(Gennaro Avallone – salernosera.it) – L’accesso al mare in estate è privatizzato in parte della provincia di Salerno. Le spiagge della città capoluogo e della Costiera amalfitana sono disseminate di lidi che hanno ridotto quasi a zero gli spazi liberi. E, poi, si arriva ai casi più eloquenti, in cui tale processo di sottrazione di un bene comune alla fruizione collettiva diventa esasperato. E questi sono stati negli anni recenti i casi di Erchie e Vietri sul mare, nei quali, per separare le spiagge libere da quelle date in concessione ai privati, sono state erette delle vere e proprie barriere di ferro che raggiungono il mare.

A Vietri ora si è giunti a chiudere il lungomare con l’apposizione di reti metalliche dissuasive e un vero e proprio cancello per l’accesso. Le foto riportate rendono chiaramente la situazione, nella quale una grandissima parte della spiaggia è riempita di ombrelloni e viene lasciata alla libera fruizione non a pagamento una porzione minuscola. E questo accade, in modo paradossale, in compresenza dell’avviso di divieto di balneazione, come da ordinanza della Regione Campania.

Spiagge e mare diventano, in questo modo, una metafora del nostro tempo e della sua estetica politica, quella recinzioni e dei confini. E, quindi, dell’esclusione. E il mare e la spiaggia, simboli di libertà, di apertura, di movimento, vengono trasformate nei luoghi dei limiti, degli spazi chiusi, governati dal codice del denaro e dalle sue gerarchie. Il mare da bene di tutti è divenuto un bene appropriabile, a vantaggio di alcuni, e, quindi, una merce, una risorsa da valorizzare.

E, così, anche quella del mare e delle spiagge diventa un’esperienza triste, che divide tra chi può pagare e chi non può / non vuole farlo. La semplice considerazione secondo cui mare e spiagge sono di tutti è diventata una posizione politica, critica del capitalismo dominante, e non una semplice descrizione della realtà. Definire il mare e le spiagge come beni comuni, non privati perché non appropriabili, si trasforma, allora, in parte di un programma politico, di una visione del mondo.

Chiedere spiagge pulite ed accessibili a tutte le persone, senza che si debbano pagare decine di euro al giorno, significa mettere in discussione l’assetto vigente del rapporto tra istituzioni pubbliche, beni comuni e società. Il fatto che questo sia accaduto, cioè che siano stati consentiti processi diffusi di privatizzazione di beni di tutti, significa che si è determinata una politicizzazione dall’alto di tali beni. Ma significa anche che se si vuole tornare a fruirne in maniera democratica, bisogna politicizzare questi beni dal basso, dunque trovare i modi per la loro riappropriazione collettiva, a partire da quelle parti della società che non possono, o non vogliono, spendere tanti soldi per qualche giorno o ora di mare.

Nell’accesso chiuso e recintato a tante spiagge della provincia di Salerno si vede, in una forma chiara, la miseria delle privatizzazione e delle recinzioni: capace di rendere escludenti e brutti (come brutte sono le recinzioni che separano i bagnanti in base al denaro speso per andare nello stesso mare) luoghi che, se governati diversamente, sono belli ed inclusivi proprio perché liberamente fruiti da tutti.

Nelle foto di Rossella Cetrangolo il documento della “privatizzazione” sempre più diffusa dei beni Comuni a Vietri. Ma, ovviamente, si tratta di un fenomeno diffuso a Salerno e in tutta la Costiera Amalfitana