Da “Francesco Marini” a “Berlusconi presidente Silvio”, il Parlamento si prepara al rito della scheda pazza per “segnare” il voto

(Tommaso Labate – il Corriere della Sera) – «Nano maledetto, non sarai mai eletto», impresso con inchiostro nero su carta intestata bianca del Parlamento in seduta comune e timbri di autenticità di Camera e Senato. Il messaggio si materializza per primo davanti agli occhi del presidente dell’Aula di Montecitorio Sandro Pertini, che sgrana gli occhi.

Il reale destinatario è il presidente del Senato, che sta seduto al suo fianco. E così, in una fredda giornata del dicembre 1971, Amintore Fanfani scopre sulla sua pelle quanto può essere sottile, fino a diventare di fatto inesistente, il confine tra la più vile delle lettere anonime e la più solenne delle schede, quella che serve a eleggere il presidente della Repubblica.

«Nulla!», cioè scheda nulla, gridò Pertini. Ma visto che attorno era pieno di testimoni, la più celebre delle schede non valide dell’elezione per il Colle – un messaggio rivolto a Fanfani con tanto di insulti – è rimasta impressa nella memoria collettiva dei cultori del Palazzo. A distanza di oltre mezzo secolo, il Parlamento si prepara al rito settennale della scheda pazza, con quelle bizzarrie dialettiche che servono a «segnare» il voto e a verificare quanto l’accordo su un nome può «reggere» oppure no. In vista della quarta votazione, se ci si arriverà, tutti coloro che hanno sottoscritto il patto per «Silvio Berlusconi al Quirinale» misureranno la tenuta delle truppe attribuendo al soldato di ciascuna divisione un modo diverso per votare.

Magari sarà «Berlusconi» per gli elettori di Forza Italia, «Berlusconi Silvio» per i leghisti, «Silvio Berlusconi» per Fratelli d’Italia e «Berlusconi presidente Silvio» per i centristi. Ma attenzione. Quest’ ultima formula, di fronte a una presidenza – diciamo così – inflessibile, potrebbe non passare, visto che Berlusconi non ricopre alcuna carica istituzionale. Durante l’elezione del presidente del Senato, anno 2006, Oscar Luigi Scalfaro – che presiedeva la seduta in quanto senatore anziano – annullò i voti «Francesco Marini» semplicemente perché Franco Marini si chiamava per l’appunto «Franco» e non «Francesco». Per gli amanti del dettaglio, «Francesco Marini» era la firma degli elettori dell’Udeur di Clemente Mastella; nella votazione successiva, l’unico «Francesco Marini» fu considerato voto valido, nonostante anagraficamente non corretto.

 Perché all’interno di ogni elezione del Parlamento, in seduta comune e non, ogni scrutinio fa storia a sé. Sempre Scalfaro, nel bel mezzo della votazione del presidente della Repubblica del 1992, fece montare il catafalco che nei primi scrutini non c’era. Un trucco per facilitare la scrittura dei franchi tiratori? Arnaldo Forlani, che era in campo, la intese così. E infatti si ritirò. «La presidenza ha sempre margini di manovra molto ampi durante il voto», ricorda il costituzionalista e deputato pd Stefano Ceccanti.

Potrebbe, per esempio, diramare delle prescrizioni sulla modalità di espressione del voto, limitando alla sola indicazione del cognome, inapplicabile all’epoca di Franco Marini (che aveva degli omonimi tra i parlamentari); oppure il presidente della Camera, in sede di spoglio, potrebbe limitarsi a enunciare la preferenza espressa senza entrare nel dettaglio di com’ è stata scritta, mettendo così a rischio ogni controllo preventivo. Laura Boldrini, sette anni fa, lesse le schede per intero, «Mattarella», «Sergio Mattarella», «Mattarella esse puntato». E così si è fatto quasi sempre anche per le schede nulle. «Nani maledetti» esclusi, ovviamente.

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6 replies

  1. Se chi di dovere non sancirà l’obbligo di scrivere “Nome Cognome” allora si perpreterà l’ennesima presa per il culo dei cittadini, la solita farsa italiana.

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  2. Ricordo che nelle elezione a cui partecipiamo noi semplici cittadini la manifesta intenzione di rendere la scheda identificabile rende il voto nullo.

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  3. DeCarolis

    Gli emissari di Silvio B. hanno volti aperti, toni suadenti e il complimento facile. Tutto aiuta, se devi trasmettere il verbo del Caimano alle orecchie di certi grillini. Tutto e quasi tutti possono servire, quando l’obiettivo del Cai- mano è il Palazzo più alto.
    Figurarsi una berlusconiana di quelle mai pentite, la deputata Michela Vitto- ria Brambilla, fondatrice della Le- ga per la difesa degli animali, non a caso conduttrice sui canali Media- set di Dalla parte degli animali. In sintesi, la forzista che cinque anni fa convinse lui, Silvio Berlusconi, a nutrire con un biberon un agnellino di fronte a una telecamera. Può que- sto e altro, l’ex ministra del Turi- smo, che alla Camera si vede di ra- do, ma che in questi giorni si è pa- lesata, anche per avvicinare qual- che 5Stelle. Preferibilmente depu- tate, alle quali davanti a un caffè ha c h i e s t o d i v o t a r e p e r S i l v i o . D ’a l- tronde, qualche giorno fa, un’altra forzista come Renata Polverini lo a- veva certificato al Fatto, nero su bianco: “Parlo con tanti colleghi, so- prattutto del Gruppo Misto, mentre con i 5Stelle governiamo: assieme possiamo pacificare il Paese”. La caccia non è più un tabù, certi sor- risi e certi sussurri non vale la pena celarli. “Ti dicono che sei bravo, e c h e t i a p p r e z z a n o d a t e m p o ” r a c- conta un grillino. Poi lo spartito cambia, a seconda dell’interlocuto- re. “Se la persona avvicinata ha qualche ruolo o un po’ di visibilità, il tono si fa più istituzionale, per certi versi solenne”.
    SULLO SFONDO una riflessione sem- plice, ma che suona come una ca- rezza: la legislatura deve arrivare al 2023, e perché metterla a repenta- glio, magari eleggendo Mario Dra- ghi al Colle? Su questo si ragiona nei colloqui, a Montecitorio come in Senato, dove i berlusconiani si muovono come e più che alla Came- ra. “Certi steccati sono caduti da tempo” sorride un veterano del Mo- vimento, dritto: “Da me non potranno mai venire”. Da altri magari sì. Un lavoro per pontieri, come il senatore Massimo Mallegni, uno dei vicepresidenti del gruppo forzi- sta. Imprenditore di Pietrasanta (Lucca), brillante conversatore, in- clusivo, insomma la persona giusta per teorizzare che con B. al Quiri- nale tutti potrebbero respirare più distesi. Pensieri e parole che po- trebbero essere riaffiorati anche sulle labbra di Nazario Pagano, classe 1957, nato a Napoli ma eletto in Abruzzo. Un altro berlusconiano affabile, dote mica da poco in tempi come questi. Sufficiente per farne uno sherpa naturale, sotto la super- visione ovvia della capogruppo An- na Maria Bernini, mentre a Mon- tecitorio a tenere il filo sui contatti è il presidente dei deputati, Paolo Barelli.
    C’è tanto da fare, a un soffio dal voto per il Colle. Anche se i contagi da Covid complicano le cose, visto che molti grillini sono stati o sono tuttora positivi. Un problema per la tenuta del M5S, certamente, anche per chi ne corteggia gli eletti. Ma Berlusconi non vuole fermarsi, di fronte a nulla e nessuno. Così l’or- dine resta quello: cercare voti, con caffé o pranzi ad hoc , senza rispar- mio. Mentre con certi big anche del Movimento parla direttamente lui, Silvio. Perché non si sa mai.

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  4. Ci stanno rompendo i cabbasisi con la sceneggiata delle elezioni del PdR come se fosse di nostra competenza mentre è un affare esclusivamente loro.
    Sperano di distrarci invece ci fanno solo imbestialire: sappiamo benissimo che chiunque verrà nominato non si occuperà certo di noi e non cambierà nulla se non, come al solito, in peggio.

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  5. Viste le “precauzioni”? E vogliono il “liberi tutti”!

    Dunque, gli ultracinquantenni non vaccinati potranno solo andare nell’ alimentari, in farmacia e… muoversi per tutta Italia per votare per il PdR.
    Non erano pericolosissimi?

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