Censurate invece sei disposizioni contenute nel testo, tra cui «l’indice dei senior», che avrebbe obbligato i datori di lavoro a dichiarare i dipendenti con più di 55 anni

(Stefano Montefiori – corriere.it) – PARIGI — «Stasera non ci sono né vincitori né vinti», dice la premier Elisabeth Borne con la magnanimità di chi sa di aver vinto eccome. Il Consiglio costituzionale con grande puntualità ha dato il responso atteso da giorni, convalidando la riforma voluta dal presidente Emmanuel Macron nelle sue misure chiave, come il passaggio dell’età della pensione da 62 a 64 anni.

Il consiglio presieduto dall’ex premier socialista Laurent Fabius ha poi censurato sei articoli perché «di natura sociale, quindi estranei a una legge finanziaria», ma per il governo è quasi meglio così perché in questo modo restano piccole zone da ridiscutere con i sindacati, già invitati da Macron all’Eliseo martedì prossimo per «dialogare senza precondizioni».

Macron ha vinto, la sua riforma è arrivata fino in fondo all’iter legislativo e democratico ed entrerà in vigore il 1° settembre. Lo stesso Consiglio costituzionale che ha promosso la legge del governo ha anche bocciato la richiesta di referendum presentata dalla sinistra radicale. Una nuova domanda è stata avanzata nei giorni scorsi, non tutte le speranze sono in teoria perdute, ma la via del voto popolare appare in salita.

«Non mollare mai, è il mio motto», aveva detto qualche ora prima il presidente Macron, con un sorriso e il casco di protezione in testa, durante una visita al cantiere di Notre Dame per il quarto anniversario dell’incendio del 15 aprile. Il presidente si riferiva alla riapertura della cattedrale entro il 2024, una promessa che lui aveva fatto subito dopo la sciagura e che molti avevano giudicato azzardata.

Quel traguardo oggi non sembra così irraggiungibile e Macron, con la frase sul suo «non mollare mai», ha chiaramente evocato un tratto del carattere, la determinazione, dimostrata anche sulla riforma delle pensioni nonostante avesse contro il parlamento, tutti i sindacati, centinaia di migliaia di manifestanti e tre quarti dell’opinione pubblica, secondo i sondaggi.

Ora la questione per i numerosi oppositori è che cosa fare di una protesta che da gennaio a oggi ha scosso la Francia. Una mobilitazione che è cominciata sulle pensioni, e che ha finito per riguardare tutta l’azione di governo e in particolare la persona stessa del presidente, Emmanuel Macron, mai così impopolare.

Il leader della sinistra radicale, Jean-Luc Mélenchon, dice che «il Consiglio costituzionale è più attento ai bisogni della monarchia presidenziale che a quelli del popolo sovrano». E lancia un generico «la lotta continua, e deve riunire le sue forze».

Ma è la reazione di Marine Le Pen che sembra più in grado di preoccupare i macronisti. «La decisione chiude l’iter istituzionale», riconosce volentieri la capogruppo del Rassemblement national, contraria alla riforma ma anche ai disordini di piazza. «È però il popolo ad avere l’ultima parola. E quindi l’alternanza politica cancellerà questa legge inutile e ingiusta». Le prossime presidenziali sono lontane, mancano quattro anni, ma Le Pen sembra già sicura della rivincita.