“Se si avranno dei risultati, Putin potrebbe accontentarsi di questo, magari offrendo a Kiev in cambio la città di Odessa come sbocco al mare, in modo da non escluderla completamente dal Mar Nero. Se i negoziati non andranno avanti, possiamo aspettarci di tutto, anche l’occupazione dell’Ucraina” […]

(SALVATORE CANNAVÒ – Il Fatto Quotidiano) – Il generale Marco Bertolini ha una carriera militare d’eccezione. Comandante dei parà della Folgore, del reparto speciale Col Moschin, del Comando interforze per le Operazioni delle Forze Speciali. Dall’alto di questa esperienza conserva una visione molto lucida della guerra anche perché, dice, “in questi frangenti è facile cadere nell’analisi emozionale e si perde un po’ di vista la razionalità”.
I colloqui in Turchia sono falliti, cosa c’è da attendersi ora?
Restiamo in attesa di vedere se questi negoziati andranno avanti. Anche io non avevo molte speranze, ma è positivo che i colloqui si siano svolti in Turchia, in un Paese Nato. La Turchia ha rapporti con la Russia molto intensi, non solo economici, sono entrambi presenti in Siria. Ma i risultati non potranno arrivare subito.
La Turchia è anche uno dei Paesi sul Mar Nero, luogo strategico?
Il Mar Nero è sempre stato un trapezio, con una base Nato (la Turchia) e gli altri tre lati appannaggio dell’ex Patto di Varsavia (Bulgaria, Romania, Urss con Ucraina e Georgia). Ora Bulgaria e Romania sono nella Nato, se anche la Georgia e l’Ucraina vi aderissero la Russia sarebbe esclusa dal Mar Nero e quindi dal Mediterraneo, obiettivo strategico irrinunciabile. I toni sono così accesi, perché si sta parlando di interessi vitali.
L’avanzata russa sul terreno appare lenta, che cosa significa?
Difficile dotarsi di criteri precisi. L’Ucraina è un Paese grande con un esercito importante e addestrato, sul modello russo. Per di più, in questi ultimi anni, è stato sostenuto dall’Occidente. L’aspettativa di una campagna in pochi giorni è una aspettativa non realistica. La Russia sta procedendo in modo sistematico: stabilizzare la situazione attorno a Kiev e impegnarsi soprattutto a sud, in Crimea e nel Donbass. Il controllo di quei territori sarebbe un risultato strategico.
Sono quindi questi gli obiettivi di Mosca?
Dipende da quello che succederà ai tavoli negoziali. Se si avranno dei risultati, Putin potrebbe accontentarsi di questo, magari offrendo all’Ucraina in cambio la città di Odessa come sbocco al mare, in modo da non escluderla completamente dal Mar Nero. Se i negoziati non andranno avanti, possiamo aspettarci di tutto, anche l’occupazione dell’Ucraina, che pure costituirebbe uno sforzo eccessivo.
Non le sembra che la Ue abbia commesso un errore nell’impedirsi di condurre una mediazione?
L’Europa è assente, non c’è dubbio, anche perché non ha una politica estera, motivo per il quale non avrà mai un esercito comune che di una politica estera è espressione. La Ue ha assunto dei toni veramente duri, che secondo me la mettono fuori dai giochi per quel che riguarda il negoziato. Questo però potrebbe non valere per alcuni suoi Stati, come la Francia, che mantiene un dialogo con Putin, o la Germania. Entrambe guardano al dopoguerra perché, comunque, un dopoguerra ci dovrà essere e dovremo avere dei rapporti con degli interlocutori russi. Per fare questo, credo che giustamente Francia e Germania cerchino di garantirsi qualche posizione originale, almeno a giudicare dai fatti.
E l’Italia?
L’Italia è sparita, dopo il fuoco di paglia della visita di Di Maio a Mosca e quella annunciata di Draghi, è scomparsa. Chi parla per l’Italia è la Ue.
Che giudizio dà della scelta di inviare armi o della richiesta alla Nato di applicare all’Ucraina una no fly zone?
Sono scelte che vanno in direzione dell’escalation e riducono le possibilità di dialogo. E per quanto riguarda l’Italia, i più entusiasti per il rullare di tamburi sono quelli che più hanno trascurato le Forze armate e la difesa dei nostri interessi nazionali.
A chi si riferisce?
A tutti, le assicuro. Quando siamo passati all’esercito professionale, portando da 300 a 100 mila gli uomini effettivi, ogni parte aveva le proprie ragioni per procedere in quella direzione. La parte sinistra aveva la volontà di ridurre lo strumento militare, la destra pensava che aumentando i professionisti sarebbe aumentato il consenso nei suoi confronti, mentre il centro cattolico pensava che sarebbe venuto un mondo senza più la guerra. Tutti i partiti si sono disinteressati delle forze armate e ora i nostri migliori reparti si reggono solo sulla volontà dei comandanti e sulla disponibilità degli uomini a fare un lavoro che non interessa a nessuno.
Se una parte, di fatto, non vuole trattare, non c’è niente da fare . Che cosa resta ? , fingere di accettare le condizioni e poi organizzarsi,nascostamente, per una futura resistenza armata non improvvisata.
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gratta , gratta , e se il corona 19 fosse uscito da qui ?
https://www.lantidiplomatico.it/dettnews-loms_intima_lucraina_a_distruggere_i_pericolosi_agenti_patogeni_nei_laboratori/45289_45550/
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Già, inconcepibile che in un laboratorio di ricerca ci siano agenti patogeni che, in mancanza di controllo, potrebbero diffondersi.
Assolutamente probabile poi che da lì sia sfuggito (o volutamente rilasciato?) il coronavirus diffusosi poi nella limitrofa Cina.
Quindi sì, a questo punto è ovvio che la guerra di liberazione di Putin è pienamente giustificata: ha attaccato l’Ucraina per via delle armi biologiche, solo fino all’altro giorno non lo sapeva neppure lui.
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A cappuccettorosso non la si fa: a lui basta il cestino per i funghi freschi e girar per boschi fischiettando “Tutto va ben madama la Marchesa”…
«Guerra, biolab e pandemia: tutto si tiene
Ubicazione dei biolab americani nel mondo
A volte si rimane meravigliati da come legami tanto tenui da poter apparire come immaginari a un tratto diventano luminosi e lancino un segnale dall’allarme, come adesso che si cominciano a scoprire i legami, tra guerra, pandemia, Wef e potere imperiale. Questa settimana è stata forse decisiva per capire a quale livello di degrado sia arrivato il nostro mondo a causa di due eventi concomitanti il primo dei quali è la “confessione ” di Victoria Nuland sull’esistenza di biolaboratori militari in Ucraina, cosa che era sempre stata negata e considerata frutto di complottismo, ma che ormai non si poteva più nascondere visto che i russi hanno messo le mani su una gigantesca documentazione in merito e probabilmente anche su alcuni “prodotti” di questi centri di ricerca militari e ora chiedono una riunione del consiglio dell’Onu sulla questione. Il secondo è l’annuncio del Wef di Klaus Schwab arrivato ieri di aver interrotto “tutte le relazioni” con il governo russo e con il presidente Vladimir Putin a causa dell’invasione in corso dell’Ucraina. Evidentemente il Wef si considera e si comporta come una grande potenza.
Stranamente in questi laboratori, come negli altri che Washington ha disposto attorno alla Russia, si svolgevano e si svolgono sostanzialmente le stesse attività del guadagno di funzione da cui poi è uscito fuori il coronavirus, sulla cui base il Wef, espressione suprema dell’elite globalista, ha costruito la sua agenda di reset. Ci si potrebbe chiedere perché l’interruzione dei rapporti con Putin è avvenuta, non in concomitanza con l’azione russa in Ucraina, ma simultaneamente alla questione dei laboratori. Per cominciare a capire questo mondo sotterraneo bisogna tener conto che la Defense Threat Reduction Agency, il ramo del Pentagono che si occupa di difesa biologica ha esternalizzato gran parte del lavoro nell’ambito del programma militare a società private, che non sono ritenute responsabili nei confronti del Congresso e che possono operare più liberamente e aggirare perciò regole lo stato di diritto e le regole internazionali. Tali società nella sostanza convogliano e smistano in qualità di intermediarie l’attività delle multinazionali del farmaco, tra cui ovviamente Pfizer, Moderna e le altre, molto interessate a questo tipo di esperimenti e che in compenso forniscono tecnologie per manipolare i patogeni. Tra queste società le più note e famigerate sono la CH2M Hill si è aggiudicata contratti DTRA per 341,5 milioni di dollari [link nall’articolo originale, ndr.] nell’ambito del programma del Pentagono per bio-laboratori in Georgia, Uganda, Tanzania, Iraq, Afghanistan, Sud-est asiatico; la Battelle che lavora da decenni in questo campo e ha 2 miliardi di dollari di contratti con l’esercito Usa; e infine la Metabiota .Inc che ha ricevuto contratti federali da 18,4 milioni di dollari [link nall’articolo originale, ndr.] nell’ambito del programma DTRA del Pentagono in Ucraina per servizi di consulenza scientifica e tecnica. I servizi di Metabiota includono la ricerca globale sulle minacce biologiche, la scoperta di agenti patogeni, la risposta alle epidemie e le sperimentazioni cliniche e in passato ha ricevuto accuse di aver manipolato dati e di aver creato test che diagnosticavano come malati pazienti sani.
A questo punto ci si dovrebbe chiedere chi è che finanzia la Metabiota e così potremmo scoprire che oltre a ricevere soldi dal dipartimento dal Pentagono attraverso la società Black & Veatch, era finanziata dalla Rosemont Seneca Partners una società di fondi di investimento di proprietà di Hunter Biden, figlio del presidente, noto speculatore a tutto campo in Ucraina, nonché di un figliastro di John Kerry. I soldi arrivavano attraverso un ramo della consociata Rosemont Seneca Technology Partners (RSTP). Tutto questo adesso è stato cancellato dalla rete, ma rimangono le tracce [link nall’articolo originale, ndr.] del rapporto con Metabiota, e non per nulla l’ex amministratore delegato e co-fondatore di RSTP Neil Callahan [link nall’articolo originale, ndr.] – un nome che compare molte volte sul disco rigido di Hunter Biden – siede anche nel consiglio di amministrazione di Metabiota. Ma questa azienda è dal 2014, partner di [link nall’articolo originale, ndr.] EcoHealth Alliance nell’ambito del progetto “PREDICT” dell’Agenzia statunitense per lo sviluppo internazionale (USAID), che cerca di “prevedere e prevenire le minacce di malattie emergenti globali”. E come sappiamo Eco Alliance era stato finanziato da Fauci per gli studi di guadagno di funzione a Wuhan. Un’attività che come dimostra questo documento [link nall’articolo originale, ndr.] era cominciata nel 2014, quando negli Usa c’era stata una moratoria su questi studi.
Insomma improvvisamente la guerra in Ucraina ha messo in luce collegamenti sotterranei tra mondi che si pensavano lontani e nei quali l’attuale presidente degli Usa è implicato in via diretta e non solo politica. Guerra biologica, pandemia, elite del reset non sono più cose concomitanti, ma mostrano radici comuni come spesso succede alle malepiante.».
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Interessantissimo articolo (avrebbe anche potuto mettere il relativo link, ma fare le pulci agli altri non lascia il tempo per simili dettagli), peccato non risponda a nessuna delle obiezioni mosse sarcasticamente a ombra (ma anche questi sono dettagli a cui le bada poco o nulla).
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aggiungiamo anche un articolo di Kissinger: il cinico diplomatico manovratore di colpi di stato
ma uno che capiva quando smetterla: vedi Vietnam
notate la data dell’articolo
se non conoscete l’inglese potete usare il traduttore online
Henry Kissinger: To settle the Ukraine crisis, start at the end
By Henry A. Kissinge rMarch 5, 2014
Henry A. Kissinger was secretary of state from 1973 to 1977.
Public discussion on Ukraine is all about confrontation. But do we know where we are going? In my life, I have seen four wars begun with great enthusiasm and public support, all of which we did not know how to end and from three of which we withdrew unilaterally. The test of policy is how it ends, not how it begins.
Far too often the Ukrainian issue is posed as a showdown: whether Ukraine joins the East or the West. But if Ukraine is to survive and thrive, it must not be either side’s outpost against the other — it should function as a bridge between them.
Russia must accept that to try to force Ukraine into a satellite status, and thereby move Russia’s borders again, would doom Moscow to repeat its history of self-fulfilling cycles of reciprocal pressures with Europe and the United States.
The West must understand that, to Russia, Ukraine can never be just a foreign country. Russian history began in what was called Kievan-Rus. The Russian religion spread from there. Ukraine has been part of Russia for centuries, and their histories were intertwined before then. Some of the most important battles for Russian freedom, starting with the Battle of Poltava in 1709 , were fought on Ukrainian soil. The Black Sea Fleet — Russia’s means of projecting power in the Mediterranean — is based by long-term lease in Sevastopol, in Crimea. Even such famed dissidents as Aleksandr Solzhenitsyn and Joseph Brodsky insisted that Ukraine was an integral part of Russian history and, indeed, of Russia.
The European Union must recognize that its bureaucratic dilatoriness and subordination of the strategic element to domestic politics in negotiating Ukraine’s relationship to Europe contributed to turning a negotiation into a crisis. Foreign policy is the art of establishing priorities.
The Ukrainians are the decisive element. They live in a country with a complex history and a polyglot composition. The Western part was incorporated into the Soviet Union in 1939 , when Stalin and Hitler divided up the spoils. Crimea, 60 percent of whose population is Russian , became part of Ukraine only in 1954 , when Nikita Khrushchev, a Ukrainian by birth, awarded it as part of the 300th-year celebration of a Russian agreement with the Cossacks. The west is largely Catholic; the east largely Russian Orthodox. The west speaks Ukrainian; the east speaks mostly Russian. Any attempt by one wing of Ukraine to dominate the other — as has been the pattern — would lead eventually to civil war or break up. To treat Ukraine as part of an East-West confrontation would scuttle for decades any prospect to bring Russia and the West — especially Russia and Europe — into a cooperative international system.
Ukraine has been independent for only 23 years; it had previously been under some kind of foreign rule since the 14th century. Not surprisingly, its leaders have not learned the art of compromise, even less of historical perspective. The politics of post-independence Ukraine clearly demonstrates that the root of the problem lies in efforts by Ukrainian politicians to impose their will on recalcitrant parts of the country, first by one faction, then by the other. That is the essence of the conflict between Viktor Yanukovych and his principal political rival, Yulia Tymoshenko. They represent the two wings of Ukraine and have not been willing to share power. A wise U.S. policy toward Ukraine would seek a way for the two parts of the country to cooperate with each other. We should seek reconciliation, not the domination of a faction.
Russia and the West, and least of all the various factions in Ukraine, have not acted on this principle. Each has made the situation worse. Russia would not be able to impose a military solution without isolating itself at a time when many of its borders are already precarious. For the West, the demonization of Vladimir Putin is not a policy; it is an alibi for the absence of one.
Putin should come to realize that, whatever his grievances, a policy of military impositions would produce another Cold War. For its part, the United States needs to avoid treating Russia as an aberrant to be patiently taught rules of conduct established by Washington. Putin is a serious strategist — on the premises of Russian history. Understanding U.S. values and psychology are not his strong suits. Nor has understanding Russian history and psychology been a strong point of U.S. policymakers.
Leaders of all sides should return to examining outcomes, not compete in posturing. Here is my notion of an outcome compatible with the values and security interests of all sides:
1. Ukraine should have the right to choose freely its economic and political associations, including with Europe.
2. Ukraine should not join NATO, a position I took seven years ago, when it last came up.
3. Ukraine should be free to create any government compatible with the expressed will of its people. Wise Ukrainian leaders would then opt for a policy of reconciliation between the various parts of their country. Internationally, they should pursue a posture comparable to that of Finland. That nation leaves no doubt about its fierce independence and cooperates with the West in most fields but carefully avoids institutional hostility toward Russia.
4. It is incompatible with the rules of the existing world order for Russia to annex Crimea. But it should be possible to put Crimea’s relationship to Ukraine on a less fraught basis. To that end, Russia would recognize Ukraine’s sovereignty over Crimea. Ukraine should reinforce Crimea’s autonomy in elections held in the presence of international observers. The process would include removing any ambiguities about the status of the Black Sea Fleet at Sevastopol.
These are principles, not prescriptions. People familiar with the region will know that not all of them will be palatable to all parties. The test is not absolute satisfaction but balanced dissatisfaction. If some solution based on these or comparable elements is not achieved, the drift toward confrontation will accelerate. The time for that will come soon enough.
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