, a denunciare i loro aguzzini vincendo il timore di subire ritorsioni, se l’esempio di uomo di Stato che con la scelta del governo Meloni viene loro proposto, è quello di un uomo, Berlusconi, che per tanti anni ha pagato tangenti alla mafia e che né prima come imprenditore, né dopo come presidente del Consiglio dei ministri ha mai avuto il coraggio o sentito il dovere di denunciare i suoi estorsori?
Oltre ad attestare la mancanza di senso e di cultura dello Stato di questo governo, la scelta di proclamare il lutto nazionale rivela il suo cinismo politico. Dinanzi al dramma della morte e al dolore dei congiunti, era evidente che tutti coloro che non avrebbero condiviso tale scelta, sarebbero stati costretti ad autocensurarsi o ad abbassare i toni, per non esporsi all’accusa strumentale di insensibilità nei confronti di un defunto. Era dunque il momento giusto per un colpo di mano, per approfittare della coatta minorata capacità di reazione di coloro che avrebbero dissentito e per giocare sulla sovrapposizione a un funerale di Stato, cerimonia pubblica prevista per legge per coloro che hanno rivestito la carica di presidente del Consiglio, di un atto politico invece assolutamente discrezionale come la proclamazione del lutto nazionale, sovvertendo peraltro tutta la prassi preesistente che tale onore ha tributato solo a ex presidenti del Consiglio che avevano ricoperto anche la carica di presidenti della Repubblica. Un uso cinico del corpo e della morte di un uomo per tentare di accreditare nell’immaginario collettivo una visione di parte dello Stato come la visione dell’intera Nazione.
Un tentativo destinato al fallimento. Gli italiani, qualunque siano le loro opinioni politiche, sono molto più saggi ed equilibrati di quanto questo governo immagini e saranno sempre in grado di distinguere la storia e il senso dello Stato di Falcone e Borsellino da quelli di Silvio Berlusconi.
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Nella res-pubblica intesa da B. come res-privata, è stato logico dichiarare il lutto nazionale da parte dei suoi eredi, Mattarella compreso.
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Sto risfogliando un libro del 2006 di Saverio Lodato e Marco Travaglio: INTOCCABILI…
ebbene ad un certo punto del libro ,quasi nella totalità delle pagine ,c’è la storia di quali legami ci fossero con B,Dell’Utri,Mangano e i varie famiglie malavitose i pagamenti in denaro senza interessare la Giustizia… insomma ritornando ad oggi,, mi chiedo è possibile che questo signore,di cui si fanno gli elogi,non sia andato in galera per attività mafiosa?
Ecco chi in effetti ci ha rimesso la pelle e proprio per questo si dovrebbe a rivalutare questo galantuomo:
Morti ammazzati, carte scomparse
Diamo qualche nome a coloro che fecero parte di quel pugno di uomini. Magistrati: Cesare Terranova, Gaetano Costa, Ciac- rio Montalto, Rocco Chinnici, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Alberto Giacomelli, Antonino Saetta, Rosario Livatino. Poliziotti: Boris Giuliano, Calogero Zucchetto, Ninni Cassarà, Giuseppe Montana. Carabinieri: Carlo Alberto Dalla Chiesa, Domenico Russo, Emanuele Basile, Mario D’Aleo, Giuliano Guazzelli. Uomini politici: Michele Reina, Piersanti Mattarella, Pio La Torre, Giuseppe Insalaco. Giornalisti: Mauro De Mauro, Giovanni Spampinato, Mario Francese, Peppino Impastato, Giuseppe Fava, Mauro Rostagno, Beppe Alfano. E perché non ricordare gli otto, fra uomini e donne, delle scorte di Falcone e Borsellino? Questi i loro nomi: Antonio Montinaro, Rocco Di Cillo, Vito Schifani, Emanuela Loi, Walter Cusina, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Agostino Catalano.
Un elenco sintetico di lapidi, di morti ammazzati. Fa capire, meglio di tanta retorica e proclami, quanto la mafia si sentisse finalmente minacciata dal modo di fronteggiarla scelto da quel pugno di uomini. Ma quei servitori dello Stato non furono eliminati tutti in un colpo solo. Furono uccisi nell’arco di quindici anni.
I superstiti avrebbero avuto tutto il tempo per fare marcia indietro, per capire il segnale che veniva dal loro nemico, per indietreggiare adesso che era evidente che la posta in gioco era ormai diventata la vita. Accadde proprio il contrario. Si spinsero più avanti. E andarono al macello.
Se infatti un gruppo di uomini strinse un patto, altri uomini, che a quel patto avrebbero dovuto automaticamente aderire, vi si sottrassero. E questa la ragione per cui non si può parlare di autentico coinvolgimento dello Stato.
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Cara Anaiul… quando rileggo queste pagine mi assale la meraviglia: come abbia potuto farla franca!
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