
(Michele Serra – la Repubblica) – Che un multimiliardario proponga, sorridendo, un’aliquota fiscale uguale per tutti, dal piccolo commerciante al grande manager, dalla ragazza con la partita Iva al professionista strapagato, è una oscenità non solamente politica, anche morale, che rischia di sfuggirci, e sicuramente sfuggirà – come da anni accade – ai suoi elettori. Perché la progressività delle tasse è un elementare principio di equità, e il ricco che propone al povero di pagare la sua stessa aliquota è, politicamente parlando, un ladro che elogia il suo furto.
Siamo così compresi a parlare della Giorgia e del Salvini che rischiamo di dimenticare chi è, a destra, largamente il peggiore, primo artefice del deterioramento della politica italiana. Colui senza il quale nulla è spiegabile, non la deriva populista della destra italiana (fu il primo dei populisti), non la sua solida componente neofascista (fu il primo degli sdoganatori), non il complessivo deterioramento culturale dell’intero quadro politico, sinistra compresa (fu il primo dei semplificatori, dei demagoghi, dei soppressori del linguaggio critico a vantaggio della ciancia pubblicitaria). La sua immagine recente, vuoi del vecchietto accattivante, vuoi dell’anziano e saggio moderato, è tipicamente consolatoria. Serve a dimenticare che Berlusconi è stato il nostro Trump, ha svuotato la destra conservatrice e borghese per farne una fabbrica di demagogia (fa testo il disgusto di Montanelli) e soprattutto ha tenuto bene da conto – come Trump, come tutti gli straricchi – i suoi interessi personali. Il più di destra, a destra, è sempre lui: da trent’ anni.
Il megafono che frequenti è il meno credibile della galassia, su questi rari temi, e anche sugli abituali.
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Ormai Silvio è una mummia, e la tassa piatta non passerebbe mai il vaglio della Corte costituzionale. Serra sventola lo spauracchio del Caimano per coprire il reazionarismo di un certo partito che ama definirsi di sinistra.
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Il paragone con Trump non regge, Berlusconi è un condannato pluriprescritto che si è fatto leggi per non finire in galera, è indagato per strage mafiosa e ha se non sbaglio 3 processi in corso. Inoltre controlla metà del sistema televisivo, un quotidiano, un settimana, la principale casa editrice italiana e la principale casa di produzione cinematografica.
Trump, almeno quando si è candidato aveva la fedina penale pulita e non possiede tv e giornali. In America, Berlusconi sarebbe in galera da 40 anni.
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Non che io voglia difendere Trump, sia chiaro. Ma il nano è molto peggio e ha fatto molti più danni politici, economici, sociali e culturali.
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La deriva inarrestabile del nostro paese è da attribuire quasi esclusivamente a questo figuro, e a tutti quei cretini che si son fatti abbindolare da lui
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L’intemerata di Michele Serra,tipico post comunista pentito non è credibile. È il suo partito,pds/pd che ha più riprese ha salvato Berlusconu.Basti pensare alla famigerata bicamerale del mitico D’Alema che sdogano’,Berlus ogni come interlocutore credibile e al mitico discorso pro Fininvest di Viola te.Quindi Serra farebbe meglio a ta cere.
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Se i giornalisti avessero trattato B. non dico come hanno trattato (e stanno trattando) Conte, ma solo una millesima parte, B. sarebbe finito politicamente nel ’95.
Continuando così, B. può programmare tranquillamente non solo questa campagna elettorale come vuole ma anche quella del 2027.
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e delinquente abitudinale noooo??????
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Ricordo che quando fu portato candidato dissi che era un ladro…
Risposta degli rincoglioniti: ma se è ricco non ha bisogno di rubare!
hahahha….invece!!!!!
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“Omissioni da Mori e De Donno: erano alleati di Zu Binnu”
PATTO – Covo di Riina e cattura Provenzano. Il dialogo. “Favorirono la latitanza del boss per spaccare Cosa nostra”, la sua leadership opposta “alle pulsioni stragiste”
DI G.L.B.
7 AGOSTO 2022
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La trattativa fu “un’operazione più di intelligence che non di polizia, con l’obbiettivo in effetti di disinnescare la minaccia stragista incuneandosi con proposte e iniziative fortemente divisive all’interno di spaccature già esistenti in Cosa Nostra e persino all’interno dello schieramento egemone (quello dei corleonesi)’’. A distanza di 30 anni dalla stagione stragista, in 4 righe inserite all’inizio della motivazione della sentenza, i giudici di appello destrutturano il dibattito etico sulla trattativa con le incursioni nella ragion di Stato per ricondurre la risposta dello Stato alle “bombe del dialogo’’, come le definì Luciano Violante, a un’operazione di intelligence del reparto antimafia di eccellenza dell’Arma. Con una strategia precisata in un’ipotesi ben definita: “Esclusa – scrivono i giudici – qualsiasi ipotesi di collusione con i mafiosi, se Mori e Subranni potevano avere interesse a preservare la libertà di Provenzano, ciò ben poteva essere motivato dal convincimento che la leadership di Provenzano, meglio di qualsiasi ipotetico e improbabile patto, avrebbe di fatto garantito contro il rischio del prevalere di pulsioni stragiste o di un ritorno alla linea dura di contrapposizione violenta allo Stato”.
A quasi 80 anni dallo sbarco angloamericano in Sicilia a seguito del quale venne fornita a Cosa Nostra una delega in bianco nella gestione dell’ordine pubblico, i giudici di appello ripropongono uno scenario che vede ancora una volta protagonista e garante di comportamenti un esponente di vertice della mafia in nome di inconfessabili interessi nazionali. I giudici lo scrivono in modo chiaro: i carabinieri avrebbero voluto “favorire la latitanza di Provenzano in modo soft” perché esistevano “indicibili ragioni interesse nazionale a non sconvolgere gli equilibri di potere interni a Cosa Nostra che sancivano l’egemonia di Provenzano e della sua strategia dell’invisibilità o della sommersione almeno fino a che fosse stata questa la linea imposta a tutta l’organizzazione’’. In sostanza, secondo la corte, “un superiore interesse spingeva ad essere alleati del proprio nemico per contrastare un nemico ancora più pericoloso”.
In questo quadro investigativo l’interesse del Ros per la latitanza di Provenzano non è finalizzato alla sua cattura, ma, scrivono i giudici, “conoscere la rete di favoreggiatori era essenziale per potere esercitare comunque una pressione sul boss corleonese, e alimentare in lui la consapevolezza che i Carabinieri avessero la possibilità e la capacità di porre fine alla sua latitanza, e tuttavia non l’avrebbero fatto finché vi fosse stata una convenienza in tal senso”. Insomma “si voleva ‘proteggere’ Provenzano, ossia favorirne la latitanza in modo soft, e cioè limitandosi ad avocare a sé vari filoni d’indagine che potevano portarne alla cattura, ma avendo cura al contempo di non portare fino in fondo le attività investigative quando si fosse troppo vicini all’obbiettivo’’.
In questo nuovo scenario dovranno adesso essere letti gli episodi, agli atti del processo, della mancata cattura del boss a Mezzojuso, nell’ottobre del ’95, sia quello, accaduto 3 anni dopo, del sequestro di 7 floppy disk in casa di Giovanni Napoli, uno dei suoi favoreggiatori, con “la contabilità di un reticolo di società e una decina di nomi’’ che sembrano costituire il tesoro immobiliare del boss e sui quali non risulta avviata alcuna attività investigativa. E nello stesso contesto, per i giudici, si inquadra la mancata perquisizione del covo di Riina; a prescindere dall’esistenza o meno di documenti compromettenti nella cassaforte del capo dei capi, i Ros “si sarebbero ugualmente determinati ad astenersi da una perquisizione immediata perché il significato di quel gesto era soprattutto simbolico, dovendo esso servire a lanciare il segnale di buona volontà e di disponibilità a proseguire sulla via del dialogo’’. Per i giudici, infine, è sorprendente che a Vito Ciancimino, durante le interlocuzioni del ’92, “non una sola domanda fu fatta, per tutto il corso della seconda fase della collaborazione che avevano instaurato, sul conto di Bernardo Provenzano”. “Lo sconcerto è maggiore – chiosano – se si considera che Ciancimino si era detto disponibile a cooperare senza più remore criminali, invitando (De Donno, ndr) a dirgli cosa volessero da lui”. “Nulla da obbiettare che la scelta prioritaria fosse la cattura di Riina – si legge – ma non (si, ndr) comprende come tale scelta impedisse, contestualmente al lavoro di ricerca sulle mappe sulla documentazione richiesta da Ciancimino, di compulsare quest’ultimo per avere notizie utili alle indagini anche nei riguardi dell’altro corleonese. A meno che, ed allora tutto avrebbe una spiegazione plausibile, i due obbiettivi non fossero tra loro incompatibili”.
https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2022/08/07/omissioni-da-mori-e-de-donno-erano-alleati-di-zu-binnu/6755268/
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“Elementi per ritenere che Dell’Utri e i boss strinsero un patto”
ULTIMO MIGLIO – Manca la prova che abbia trasmesso la minaccia a B.: niente reato. Il concorso esterno? Già assolto
DI MARCO LILLO
7 AGOSTO 2022
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Marcello Dell’Utri è stato assolto perché non è stato provato al di là di ogni ragionevole dubbio che abbia veicolato all’allora premier Berlusconi la minaccia stragista e allo stesso tempo “trattativista” di Cosa Nostra nel 1994.
L’assoluzione dell’ex senatore di Forza Italia nella sua motivazione assume un retrogusto amaro. Ci sono molti fatti imbarazzanti per Dell’Utri e per la storia di Forza Italia nella ricostruzione delle motivazioni della sentenza di assoluzione in appello del processo “Trattativa”.
In sintesi per i giudici le cose sono andate così: i boss della mafia stragista Giovanni Brusca e Leoluca Bagarella hanno inviato tramite Vittorio Mangano le loro minacce stragiste e le loro richieste a Dell’Utri. Il cofondatore di Forza Italia non ha solo ascoltato ma ha anche fornito rassicurazioni a Mangano (perché riferisse ai suoi mandanti) su imminenti provvedimenti (poi non approvati anche per la caduta del Governo Berlusconi) graditi a Cosa Nostra che stavano maturando in Parlamento.
L’assoluzione dipende da “l’ultimo miglio” come lo definisce la Corte di Assise di Appello rubando la terminologia alle telecomunicazioni. La minaccia della mafia non è provato che abbia raggiunto il destinatario finale, parte offesa, il premier Silvio Berlusconi. Quindi niente minaccia a corpo politico, niente reato. La sentenza di primo grado ammetteva che non c’era una prova granitica sull’ultimo miglio ma riempiva il “buco” argomentando con la cosiddetta ‘prova logica’: “vi sono, tuttavia, ragioni logico-fattuali che conducono a non dubitare che Dell’Utri – scrivevano i giudici di primo grado – abbia effettivamente riferito a Berlusconi quanto di volta in volta emergeva dai suoi rapporti con l’associazione mafiosa ‘Cosa nostra’ mediati da Vittorio Mangano (‘ma, in precedenza, in altri casi, anche da Gaetano Cinà’)”. Per la Corte di Assise di Appello però la prova logica va usata con maggiore parsimonia e Dell’Utri va assolto sulla base del principio “in dubio pro reo”.
Per la Corte di Appello è confermato che “da tali indici fattuali si può ottenere conferma che anche in questo periodo (cioè dopo che il Governo Berlusconi si era insediato) proseguirono gli incontri tra Mangano e Dell’Utri. Viceversa, da questi stessi dati, non è possibile trarre una conferma ulteriore ed altrettanto sicura circa il fatto che del contenuto ditali incontri sia stato messo al corrente anche Silvio Berlusconi”.
Anche i giudici di appello ritengono che Marcello Dell’Utri abbia incontrato nel 1994, Vittorio Mangano l’ex fattore della villa di Berlusconi ad Arcore nei primi anni settanta. La prima volta nell’estate del 1994 e la seconda nel dicembre. In entrambi i casi Mangano riceve rassicurazioni da Dell’Utri sul lavorio in corso per far approvare norme favorevoli alla mafia. Mangano torna a Palermo e riferisce le rassicurazioni di Dell’Utri a Salvatore Cucuzza, il boss che condivideva con lui la guida del mandamento di Porta Nuova. Quanto Cucuzza diventa un collaboratore racconta tutto. Per la Corte di Appello, Cucuzza è attendibile. Nel primo incontro “Mangano ha appreso, in assoluta anteprima, della modifica del regime processuale dell’arresto per il reato di cui all’art. 416 bis c.p. (associazione mafiosa, Ndr)”. Cioè, secondo i giudici, sarebbe provato che Mangano, spedito dai boss stragisti Brusca e Bagarella, incontrava Marcello Dell’Utri mentre Berlusconi era al Governo ed è provato anche che Dell’Utri rassicurava Mangano sul fatto che l’arresto dei mafiosi, grazie a una norma in itinere, sarebbe diventato più difficile. La Corte di Appello crede anche alle rivelazioni di Cucuzza sul secondo incontro Mangano-Dell’Utri del dicembre 1994. I giudici di appello credono che “effettivamente Dell’Utri abbia ricevuto, ancora una volta in anteprima, una notizia riservata sugli imminenti progetti normativi e che ha sollecitamente comunicato a Mangano affinché egli, come ha fatto conversando con Cucuzza, la trasmettesse agli uomini di “cosa nostra” per onorare il suo impegno assunto in fase pre-elettorale”.
Anche qui Berlusconi per i giudici non c’entra. Dell’Utri potrebbe aver appreso le notizie sui provvedimenti graditi ai boss da altri esponenti della maggioranza.
I giudici scrivono di “elementi tali da far ritenere che in quel periodo, tra il 1993-1994, Dell’Utri abbia effettivamente incontrato personaggi mafiosi (non solo siciliani, come emerge dalla citata intercettazione Pittelli vedi infra) per intessere un patto politico-matioso nel quale si inserivano (…) gli incontri di Mangano con Dell’Utri per recapitargli i desiderata di Cosa Nostra”. I giudici hanno assolto Dell’Utri “nonostante il suo pesante coinvolgimento nella fase pre-elettorale ed anche post-elettorale (con delle azioni tali da assumere astrattamente rilievo per una differente fattispecie di reato, tuttavia coperta dall’intangibile giudicato assolutorio di cui si è detto intervenuto per i fatti di cui agli artt. 110 e 416 bis c.p. successivi al 1992)”. Per la Corte di Appello Dell’Utri “aveva piena conoscenza” del progetto ricattatorio di Cosa Nostra. Però non potrà essere chiamato a risponderne perché senza trasmissione del ricatto a Berlusconi non c’è ‘minaccia a corpo politico’. Al limite un concorso esterno in associazione mafiosa ma per questo reato per il periodo dopo il 1992 Dell’Utri è stato già assolto.
https://www.ilfattoquotidiano.it/in-edicola/articoli/2022/08/07/elementi-per-ritenere-che-dellutri-e-i-boss-strinsero-un-patto/6755275/
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“Anche qui Berlusconi per i giudici non c’entra. Dell’Utri potrebbe aver appreso le notizie sui provvedimenti graditi ai boss da altri esponenti della maggioranza.”
Sì, vabbé… si preoccupano del fatto che B. fosse informato o no…
Chiedersi PERCHÉ e A FAVORE DI CHI stesse facendo quelle leggi, noo?
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Il Berlu e’ un magliaro.
I magliari non possono rifilare il bidone se non trovano l’apposito citrullo.
Essendo l’Itaglia piena di citrulli, se non li acchiappa Berlu con le dentiere e le pensioni a 1000 euro ci pensa la pesciarola coi blocchi navali o il Salvoini con le gite a Lampedusa e i decreti sicurezza e i rosari o altra equivalente strunzata per coglionazzi.
E’ una legge di natura, i citrulli esistono per farsi pelare, e in democrazia se i citrulli sono la maggioranza le elezioni le vincono i magliari.
Idem con patate per i vari Trump, Farage, Orban e compagnia bella, i citrulli non sono monopolio itagliano.
Per quale motivo dal voto di una teppaglia citrulla dovrebbe derivare l’elezione di pollitici validi?
Posti davanti alla semplice questione, i babbei si guardano allo specchio perplessi. E non si riconoscono.
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I citrulli peggiori sono quelli che hanno votato una vita il PD e tutti i suoi cespugli, da Occhetto in poi, pensando di votare a sinistra. Poveretti, una vita sprecata in balia di sé stessi.
In quanto al nostro B. non temete, non c’è limite al peggio, vedrete che ce lo ritroveremo Presidente del Senato.
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La solita tattica, in questo caso applicata al povero vecchiaccio mafioso, che quando fa comodo è uno statista, un padre della patria. Poi, appena non fa più comodo, torna a essere il ladro di sempre.
Un giornale, un perché.
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Il problema è che risulta a molti credibile perchè ha un “dono” che ad altri manca: mentre tutti gli altri sanno che stanno declamando fregnacce ( scusate…) lui sul momento “ci crede”!
Si fa prendere dall’ entusiasmo ed è contagioso…
Poi, ovviamente…
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