Tranne il Pd di Enrico Letta e, sia pure indirettamente, il partito di Giorgia Meloni, nessuno ha mai candidato Mario Draghi. Eppure si respira ogni giorno quell’aria da après moi, le déluge, “dopo di me il diluvio”, frase attribuita a Luigi XIV […]

(DI SALVATORE CANNAVÒ – Il Fatto Quotidiano) – Tranne il Pd di Enrico Letta e, sia pure indirettamente, il partito di Giorgia Meloni, nessuno ha mai candidato Mario Draghi. Eppure si respira ogni giorno quell’aria da après moi, le déluge, “dopo di me il diluvio”, frase attribuita a Luigi XIV e che restituisce l’idea della magnificenza sovrana unita a una vocazione da salvatore della Patria. La lista delle sventure nazionali che la semplice ipotesi di Mario Draghi al Quirinale impedirebbe viene alimentata dai relativi profeti, senza alcuna giustificazione razionale e, spesso, senza nemmeno una logica intrinseca.
Senza Draghi addio al Pnrr. Si prenda il Financial Times: “Dal Quirinale Draghi potrebbe usare i suoi poteri e la sua autorevolezza per assicurarsi che i governi futuri mantengano le riforme sui binari giusti. Se la coalizione di governo dovesse decidere di non eleggerlo alla presidenza della Repubblica il ruolo di Draghi ne uscirebbe scalfito”. E quindi, consequenzialmente, anche quello del destino economico dell’Italia visto che Draghi “ha rivitalizzato la fiducia dei mercati e degli investitori grazie a una campagna vaccinale di successo e politiche di bilancio espansive per far accelerare la ripresa economica”.
Le vaccinazioni italiane sono andate bene, ma abbastanza in linea con gli altri Paesi europei e il Pnrr, cioè il Piano nazionale di ripresa e resilienza, è stato strappato alla Ue dal governo precedente mentre Draghi ha potuto beneficiare di una larga maggioranza parlamentare per mettere a punto i relativi piani. Il futuro del Pnrr, come è evidente, dipenderà dai futuri governi, non dal presidente della Repubblica che, come ripete costantemente l’Economist, ha un ruolo fortemente “cerimoniale”. Il Pnrr, secondo un ragionamento più logico, sarebbe quindi incrinato dalla caduta del governo che tanto sembra aver fatto. La contraddizione tra le due affermazioni, invece, sembra non avere importanza.
Chi ci salva dallo spread. L’influente agenzia di stampa Bloomberg (che fa riferimento anche a un forte potere economico internazionale) va addirittura oltre: “Lo spread tra Bund e Btp per ora non si è mosso molto, probabilmente perché i mercati si aspettano che Draghi non lascerà la scena politica”. Quindi, si dovrebbe desumere, se Draghi resterà alla guida del governo. Lo spread, in realtà si è mosso moltissimo, perché il 13 febbraio, quando Draghi è stato chiamato da Sergio Mattarella, era intorno a 90 punti e ieri ha raggiunto quota 140. Probabilmente perché lo spread risente solo parzialmente delle dinamiche della politica interna.
Ma poi il ragionamento è ancora più contorto: lo slancio del governo “potrebbe rapidamente dissiparsi se gli succedesse un primo ministro meno efficace che non ha l’influenza dell’ex capo della Banca centrale europea”. Da qui il rischio di mettere a repentaglio i miliardi del Recovery fund. Sembrerebbe conseguente che allora si dovrebbe lasciare Draghi al governo. Invece, in modo spericolato, Bloomberg afferma che “le possibilità di cementare la sua eredità” sarebbero migliori “se scambierà la carica di premier con la presidenza, che ha un mandato di 7 anni”. Se invece rimane dov’è, cioè dove è stato chiamato a suon di fanfara dal presidente Mattarella, e spinto dalle manovre di Palazzo per salvare il Paese, “rischia di essere trascinato nel pantano delle lotte intestine politiche, come successe a Mario Monti”. Lotte intestine politiche che improvvisamente si materializzano solo oggi.
Il rischio dei tempi lunghi. “Il rischio dei tempi lunghi potrebbe avere ripercussioni sulle Borse, sui tassi di interesse e sullo spread” è uno dei titoli di Repubblica che rilancia i timori di Bruxelles così come fa anche l’altro quotidiano del gruppo, La Stampa , che cita lo “stallo” che si potrebbe creare nel Paese. Anche qui si crea un allarme prima ancora che si verifichi. L’andamento dello spread abbiamo già visto che dipende solo in parte dalle schermaglie politiche, ma i tempi lunghi in una elezione al Quirinale sono frequenti: 21 votazioni per eleggere Giuseppe Saragat, 23 per Giovanni Leone, 16 per Sandro Pertini e Oscar Luigi Scalfaro, solo due volte si è riusciti al primo scrutinio (Cossiga e Ciampi) e poi tra i 4 e i 9 scrutini. La difficoltà a eleggere un capo dello Stato è invece espressione delle particolari crisi politiche e sociali in un dato momento: l’irruzione della società alla fine degli anni 60, la crisi del bipartitismo italiano dopo le elezioni del 1976, Tangentopoli, l’exploit dei 5 Stelle nel 2013 e la successiva crisi di quel movimento che si riflette sulle difficoltà di oggi.
Attenti, cadel’esecutivo. Un altro capolavoro della logica è quello che teme la caduta del governo nel caso in cui Draghi non acceda al Quirinale. Il processo istituzionale dice esattamente il contrario: se il presidente del Consiglio si trasferisce al Colle, ovviamente il governo non c’è più e occorre costituirne un altro. E non è un caso che, per la prima volta nella storia presidenziale, la trattativa per il Quirinale si intreccia in modo indecoroso a quella per la formazione di un nuovo governo. Con un premier in carica che discute dei futuri ministri di un esecutivo che dovrebbe nominare lui stesso una volta salito al Colle. L’unico modo per dare continuità al governo è che il suo presidente non si muova da Palazzo Chigi.
Il nesso governo-Quirinale. Per queste ragioni non ha senso e logica anche l’altra narrazione presentata come verità: il “nesso governo-Quirinale”. Ci si è soffermato a lungo Matteo Renzi ieri pomeriggio, e il nesso è tale solo per volontà del suo protagonista. Non a caso tutto prende le mosse da quella conferenza stampa di fine anno in cui Mario Draghi disse che “è difficile immaginare una maggioranza che si divide sull’elezione del presidente della Repubblica e che torna poi a unirsi per sostenere il governo”. Il nesso esiste perché lo ha creato lo stesso Draghi non facendo nulla per mettere in salvo lui stesso il proprio governo qualunque fosse stato l’esito dell’elezione di questi giorni.
Repubblica o Monarchia? Il problema di questa provocazione riguarda quindi lo sbocco che la democrazia italiana intende perseguire come ha fatto notare sul Fatto il professore Luciano Canfora. Di fronte a una crisi evidente dei partiti, del Parlamento, del rapporto con gli elettori è meglio affidarsi a una figura salvifica, costi quel costi, oppure imbullonare le istituzioni alla Costituzione? L’elezione di Draghi obbedisce alla prima logica, quasi un ricorso a un Charles de Gaulle senza guerra di Algeria in corso. E non a caso è stato scomodato il “semi-presidenzialismo di fatto” che nascerebbe dalla sua elezione (Giorgetti, Brunetta, ultimo arrivato ieri il redivivo Claudio Martelli). Un presidente più forte del premier a differenza di quello che è sempre avvenuto nella Repubblica che ha sempre visto il contrario.