1936-2023 – Il campo di gioco. Gli va riconosciuto il merito di aver creato a sua immagine un antagonismo mediatico di cui ci siamo giovati anche noi. Una volta che sul Fatto Quotidiano uscì un ritrattone al veleno nel […]

(DI ANTONIO PADELLARO – ilfattoquotidiano.it) – Una volta che sul Fatto Quotidiano uscì un ritrattone al veleno nel quale, ma tu pensa, la sua persona era accostata a episodi di corruzione, concussione, reati fiscali, il tutto condito da accuse di amicizie mafiose e di induzione alla prostituzione, ricevetti una telefonata dal centralino di Palazzo Chigi: il presidente Berlusconi chiede di parlare con lei. Ero in auto e accostai prudentemente preparandomi al peggio. E, difatti, da una inconfondibile vocina giunse una richiesta di rettifica, ma non per ciò che pensavo: “Dottor Padellaro, avete scritto che ho i capelli finti, è una menzogna, la invito a Palazzo Grazioli per saggiarne la naturale vitalità e consistenza, cosa che vi costerà un cospicua richiesta di danni”. Era il suo modo di fottersene e alla grande di tutto il male che si diceva (meritatamente) sul suo conto, ma con una particolarità: la stampa zerbina lo annoiava profondamente, mentre so che lo incuriosiva il nostro essere dei battitori liberi che non facevano sconti a nessuno.
Che fosse sempre stato un corruttore di giornalisti me lo aveva raccontato il grande Claudio Rinaldi, che dovendo intervistarlo per un mensile economico si ritrovò sul pianerottolo della casa dove abitava 17 casse di vino: “Nettare delle Terre Rosse, riserva speciale Silvio Berlusconi” (al confronto Bruno Vespa è un dilettante), per un totale di 204 bottiglie. Nella memorabile vigilia elettorale del ’94 fui chiamato per intervistarlo a Tribuna Politica e lui appena m’incontra negli studi di Saxa Rubra, tutto incipriato e sorridente, mi assicura che malgrado una diversa visione dei problemi del Paese, io sono uno dei suoi cronisti preferiti. Faccio finta di crederci e subito arriva al sodo: “Dottore, posso conoscere in anticipo il contenuto delle domande che intende rivolgermi?”. “Naturalmente no”. Il sorriso si affloscia, il cerone perde smalto. Mi chiede se mi trovo bene all’Espresso e, incurante della mia riposta, dice che le mie qualità professionali potrebbero esser molto meglio valorizzate se solo… Non mi offre l’assunzione a Panorama, settimanale rivale di cui è proprietario dopo l’acquisto della Mondadori, ma i suoi occhi sono uno spot lampeggiante: bussa e ti sarà aperto. In queste ore e per chissà quanto tempo sentiremo parlare di B. come di un innovatore assoluto della comunicazione politica, famigli e giornalisti al seguito (che poi sono la stessa cosa) ne ricorderanno tra i singulti il ruolo di modernizzatore del linguaggio, l’incarnazione dello Stato spettacolo alla massima potenza. Piuttosto, diremo noi, è stata l’incarnazione dello Stato avanspettacolo con il contorno di ballerine scosciate, televendite e velinari. Senza dubbio gli va riconosciuto il merito di aver creato a sua immagine un robusto antagonismo mediatico di cui chi stava dalla parte opposta alla sua si è sicuramente giovato. “Berlusconi, devo riconoscere che in fondo lei ha fatto la fortuna dei suoi amici, ma anche dei suoi nemici”, ammisi con lui in occasione di un incontro in campo neutro.
Mi riferivo all’antiberlusconismo che ha prodotto intere biblioteche, film, spettacoli teatrali e satira a bizzeffe. Che ha fatto la fortuna di una testata come la nostra nata in pieno delirio padronale. Racconto spesso che la sera della sua giubilazione da premier e dell’avvento di Mario Monti molto si festeggiava nelle piazza di Roma e pure al Fatto, dove qualcuno provò a brindare non rendendosi conto che stavamo tagliando il ramo sul quale eravamo seduti. Simul stabunt, simul cadent e infatti il suo declino coincide con il tramonto di una stagione nella quale le prime pagine le faceva direttamente lui, con i suoi processi, le sue leggi ad personam, le sue cene eleganti, le mascalzonate dei suoi scherani. Qualche giorno fa mi chiamò tramite centralino di Arcore per ringraziarmi degli auguri di guarigione che gli avevo inviato in tv dopo il suo ritorno a casa. Una vocina flebile flebile chiese: “Dottore, ma noi abbiamo mai avuto occasione di lavorare insieme?”. “Senatore credo proprio di no”. “Peccato”. Ci stava provando ancora.