ANTICARRO – Usato anche nell’ex Jugoslavia, genera nanoparticelle nocive. Gelo degli Usa su Londra

(DI ALESSANDRO MANTOVANI – ilfattoquotidiano.it) – Nella martoriata Ucraina arriveranno anche i proiettili all’uranio impoverito del governo di Sua Maestà britannica, annunciati lunedì dalla baronessa Annabel Goldie, viceministro della Difesa. “Assieme a uno squadrone di carri armati pesanti da combattimento Challenger 2, manderemo anche le relative munizioni: inclusi proiettili perforanti che contengono uranio impoverito”, ha detto Goldie alla Camera dei Lord. Se poi le forze ucraine otterranno gli aerei che chiedono, potranno sparare proiettili di quel tipo anche dal cielo, come soprattutto gli Usa hanno già fatto in mezzo mondo. D’altra parte ci sono maglie di uranio impoverito pure nelle corazze dei carri armati Abrams, già promessi al governo di Kiev dagli Usa. E non si esclude che gli stessi russi in questi mesi abbiano usato proiettili rivestiti di quel materiale, di cui sono dotati, o almeno quelli contenenti tungsteno, più costoso e ritenuto un po’ meno efficace. Non sono armi nucleari, ribadiscono a Londra, e su questo non c’è dubbio. Ma Mosca da tre giorni ripete che le nuove forniture “provocheranno un’escalation”, agita la minaccia nucleare, fa dire al presidente bielorusso Alexander Lukashenko, secondo l’agenzia Ria Novosti, che i russi potrebbero inviargli “munizioni con uranio vero”. A Washington sembrano aver considerato un po’ improvvida l’uscita della baronessa: il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale John Kirby ieri ha voluto precisare che gli Usa non daranno quel tipo di munizioni agli ucraini, pur considerandole “comuni”.

I proiettili all’uranio impoverito servono a bucare le corazze dei carri armati. È un metallo pesante che raggiunge elevatissime temperature (fino a 3000 gradi) ed esplode in frammenti incandescenti, producendo micro e nanoparticelle metalliche piuttosto pericolose se ingerite o inalate. Se ne discute da decenni per gli effetti radioattivi, per quanto limitati, ma soprattutto per quelli tossici, ritenuti all’origine di varie malattie e in particolare di tumori, specie del sangue (linfomi, leucemie), anche in assenza di certezze scientifiche su un nesso causale diretto. Che anzi l’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica) nega, come del resto Usa e Regno Unito. Le forze armate italiane dichiarano di non averli mai impiegati ma le varie commissioni parlamentari d’inchiesta e in particolare l’ultima – presieduta fino al 2018 da Gian Piero Scanu, poi emarginato dal Pd – hanno raccolto testimonianze diverse. Nel nostro Paese, secondo l’Osservatorio Militare che se ne occupa, si contano oltre 8.000 militari ammalati e oltre 400 deceduti per l’esposizione all’uranio impoverito nei vari teatri operativi.

La storia Le guerre in Iraq e i processi di Belgrado

In principio fu la Sindrome del Golfo che colpiva i reduci Usa della guerra del 1991, quando l’Iraq di Saddam Hussein aveva invaso il Kuwait. Poi i Balcani: da anni in Serbia un aumento dei tumori viene ricondotto ai pesanti bombardamenti Usa e Nato che misero fine alla guerra del Kosovo nel 1999, con largo impiego di munizioni con uranio impoverito. Nel 2018 il presidente Aleksandar Vucic istituì una commissione d’inchiesta sulle responsabilità della Nato e davanti all’Alta Corte di Belgrado si discute dei primi ricorsi di civili e militari, che chiedono risarcimenti tra i 100 e i 300 mila euro e cercano di trascinare in giudizio l’Alleanza Atlantica. Ci sono, secondo fonti locali, ben tremila malati di tumore e ingenti danni ambientali. Ma la Nato non ci sta: “Non parteciperà ai processi e si attende che lo status, i privilegi e le immunità di cui gode l’Organizzazione siano pienamente accettati dalle autorità serbe”, si legge nella nota verbale trasmessa nel marzo 2022 alla Missione Serba presso la Nato, a Bruxelles. Belgrado aveva sollecitato il Segretariato generale a presentarsi nel processo intentato nel 2021 dall’avvocato Srdjan Aleksic, difensore del colonnello Dragan Stojcic, colpito da ben sette tumori. L’immunità della Nato risale a un accordo del 2005, firmato per il passaggio di truppe sul territorio serbo. “Ma non può essere applicato retroattivamente a quanto avvenuto nel 1999, né a crimini di guerra e crimini contro l’umanità”, sostiene Aleksic.

Ci fu poi la Seconda guerra del Golfo, quella del 2003 per le armi di distruzione di massa che l’Iraq non aveva mai avuto. Dopo la presa di Baghdad e l’impiccagione di Saddam fu necessario ripulire centinaia di siti colpiti da proiettili all’uranio impoverito. Che sono stati utilizzati anche in Siria.

All’Onu Il no di Usa, Uk, Francia e Olanda

Del resto, non sono vietati. Nel 2007 il Comitato per il disarmo dell’Onu approvò una bozza di risoluzione che conteneva non la messa al bando ma solo la “preoccupazione” per gli “effetti dell’uso degli armamenti e delle munizioni contenenti uranio impoverito”, promossa dall’Indonesia: dissero sì 122 Stati tra cui l’Italia, 35 astenuti e 6 voti contrari da Usa, Regno Unito, Francia, Olanda, Repubblica Ceca e Israele.

L’annuncio della viceministra britannica Goldie ha destato una certa sorpresa anche in ambienti militari italiani, mentre Giuseppe Conte ha espresso la sua preoccupazione, come del resto Nicola Fratoianni di Sinistra italiana e a Maurizio Acerbo di Rifondazione comunista. Ma tra le voci che si sono levate nel nostro Paese c’è anche quella di Domenico Leggiero, ex maresciallo dell’Aviazione dell’Esercito (Aves), da tempo presidente dell’Osservatorio militare e consulente delle varie commissioni d’inchiesta sull’uranio impoverito: “Un eventuale utilizzo di queste armi da parte di una delle fazioni sarebbe un segnale preoccupante che potrebbe aprire scenari di guerra non convenzionale”, ha detto Leggiero. C’è il suo Osservatorio dietro gran parte delle cause intentate contro la Difesa dai militari che si sono ammalati o sono morti dopo le missioni in Iraq o nei Balcani. Il tema è sempre quello della mancata protezione dei nostri soldati, anche quando i colleghi di Stati Uniti e altri Paesi giravano tutti bardati. Li assiste l’avvocato Angelo Fiore Tartaglia: “In questi anni abbiamo ottenuto oltre 300 sentenze favorevoli, non tutte per il risarcimento dei danni – racconta il legale –. Ci sono quelle del Tar e del Consiglio di Stato che annullano il diniego della causa di servizio, quelle della Corte dei conti per la pensione privilegiata, quelle dei tribunali civili e del lavoro”.