La pandemia si è accanita su coloro che vivono in condizioni economiche svantaggiate

(Benedetto Saraceno – la Repubblica – Salute) – È molto probabile che anche da noi, come dimostrato da studi epidemiologici negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, ci sia una correlazione fra livello socioeconomico e mortalita da Covid-19. Certamente i morti nelle Rsa non erano anziani benestanti. Certamente i piu poveri, i piu socialmente vulnerabili, hanno sofferto in misura maggiore e pagato i prezzi piu alti.

Certamente chi, durante il lockdown, viveva in appartamenti microscopici e a volte affollati ha sofferto in maniera particolare. Chi aveva un’autonomia economica di breve durata o era gia in difficolta ha patito le conseguenze piu pesanti. In uno studio sulla distribuzione di contagi e sui tassi di mortalita in differenti contee degli Stati Uniti gli indici piu elevati si sono registrati fra le popolazioni urbane che vivevano in poverta o estrema poverta, e dove si riscontra l’incidenza piu alta di neonati a basso peso alla nascita.

Un altro studio, partendo da un’analisi storica della pandemia di Spagnola del 1918, sottolinea quanto le misure di lockdown adottate per limitare l’attuale pandemia da Covid-19 avranno un impatto diverso a seconda delle differenze di condizione socioeconomica delle popolazioni colpite, con un aumento futuro delle diseguaglianze dello stato di salute.

Le persone piu vulnerabili, si e detto, sono piu esposte al rischio di contagio e hanno inoltre un rischio piu elevato di decorsi gravi e letali. Non si e pero sottolineato abbastanza che la vulnerabilita non si riferisce soltanto a condizioni biologiche (obesita, diabete, cardiopatie), ma anche sociali.

E quello che emerge in uno studio di Amaia Calderon-Larranaga e colleghi, che a partire da dati svedesi mostra che gli anziani piu gravemente colpiti dal virus non siano soltanto portatori di malattie croniche importanti ma anche socialmente fragili, ossia soli, poveri o isolati. L’adozione di un modello esclusivamente biomedico che non tenga in debito conto i fattori sociali puo rivelarsi fallimentare e determinare un aumento dell’esposizione al contagio e tassi piu elevati di mortalita da coronavirus.

Infatti, le persone in condizioni socioeconomiche svantaggiate vivono sovente in abitazioni sovraffollate e sono dunque esposte al rischio di infezioni respiratorie (del 20% dei poveri in Gran Bretagna, il 7% si trova ad affrontare questa situazione). Inoltre, il sovraffollamento impedisce il distanziamento fisico e molto spesso le persone in una situazione sociale ed economica sfavorevole svolgono lavori che non possono essere eseguiti a casa in smart working.

Sono queste infine le categorie che utilizzano maggiormente i mezzi pubblici. La precarieta lavorativa di molti induce elevati livelli di stress e ansia, con conseguente indebolimento del sistema immunitario: dunque la poverta non solo aumenta il rischio di esposizione al virus, ma diminuisce la capacita di combatterlo.

I piu poveri e vulnerabili arrivano generalmente all’attenzione dei servizi sanitari in stadi piu avanzati della malattia, quando gli esiti dell’infezione si rivelano piu pesanti se non letali. Infine, stigma e discriminazione dovuti ad appartenenza a minoranze etniche o religiose possono indurre queste categorie a evitare il contatto con i servizi sanitari, spesso vissuti come fonte di umiliazione e di incomprensibili procedure burocratico-amministrative.

Tutto questo e descritto in uno studio condotto in Gran Bretagna, ma certamente rispecchia situazioni analoghe in Italia o in altri Paesi europei. Il virus non ha colpito soltanto le classi sociali piu deboli, ma anche la gigantesca forza lavoro costituita dalle donne. risposte intelligenti Secondo i dati ufficiali della Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, in un confronto tra il secondo trimestre 2019 e lo stesso periodo del 2020, su un totale di 841.000 posti di lavoro perduti, 470.000 appartenevano a donne, ossia piu di cinquantacinque su cento.

Sono loro, infatti, ad avere in misura maggiore contratti meno stabili o part-time, a essere impiegate nei settori piu colpiti dalle restrizioni, dove e impossibile svolgere telelavoro. Si parla di 707.000 donne inattive in piu, specialmente nelle fasce giovanili. Il lavoro di gestione e di sostegno psicosociale dei bambini, degli adolescenti, degli anziani e dei disabili e svolto quasi esclusivamente dalle donne e impedisce loro di cercare o mantenere un impiego retribuito.

Secondo i dati Eurostat relativi al 2019, il 15,2% delle donne in Italia non lavora per poter prendersi cura di figli o parenti anziani: e la percentuale piu alta tra i Paesi dell’Unione Europea, dove la media si attesta al 9%. Si tratta molto spesso di un secondo lavoro che non solo non e retribuito, ma nemmeno riconosciuto in termini professionali, tantomeno in ambito sindacale. Vi e una sorta di complicita di genere che fa si che il fondamentale ruolo svolto dalle donne nel gestire, sostenere e assistere milioni di minori, vecchi e disabili sia assunto come “dovuto e implicito”, mentre non e ne dovuto dalle donne alla societa maschile ne implicito nella “natura femminile”.

Dev’essere considerato invece una questione collettiva, di interesse pubblico e istituzionale, e non relegato alla dimensione e alla negoziazione individuale e privata. La pandemia ha reso questa grave e insopportabile diseguaglianza ancora piu evidente e urgente. Abbiamo sentito molto spesso la frase: “Il virus non discrimina, siamo tutti uguali di fronte alla malattia”. Ebbene, non e cosi. Dobbiamo dircelo e dirlo a voce alta che il virus non e democratico e colpisce chi sta peggio.

Sembra banale, ma di questo aspetto non si parla granche. Tuttavia, non e il virus che deve diventare piu democratico, sono le risposte dei sistemi sanitari e di welfare che devono ristabilire la democrazia.

L’emergenza ha consentito la clamorosa evidenziazione di due principali criticita storiche dei nostri sistemi di salute pubblica: a) lo smantellamento della medicina di prossimita e del welfare di territorio e di comunita; b) lo sviluppo incontrollato del modello residenziale per le popolazioni fragili e vulnerabili. Partiamo dalla prima criticita.

Alcuni sistemi sanitari regionali, primo fra tutti quello lombardo, si sono sviluppati negli ultimi anni in accordo con una precisa visione promossa da politici e amministratori. La strategia e stata chiara: disinvestire dal- la medicina di comunita e dei territori, incentivare esclusivamente il polo ospedale e promuoverne la privatizzazione.

Il neoministro dello Sviluppo economico nonche dirigente della Lega Giancarlo Giorgetti, nell’agosto 2019 al Meeting di Comunione e Liberazione di Rimini affermava, testuali parole: «E vero, mancheranno quarantacinquemila medici di base nei pros- simi cinque anni.

Ma chi va piu dal medico di base, senza offesa per i medici di base anche qui presenti in sala? Nel mio piccolo paese vanno ovviamente per fare le ricette mediche, ma quelli che hanno meno di cinquant’anni vanno su Internet, si fanno fare le autoprescrizioni su Internet, cercano lo specialista. Tutto questo mondo qui, questo mondo del medico di cui ci si fidava anche, quella roba li e finita». «Quella roba li» in realta dovrebbe essere l’asse portante di un moderno sistema sanitario: la medicina di base e di territorio. E tale asse e stato smontato, irriso, definanziato. Si tratta, al contrario, di ripensare molti dei comparti del welfare e della sanita. Innanzitutto e urgente superare la separazione fra sociale e sanitario, che conduce a interventi sociali miseri in ambito sanita- rio e a interventi sanitari di bassa qualita in ambito sociale.

E necessario potenziare le reti dell’assistenza sociosanitaria previlegiando la struttura Distretto, che deve esser in grado di organizzare i servizi in funzione delle persone e della co- munita (e non delle malattie), realizzando una forte integrazione fra professionisti e istituzioni, fra socia- le e sanita, con la partecipazione della popolazione. […] E cio va ben al di la del semplice ambulatorio di un medico di base. risposte intelligenti Passiamo ora alla seconda criticita.

Le patologie croniche e disabilitanti hanno bisogno di risposte piu intelligenti di quelle fornite dal modello residenziale. E ben noto come l’incremento significativo delle malattie croniche non trasmissibili (per esempio obesita, diabete, tumori), delle malattie mentali e piu in generale di tutte le malattie croniche (dunque anche quelle infettive come l’Aids o la tubercolosi) ponga la necessita di superare il modello preponderante di assistenza sanitaria a beneficio di un’assistenza territoriale in grado di abbinare interventi sanitari e di sostegno psico -sociale.

Le patologie croniche hanno una durata talvolta indefinita e la loro persistenza richiede trattamenti medici e psicologici, interventi di sostegno psicosociale e assistenza che si protraggano nel tempo con intensita variabile. La tradizionale risposta rappresentata dall’intervento biomedico erogato in ambiente ospedaliero risulta ovviamente molto parziale, se non inadeguata e talora addirittura controindicata.

Oggi, con la pandemia, abbiamo a che fare con una situazione acuta che necessita di risposte altrettanto acute. Una risposta acuta non e automaticamente sinonimo di letto ospedaliero. Una risposta acuta si declina in molteplici dispositivi di cui il letto in ospedale e uno e non necessariamente il piu importante. […] Anche prima della pandemia il termine “residenzialita” e divenuto dominante in quasi tutti i sistemi sanitari regionali ove abbondano forme diverse di residenze, piu o meno protette, piu o meno manicomiali, pubbliche o private, o private convenzionate.

Ma la residenzialita non rimanda necessariamente a una vita sociale, a un luogo che sia parte integrante della comunita circostante, ma alla semplice disponibilita di letti utilizzati secondo una tipica logica ospedaliera. L’adozione di un modello innovativo per rispondere alla sfida delle patologie croniche bene si adatta a un insieme di interventi che si compiono essenzialmente al di fuori dell’ospedale e non necessitano del letto come asse portante, perche hanno luogo nei centri di salute territoriali o nel domicilio del paziente.

Potremmo definirli “comunitari” sia perche predisposti nel territorio ove vive il paziente sia perche frutto di sinergie fra differenti attori e risorse di cui dispone la comunita che sta al centro del modello psico-sociale di lunga durata nella duplice accezio- ne di “luogo” in cui i cittadini e il singolo utente vivo- no, e di “insieme di cittadini e risorse” di cui quella comunita dispone.

1 reply

  1. È molto probabile che anche da noi, come dimostrato da studi epidemiologici negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, ci sia una correlazione fra livello socioeconomico e mortalita da Covid-19. Certamente i morti nelle Rsa non erano anziani benestanti.

    PROBABILE? 1.000 parlamentari, trovatene uno che è stato beccato mortalmente dal covid, da effetti collaterali dei vaccini e più in generale, notare come in praticamente ogni legislatura, 1.000 persone anche non giovanissime sopravvivono al 100% ANNO DOPO ANNO. Provate a vedere se è possibile con i vostri conoscenti, dopo 5 anni da adesso o 5 anni fa ad oggi.

    Basti ricordara Berlusca subito ricoverato al S.Raffaele.

    Quanto a Giorgetti e CL, c’é solo da vomitare. Purtroppo questa gente fa danni e non ne paga mai le conseguenze, vedesi Formigoni libero e Maroni nel cda del S.Donato, e Fontana, quello che mandava i malati nelle RSA, ancora sgovernatore della Lombardia.

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