L’ennesima, lunghissima giornata dal Pd di Elly Schlein sulle armi. Conclusa dai dem con un espediente, necessario per non spaccarsi in aula: ossia con la richiesta del voto per parti separate alla Camera […]

(DI LUCA DE CAROLIS – ilfattoquotidiano.it) – L’ennesima, lunghissima giornata dal Pd di Elly Schlein sulle armi. Conclusa dai dem con un espediente, necessario per non spaccarsi in aula: ossia con la richiesta del voto per parti separate alla Camera su un ordine del giorno del M5S al decreto sulla Pa, che impegnava il governo a non usare i soldi del Pnrr per “la produzione di armamenti”. Richiesta cui il Pd ha deciso di votare sì. Con la condizione però di non appoggiare il resto del documento, indigesto a una bella porzione del partito. Troppo critico, l’odg, con l’approvazione in Parlamento europeo del regolamento Asap, che consente agli Stati di utilizzare i soldi del Piano per gli armamenti. Testo votato il 1° giugno anche da dieci europarlamentari su 14 del Pd, nonostante il no scandito in pubblico da Schlein all’uso di quei fondi per spese militari.

Linea ignorata da gran parte degli eletti in Europa, perché la segretaria non ha potuto imporla. Per questo nel Pd ha suscitato subito ansia l’odg a firma del capogruppo del M5S a Montecitorio, Francesco Silvestri. Eppure il testo – assicurano i grillini – voleva essere un dito nell’occhio al governo Meloni, che con il ministro al Pnrr Raffaele Fitto aveva più volte giurato che “l’utilizzo dei soldi del Piano per gli armamenti non è all’ordine del giorno”. Ma ieri il governo ha dato subito parere contrario al testo, che nelle premesse accusava: “Si sta spostando l’asse dell’azione europea dalla promozione della pace verso un’economia centrata sulla guerra”. E il riferimento – nero su bianco – è sempre al regolamento Asap. Passaggio rognoso per i dem. Tanto che dal Movimento avevano inviato l’odg agli ex alleati già lunedì sera, per avvisarli. Però il Pd si è incartato ugualmente. Fino al compromesso finale: votare sì all’impegno sulle armi, ma ignorare le premesse del documento. Così va, nel giorno in cui il pacifista Paolo Ciani entra nell’ufficio di presidenza del partito. E sembra un paradosso.