(Tommaso Ciriaco – la Repubblica) – Un centimetro alla volta cede la diga eretta da Giuseppe Conte in difesa del suo governo. Perde forza la minaccia elettorale, anche a causa del collasso strutturale dei gruppi parlamentari 5S nelle ultime ore. E così, in una domenica grigissima, il premier accoglie l’invito alla prudenza del Pd e accetta di promuovere un vertice tra leader di governo. Che si faccia, o che partecipi anche Matteo Renzi, è tutto da dimostrare. Ma l’ avvocato deve provarci. L’ idea è tenerlo oggi stesso. L’ obiettivo è aprire a un maxi rimpasto, senza escludere neanche il Conte ter.

Sperando che arrivi al termine di una crisi pilotata. Facendo finta di fidarsi del capo di Italia viva, sapendo in cuor suo di non poterlo fare. Ora che tutto sembra complicarsi, Conte cerca strade alternative. Sostiene di aver sempre offerto disponibilità a sentire le forze di governo.

Giura di voler favorire qualsiasi iniziativa – questo il senso dei suoi ragionamenti – utile a rafforzare «la coesione della maggioranza e la solidità della squadra di governo». Apre dunque a sostituzioni mirate di ministri – considerate la soluzione ottimale dai vertici dem – ben sapendo però che Renzi chiederà dimissioni e prometterà di ragionare su un “ter”. Ma c’ è di più: il capo dell’ esecutivo ricorda di aver avviato qualche settimana fa il confronto politico che mirava a «rafforzare» l’ azione di governo. Come a dire: va bene anche un nuovo programma, se c’ è la volontà di andare avanti.

In questo modo, però, si restringe un centimetro alla volta lo spazio vitale del “Conte due”. Ne è consapevole anche premier. Nelle ultime ore si è sfogato con i dirigenti più fidati, consapevole di essere diventato il bersaglio della caccia renziana, preoccupato dal fatto di non riuscire a divincolarsi dalla morsa di chi ha sondaggi pessimi, ma senatori a sufficienza per affossare l’ esecutivo.

Convinto del suo gradimento in caso di elezioni, ma anche consapevole delle fortissime spinte per evitare le urne. È così, sottotraccia, è partita una mediazione, attraverso ambasciatori. Si ipotizzano già cambi di ministri, non si esclude un passo indietro di Conte per la delega ai Servizi. Ma non è proprio la trappola che ha in mente Renzi?

Prevale l’ angoscia, in queste ore.

Nasce dalla consapevolezza di quanto accaduto venerdì sera, quando ancora i big 5S pensavano di poter tenere i gruppi del Movimento sulla linea del “Conte o elezioni”. E invece si è capito che non sarebbe così semplice e che le resistenze davanti a una fine prematura della legislatura non potrebbero che venire fuori.

D’ altra parte, anche Luigi Di Maio continua a sostenere l’ avvocato, ma considera una sciagura il voto anticipato. Non ufficialmente, ma non sarà lui – se i gruppi lo consentiranno – a far precipitare tutto verso elezioni che potrebbero finire in una disfatta per la coalizione attualmente al governo.

Il premier capisce che la trincea è debole. Certo, ci sarebbe Nicola Zingaretti. Il segretario del Pd appare fermo sulla sua personale mattonella, disponibile a sostenere al massimo un Conte ter, oppure elezioni. Il segretario non vuole mettersi nelle mani di Renzi, a maggior ragione in vista delle elezioni per il Colle.

Ma chi può scommettere che non si ripeta lo schema dell’ estate 2019, che lo portò ad accettare – per ultimo – il bis di Conte? Chi può giurare che non pesi, alla fine, la necessità di risolvere almeno la pandemia e il Recovery? E d’ altra parte anche dal Quirinale sembra spirare un’ aria che invita a una certa cautela. Che sconsiglia una conta parlamentare alla cieca.

Che fare, allora? L’ idea è quella di tentare la strada del vertice. Oggi, al limite domani. Ci sono solo 48 ore prima del consiglio dei ministri preannunciato per il 6 gennaio. In quella sede, Conte non porterebbe un testo blindato, ma un documento da inviare al Parlamento e alle forze sociali.

Vorrebbe evitare un voto dei ministri, rimandandolo a quando arriveranno le controdeduzioni dei gruppi parlamentari. Ma le ministre renziane annunceranno comunque le loro dimissioni. A quel punto, il premier sarebbe rimandato alle Camere. Certo, potrebbe evitare la conta, salendo al Colle per dimettersi dopo il dibattito e prima del voto parlamentare. Oppure, e sembra il tentativo di queste ore, concordare con i leader una crisi pilotata, se non un rimpasto. Tutto troppo facile e troppo indolore, secondo Renzi.