A nessuno piace la guerra. Né tantomeno piacciono i costi della guerra. Le armi, il gas, il petrolio, il grano: noi, italiani ed europei, possiamo sostenere il peso economico di questo conflitto Russia-Ucraina? Ce lo possiamo permettere? Per quanto tempo ancora? […]

(di Giovanni Valentini – Il Fatto Quotidiano) – “Tutto questo parlare di guerra: non ha senso per me. Perché dovrebbe importarmi se viene la guerra? Per me è sempre stata una guerra” (da “Una pistola in vendita” di Graham Greene – Sellerio, 2020 – pag. 204)

A nessuno piace la guerra. Né tantomeno piacciono i costi della guerra. Le armi, il gas, il petrolio, il grano: noi, italiani ed europei, possiamo sostenere il peso economico di questo conflitto Russia-Ucraina? Ce lo possiamo permettere? Per quanto tempo ancora? E poi, perché dobbiamo sopportarlo? Fino a quando gli ucraini potranno resistere?

A quattro mesi dall’inizio della guerra, questi interrogativi s’insinuano nella coscienza collettiva di un’opinione pubblica sempre più stanca, insofferente, preoccupata. Più tempo passa, più evapora lo sdegno per l’invasione russa; diminuisce la solidarietà verso il governo e il popolo ucraini; aumentano l’ansia e il bisogno di sicurezza. E sempre meno sentiamo la guerra come nostra, sebbene il Parlamento abbia appena confermato a larga maggioranza – compreso il M5S di Giuseppe Conte – l’appoggio al governo Draghi.

S’è detto fin dall’inizio che era anche contro di noi, contro l’Europa e contro l’Occidente. Una “guerra di civiltà”, quasi che questo ossimoro potesse esorcizzare le paure e gli incubi per il futuro. Ma nessuna guerra può avere mai nulla a che fare con la civiltà, cioè con la tolleranza e la convivenza pacifica.

Vero è che l’ha scatenata la Russia, violando la sovranità territoriale di una nazione, provocando distruzioni e vittime, infierendo sulla popolazione. Ma è altrettanto vero che l’Unione europea e la Nato hanno fatto poco e niente, o comunque non abbastanza, per evitarla. E d’altro canto è pur vero che, dopo le conquiste della Georgia (2008) e della Crimea (2014), la Federazione russa ha perseguito un disegno di espansione “imperialista”, nel segno dello zar Pietro il Grande al quale Vladimir Putin s’è pubblicamente paragonato.

Qualcuno pensa a questo punto che, revocando le sanzioni economiche e interrompendo l’invio della armi, la Russia si ritirerebbe dai territori occupati e scoppierebbe la pace? Personalmente, non credo. È stata proprio l’aggressione militare a delegittimare le pretese di Mosca sulle regioni separatiste del Donbass e del Lugansk. Ed è stata l’occupazione di questi territori a mettere in allarme la Svezia e la Finlandia: tanto da rinunciare alla propria neutralità e chiedere l’ingresso nella Nato, come hanno fatto i rispettivi Parlamenti, rappresentanti legittimi della volontà popolare. Per non parlare delle ultime minacce di Putin sui missili balistici che possono portare fino a 15 testate nucleari e colpire gli obiettivi a 20mila chilometri di distanza.

Sappiamo bene che le sanzioni costano non solo a chi le subisce, ma anche a chi le applica. E noi abbiamo appena cominciato a sentirne le conseguenze, con il rialzo dell’inflazione e dei tassi; l’aumento della bolletta elettrica, della benzina e del gasolio; la carenza di grano e di mais. Ma qual è, realisticamente, l’alternativa? L’escalation diplomatica è necessaria e indispensabile. A condizione, però, che porti alla pace, non alla resa e alla sottomissione di una parte all’altra.

Ai tempi infausti del fascismo, in preda all’illusione colonialista, il regime chiese o impose agli italiani e alle italiane di consegnare “l’oro alla Patria”, per finanziare le sue velleità imperialiste perfino con le fedi nuziali. Ma oggi chi donerebbe gli anelli o i gioielli di famiglia per sostenere la resistenza degli ucraini? Eppure, siamo chiamati a fare risparmi e sacrifici per difendere la loro (e la nostra) libertà. Resta solo da sperare che tutto ciò possa preparare una pace stabile e duratura.