Sul significato politico del Green Pass

(di Andrea Zhok) -Per intendere il significato della protesta contro l’imposizione del GP bisogna comprenderne la natura ibrida. 

In questa protesta confluiscono due spinte differenti, anche se compatibili. 

1) Il “dissenso cognitivo”

La prima linea di contestazione è quella legata a ciò che possiamo chiamare uno “scandalo epistemico”, cioè la percezione da parte di un limitato numero di cittadini della crassa inadeguatezza delle motivazioni che dovrebbero giustificare l’introduzione della certificazione verde. Questa inadeguatezza è saltata agli occhi ad alcuni sia sul piano delle motivazioni giuridiche che su quello delle motivazioni sanitarie. Di questo gruppo fanno parte prevalentemente persone che avevano ragioni professionali o personali per approfondire autonomamente la questione, ad esempio perché studiosi o perché chiamati a dover decidere della vaccinazione dei propri figli, ecc.

Qui a muovere il tutto era ed è la chiara percezione che la normativa confluita nell’istituzione del Green Pass fosse incongrua con gli effetti che dichiarava di voler ottenere, fosse sproporzionata e discriminatoria, alimentasse un tipo di intervento sanitario (“il vaccino è l’unica salvezza”) che era dimostrabilmente sbagliato e controproducente. 

La controparte di questo gruppo è rappresentato da persone che si sono fidate e si fidano della lezione dei media mainstream e dei resoconti delle autorità scientifiche nazionali, nonostante le massive contraddizioni in cui sono incorse.

Per ovvie ragioni il numero dei “dissenzienti cognitivi” è una esigua minoranza: visto che ogni approfondimento richiede tempo e capacità, chi si affida alle voci ufficiali è strutturalmente maggioranza, da sempre. 

Questa lettura “cognitiva”, pur essendo quella cruciale dal punto di vista argomentativo, dà conto solo in modo parziale della natura dello scontro in atto.

La seconda linea di spaccatura si sta esplicitando in questi giorni. 

2) Gli antefatti

Sulla protesta “cognitiva” nei confronti delle ragioni per l’istituzione del Green Pass si è innestata una protesta sociale, legata ad una dinamica chiara, anche se finora inespressa. Per intenderla bisogna riandare allo sviluppo della situazione a partire dall’inizio della pandemia. L’Italia, come gli altri paesi europei, ma in condizioni più critiche rispetto ad altri, non era mai davvero uscita dalle conseguenze della crisi finanziaria innescata dai mutui subprime. Il paese, già stremato, con elevati tassi di disoccupazione e malaoccupazione, con servizi pubblici in costante ritrazione, a partire dal sistema sanitario, si è ritrovato forzosamente bloccato a causa di un altro “colpo del destino”. L’incapacità delle autorità di tenere sotto controllo la diffusione di un nuovo virus e di tracciarne i focolai, la mancanza di un piano di emergenza pandemica aggiornato, la patetica sottovalutazione iniziale della situazione (chi non ricorda le campagne di Zingaretti e Sala: “Milano non si ferma!”), avevano aperto il vaso di Pandora di un’epidemia fuori controllo, che aveva impattato in modo grave sulla funzionalità del sistema ospedaliero, già in affanno. La risposta fu un lunghissimo lockdown nazionale, che colpiva drammaticamente un’economia reale già in difficoltà. I “ristori” coprirono solo molto parzialmente il danno. Dopo la tregua estiva, in cui il governo si distinse per l’inanità degli interventi (ricordiamo tutti l’imbarazzante tormentone dei “banchi a rotelle”), l’autunno riportò più forte di prima la crisi sanitaria, affrontata questa volta con blocchi meno generali, vista l’insostenibilità conclamata di un blocco come il primo. In tutto questo periodo il settore sanitario che più aveva bisogno di un radicale rafforzamento e di una ristrutturazione rimase sostanzialmente paralizzato. Ci si occupò esclusivamente della fase terminale della malattia, cercando di ampliare le terapie intensive, ed ignorando ogni serio tentativo di intervento tempestivo volto ad evitare di entrarci nelle terapie intensive. Praticamente tutti i passi fondamentali nel riconoscimento e nella cura della malattia, dall’esame molecolare del paziente 1 alle autopsie che avevano rivelato la dinamica trombotica dell’affezione, furono fatti per iniziative personali che andavano contro le indicazioni dei protocolli ufficiali.

Sul piano economico questa situazione ha visto due grandi blocchi di “perdenti”. Quelli che hanno continuato a lavorare, magari in settori considerati strategici, e che lo hanno fatto in condizioni sempre più difficili, spesso senza tutele sanitarie degne di nota, e poi quelli che non sono riusciti neppure a lavorare, perdendo fonti primarie di reddito. 

Questa compressione delle condizioni di lavoro e di guadagno era subentrata su una situazione già compromessa dagli anni precedenti e che aspirava a ripristinare condizioni accettabili. L’emergenza pandemica mise non solo a tacere ogni aspirazione a rialzare la testa, ma spinse nel fango molti di quelli che erano rimasti a galla negli anni della crisi finanziaria. In Italia ciò era sfociato in un esito elettorale destabilizzante e che si riteneva ‘antisistema’, mentre in paesi a noi vicini come la Francia il movimento di protesta dei “gilet gialli” aveva messo alle strette il governo Macron. L’emergenza pandemica ha posto fine a tutto ciò, ad ogni ribellione sociale e pretesa rivendicativa. 

Per 18 mesi, nonostante il drammatico peggioramento delle condizioni di vita di una buona parte della popolazione ogni protesta sociale è stata sterilizzata alla radice dal carattere straordinario ed emergenziale della pandemia. C’era “ben altro” di cui preoccuparsi. 

Naturalmente non c’è nessun bisogno di credere che in qualche modo la pandemia sia stata “creata ad arte” per ottenere esiti così graditi al grande capitale. Di fatto la capacità di riconoscere il profilo di questi stati emergenziali e di utilizzarli a proprio beneficio è da molto tempo una componente distintiva della “governance capitalistica”. La sostanza tuttavia resta la seguente: la condizione emergenziale ha permesso ai settori più dematerializzati dell’economia, a partire dalla finanza, di mantenersi in sella migliorando la propria posizione comparativa, mentre chi viveva del proprio lavoro si è ritrovato sempre più spossessato, impotente, ristretto nelle proprie opzioni e condizioni, mentre nel nome dell’emergenza nessuna contestazione era possibile.

3) La Parousia del Green Pass

In questo contesto, in una fase che appariva declinante della pressione pandemica, è comparsa dal nulla la proposta del Green Pass. Ricordiamo che il GP italiano viene proposto in un momento in cui gli ospedali erano vuoti e in cui il 57% della popolazione si era già spontaneamente vaccinato. Il gesto implicito nell’istituzione del GP è dunque quello di anticipare una possibile nuova crisi.

Il problema, tuttavia, è che tale strategia simultaneamente crea le condizioni perché una crisi si possa verificare, avendo fatto passare il messaggio falso che la vaccinazione preserva sé e gli altri, e che solo la vaccinazione è l’unica arma risolutiva (mentre si mantiene forzosamente il sistema sanitario pubblico sguarnito). Invece di cercare la strada di buon senso di un approccio plurale, puntando su diverse strategie di contenimento, il GP è servito a inviare un messaggio univoco: il vaccino è l’unica via per la salvezza nazionale e chi vi si sottrae è un disertore.

Il GP diviene così un modo per estendere e mantenere lo spirito emergenziale, il senso di minaccia incipiente, e insieme un modo di far sottomettere volontariamente la popolazione ad un mezzo di controllo e di valutazione della propria condotta (una sorta di cittadinanza condizionale alla buona condotta). 

In sostanza il GP opera come ponte per un’estensione del controllo sociale, come garanzia che anche in futuro si possa tenere a catena corta ogni eventuale protesta sociale. Dopo tutto, al lavoro si può recare solo chi è accondiscendente. Disattendendo a questa richiesta gli animi tendenzialmente più critici, diffidenti, indipendenti e battaglieri si autodenunciano. Il mondo sociale ci si sgrana davanti agli occhi in ortodossi ed eterodossi, insider e outsider. 

Molti hanno obiettato che il GP è una misura temporanea, mirata al conseguimento di un obiettivo specifico. Questo argomento sarebbe stato più convincente se qualcuno avesse messo nero su bianco quali sono le esatte condizioni sotto cui avremmo potuto togliere questo strumento. A fronte dell’idea di uno strumento per un obiettivo specifico, la domanda che bisogna porre è: quale obiettivo? Forse la “sconfitta del virus”? Ma se fosse così, tutto quello che sappiamo ci dice che il virus rimarrà endemico, e dunque non ci sarà mai il giorno in cui festeggeremo l’estinzione del virus. E un virus circolante, con un sistema sanitario latitante, potrà sempre essere fatto giocare come una minaccia latente, rispetto a cui la popolazione viene chiamata a dimostrare la propria affidabilità, magari sottoponendosi a ulteriori condizionalità. Sarà la terza dose del “vaccino”? O forse la quarta di un vaccino “aggiornato”? E perché mai ci si dovrebbe fermare alle inoculazioni? 

La verità è che l’unica ragione concreta per cui il GP potrebbe restare una misura temporanea è perché (e finché) c’è una significativa contestazione ad esso, una contestazione che crea un costo economico e politico al suo mantenimento. Il giorno in cui tutti avessero deciso, per quieto vivere, di accettarlo (“Dopo tutto che male fa? Anzi, dai, è uno strumento utile!”) si aprirebbe un’autostrada alla possibilità di estenderne le funzioni (migliorative, eh, s’intende).

4) Percezioni  emancipative e percezioni reazionarie

Ecco, io credo che una parte significativa della popolazione, molto più ampia dei “dissenzienti cognitivi” intuisca questo disegno; non lo veda distintamente, ma lo percepisca in forma indistinta e però sufficiente a mettere in allarme. Un sacco di cittadini spremuti dalle crisi, e le cui lamentele sono state ridotte al silenzio dal continuo carattere “emergenziale” delle situazioni, comprendono che sottomettersi ad uno strumento che separa con motivazioni sostanzialmente arbitrarie chi è “in” e chi è “out” è l’arma definitiva per spezzare la schiena ad ogni resistenza. Dopo tutto per scioperare devi essere in servizio, devi lavorare, ma chi non aderisce alle direttive centrali per quanto arbitrarie non potrà essere in servizio, non potrà lavorare. Il problema dei dissenzienti, dei ‘cacadubbi’, può così essere tenuto a bada a monte. 

Una parte vitale della popolazione sta percependo che qui si gioca una partita molto più grande, sta capendo che dopo mesi di indifferenza nei propri confronti quest’improvvisa sollecitudine mirante ad una ‘sicurezza sanitaria assoluta’ è una sceneggiata strumentale. Sta capendo soprattutto che a quasi due anni dagli esordi, con diverse armi oramai disponibili contro questo virus, continuare a comportarsi come se il Covid-19 fosse l’unico problema al mondo, cui tutti gli altri vanno subordinati e ammutoliti, è semplicemente una clamorosa manipolazione.

Ma attenzione, anche qui è importante guardare in faccia la controparte. Qui essa è costituita da due gruppi distinti. 

Il primo gruppo è rappresentato da quella parte della popolazione che, o per paura fisica o per interesse economico, si è fissata in un solo desiderio: che tutto ritorni come prima, costi quel che costi. Lo spavento, fisico o economico, sedimentatosi nei mesi passati ha generato un impulso che accieca e silenzia ogni altra istanza. L’atteggiamento di fondo di questa (amplissima) parte della popolazione è riassumibile in qualcosa come: “Smettete di rompere i coglioni, fate quel che bisogna fare, inchinatevi se c’è da inchinarsi, inoculatevi se c’è da inocularsi, perché io quello spavento non lo voglio più rivivere!” 

Questo atteggiamento, ancorché psicologicamente comprensibile, è pericolosissimo, come sono sempre state le “grandi paure” nella storia, perché una volta posto qualcosa come una sorta di “Assoluto Negativo”, si è disposti a calpestare chiunque, a travolgere qualunque cosa ci venga presentata come ‘favorente’ quell’Assoluto Negativo. Qui la paura crea anche peculiari condizioni di abbassamento delle difese critiche e dunque di schietta ottusità.

Accanto a questo gruppo ce n’è un secondo, piccolo ma assai influente, rappresentato da chi dalle passate crisi è uscito sempre in sella e anzi in posizione di vantaggio, e che alimenta scientemente qualunque tipo di iniziativa possa garantire la preservazione dello status quo, qualunque normativa garantisca la scomparsa del conflitto, la “pace sociale”. Foss’anche quella di un camposanto.

Sul significato politico del Green Pass – di Andrea Zhok su Sfero

3 replies

  1. Chissà se l’Ana(i)lista sarda e nuragica capirà questo pensiero di Zhok. Scommetto di no. Anche se venisse qui a spergiurare di averlo capito ma ovviamente, di non essere d’accordo.

    ‘e senza cinchisciare corriamo tutti a vaccinarci’ disse Bonolis.

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  2. “la patetica sottovalutazione iniziale della situazione (chi non ricorda le campagne di Zingaretti e Sala: “Milano non si ferma!”),”

    Non sono mica tanto d’accordo.

    Per me quelle sono state le ultime parole sensate che ci avrebbero condotto a un saggio contrasto al virus di tipo svedese (niente lockdown, niente mascherine, niente terrore mediatico h24 ecc…). Insomma una gestione adulta del problema. Invece è iniziato il delirio da Istituto Luce.

    Ma, come ci hanno spiegato Brunetta e Sallusti, noi siamo italiani, mica europei del nord (e quindi ci meritiamo l’Istituto Luce, Brunetta e pure Sallusti).

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