I 14,6 miliardi di spesa non aiutano commercio, pendolari e turisti, creano poco lavoro e violano la Costituzione

(DI MARCO FRANCHI – ilfattoquotidiano.it) – I flussi di traffico? Risibili, senza impatti effettivi sul turismo, sul pendolarismo. Le ricadute occupazionali? Solo a breve termine. I costi? Una tassa per il Paese. La procedura di Valutazione di impatto ambientale? Illegittima, come pure l’affidamento senza gara. Il ponte sullo stretto di Messina è un’opera che sfida la legge, la logica e il buon senso, che deturpa il paesaggio, ferisce l’ecosistema, viola le leggi e le norme, che non crea sviluppo “buono” né crescita duratura. Eppure il governo Meloni lo vuole tanto da averlo inserito nella Legge di Bilancio 2023. Di più: con il decreto legge n. 35 del 2023 non si è limitato alla revoca della liquidazione della Stretto di Messina SpA, trasformandola in società concessionaria in house con le “funzioni” di realizzazione e gestione dell’opera, ma ha addirittura riesumato il rapporto con il contraente generale Eurolink, sospendendo a colpi di articoli di legge i giudizi civili pendenti, e ha dato nuova vita pure al progetto definitivo redatto dalla stessa Eurolink e approvato dalla Stretto di Messina il 29 luglio 2011. Sono questi i passaggi salienti delle durissime critiche contenute nel dossier di esperti ambientalisti “Lo Stretto di Messina e le ombre sul rilancio del ponte” pubblicato nei giorni scorsi da un pool di esperti di Kyoto Club, Lipu e Wwf, con il contributo di numerose associazioni ambientaliste e della società civile, tra le quali il Coordinamento Invece del ponte – cittadini per lo sviluppo sostenibile dello Stretto.
L’elenco delle principali criticità dell’ecomostro che Salvini e Meloni vogliono erigere su uno dei punti più sismici d’Italia e d’Europa è lungo. Si va da quelli giuridici, con i profili di illegittimità e incostituzionalità delle norme per realizzare il ponte sullo Stretto di Messina, specie quel fronte delle valutazioni ambientali in conflitto con l’articolo 9 della Costituzione e la pianificazione territoriale, urbanistica e paesaggistica, a quelli tecnico-ingegneristici sulla fattibilità stessa e sull’esigenza di riprogettare il ponte sospeso sino a suoi impatti ambientali ed ecologici.
Ma dove l’analisi demolisce dalle fondamenta il piano del governo è sul fronte dell’economia. Dati alla mano, l’opera è insostenibile finanziariamente, i vantaggi economici inesistenti, evanescenti i presunti benefici per trasporti, turismo, mobilità e occupazione. I problemi scattano già per il traffico marittimo: un ponte con una luce di 65 metri, com’è nel progetto attuale, bloccherebbe il transito delle navi portacontainer maggiori in rotta verso Gioia Tauro, il più importante scalo italiano di transhipment, mentre i cargo da Genova, Napoli, Livorno e Salerno per il canale di Suez dovrebbero circumnavigare la Sicilia, con aggravi di costi e tempi. Se poi si volesse alzare l’impalcato di 15 metri (per avere la certificazione del “franco navigabile”) l’opera andrebbe riprogettata integralmente.
Secondo gli ambientalisti, in base alle norme nazionali ed europee non si può poi riattivare l’intesa con il general contractor Eurolink, sciolta per legge nel 2013, ma occorre rifare la gara. Dal valore originario di 3,9 miliardi del 2003, il costo di riferimento sale oggi a 6,065 miliardi e il tetto entro può crescere senza gara (in base al Codice degli Appalti e alla direttiva 24 del 2014) è poco più di 9, molto sotto i 14,6 (quasi un punto di Pil) indicati dal governo. Le carenze di analisi del governo fanno sì che i privati non siano disponibili a partecipare all’opera, tanto che il piano economico e finanziario pone a totale carico pubblico il rischio finanziario sia dell’investimento che della gestione. Lo stesso gruppo di lavoro del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti sostiene che i pedaggi non consentono il project financing. Come i ricavi, così anche i dati sull’occupazione indicati dal Governo sono sovradimensionati. Secondo il costruttore Webuild il monte ore totale per costruire il ponte sarebbe 85.131, con un’occupazione media mensile di non più di 507 addetti: altro che i 100mila stimati, anche nell’indotto, che peraltro sarebbero tutti a termine.
Infine, i flussi di traffico non ripagano l’opera. Secondo il MiMS il 76,2% degli spostamenti su nave sono di passeggeri senza auto ma i pendolari quotidiani sono 4.500, molto pochi. Quanto al trasporto su ferro il canone di uso della ferrovia sarà determinato, secondo il decreto, per perseguire la sostenibilità ambientale del ponte, costituendo una vera e propria tassa sul trasporto ferroviario. Il traffico su gomma previsto è di 11,6 milioni di auto l’anno, a fronte di una capacità di 105 milioni nei due sensi: una saturazione di appena l’11% del ponte, troppo bassa per giustificare l’opera. Ragione e logica dicono no al Ponte, ma al governo pare non importare.
Una campata di 3 Km con uno spostamento centrale di circa 3 metri, oltre al fattore corrosione e venti oltre gli 80 km h, ignorando il fattore sismico.
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Perché lo scopo non è FARLO, ma mettere su la baracca per ingrassare mafie e criminalità e recuperare elettori.
La fuffa salviniana non ha e non vuole confini, neanche bracci di mare.
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Salvini…??? fora dai ball……
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Dovrebbe essere chiaro a tutti che la resurrezione salviniana del Ponte di Messina risponde a 4 scopi:
-riaprire una cospicua mangiatoia pubblica per chi ci metterà le mani (visto che senza un solo mattone ci è già costata un miliardo di euro)
-dare credibilità a un Governo che non è solo vuoto di idee e di programmi ma che, oltretutto, finora ha fatto solo danni distruggendo le idee e i programmi eccellenti dei due Governi Conte
-procurare voti alla Lega che ormai è esangue e soppiantata da Fratelli d’Italia
-soddisfare tutto quell’elettorato che fa capo alle tre mafie più al potere imprenditoriale più corrotto e meno affidabile che sia mai esistito in Italia
-patteggiare favori e leggi penali con la ‘ndragheta calabrese su una sponda e con la mafia siciliana sull’altra.
Il problema è che quest’opera megalattica arriva in un momento storico che peggio non potrebbe essere, dopo una pandemia che ha bloccato l’economia del Paese, sotto leggi che fanno regalie a un pugno di privilegiati massacrando tutti gli altri, con le perdite sconfinate di ricchezza per alimentare una guerra suicida e inutile.
Ma se anche tutto questo non fosse, se anche il Paese non fosse in uno dei punti più bassi della sua crescita economica, lascia sconcertati l’enormità di punti critici di questa enorme opera.
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Come dicevo in un altro post……su entrambi i lati del ponte dovrà essere affisso un cartello con la seguente dichiarazione pubblica:
“Il ponte è stato costruito con il denaro prelevato dalle tasche dei cittadini più poveri. Si ringraziano i percettori del reddito di Cittadinanza per il sacrificio forzato dal Governo Meloni”
PS: se venisse costruito con il denaro dei vitalizi….bastava l’importo di un solo mese!
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Personalmente credo che l’unico problema reale sia la sfida tecnologica, date le caratteristiche che lo renderanno primo al mondo (o lo renderebbero, visto che tra dire e fare c’è di mezzo il mare e in questo caso non solo in senso metaforico).
Una volta fatto non c’è da temere: sarà usato e strausato. L’eventuale basso flusso non sarebbe colpa del ponte, ma del fatto che Sicilia e Calabria preferiscono vivere di altro che non di economia di mercato …..
Quanto ai soldi, la spesa è grossa tutta in un’opera. Ma nessuno si cura, per esempio, di opere autoreferenziali come il ponte di Reggio Emilia sull autostrada e l’adiacente stazione ferroviaria, entrambi salatamente pagati a Calatrava.
Bellissimi progetti, sia chiaro, ma senza alcuna utilità aggiunta per loro essere così belli se non, appunto, l’autoreferenzialita’. Secondo la mentalità corrente, soprattutto quella attiva nella critica al ponte sullo stretto, non serve certo una scultura per valicare un tratto di autostrada o per attendere il treno (e in un certo senso è vero).
Il ponte sullo stretto è cosa ben diversa. La sua struttura (se lo si farà effenttivamente cosi) è avveniristica e straordinaria, ma non per l’autoreferenzialita’ propria di un esercizio di stile alla Calatrava, quanto perché è forse l’unico modo per superare quella distanza in quel punto, bocciate (nel corso del tempo e degli studi fatti) le altre soluzioni.
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Molti parlano di tutto ma non ho ancora sentito nessuno che abbia preso in considerazione le spese correnti necessarie per far funzionare il ponte in corso di esercizio come la manutenzione ordinaria e straordinaria ed il continuo monitoraggio a cui dovrà essere sottoposto.
Si può facilmente presumere che per coprire tutte le spese, escludendo anche il recupero delle spese di costruzione, i pedaggi dovranno essere talmente alti da scoraggiare chiunque ad utilizzare il ponte stesso.
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